Max Romih, l’eterno secondo

(Riccardo M.)
Parliamo oggi di Max Romih (1893-1979). Oppure Massimo, o Massimiliano, e Romi. Oppure Maksim Romic, alla croata. Siccome per solito mi piace utilizzare la dizione originaria, ecco che qui scriverò Max Romih, cognome ancor oggi diffuso in Croazia.

Questo serio signore dalla fisionomia quasi ottocentesca era un ragioniere slavo, nato a Pinguente (l’attuale Bruzet, in Istria) il 22 maggio del 1893. Era quindi un cittadino dell’Impero austro-ungarico, ma dopo la prima guerra mondiale quelle terre divennero italiane e italiani quei cittadini. Si trasferì a Genova. E divenne maestro nel 1921, dopo aver vinto un torneo a Trieste ed essersi classificato 5°-6° al torneo di Viareggio vinto dal professor Davide Marotti.

Il destino, forse in ossequio alle sue origini straniere, non gli permise mai di agguantare il titolo di campione italiano, che lui si limitò a sfiorare diverse volte.

Fu infatti 2° a Milano nel 1931, con 8 punti su 11 (mezzo punto dietro Rosselli del Turco), fu 3° nel 1934 a Milano (vinse Monticelli), poi 2° ex aequo con Rosselli a Firenze nel 1935 con 9 su 12 (mezzo punto dietro il conte Sacconi), poi 3° ex aequo nel 1946 a Roma (ancora primo Sacconi) e di nuovo 2° (dietro Canal) nel 1947 a Reggio Emilia con p. 8,5 su 11, 3° ex aequo nel 1954 a Trieste (primo Nestler), 2° ex aequo (dietro Porreca) nel 1956 a Rovigo. Insomma possiamo dire che lui è stato negli scacchi quello che fu nel ciclismo un suo quasi coetaneo, Gaetano Belloni, “l’eterno secondo”, al massimo terzo. E questo gli accadde spesso anche nei tornei internazionali.

Gli anni venti furono i suoi migliori. Difese i colori dell’Italia al “torneo olimpionico” di Parigi (12-20 luglio 1924, vinto dalla Cecoslovacchia), insieme a Rosselli, Cenni e Miliani. Romih fu il più bravo dei nostri, senza subire sconfitte, col primo posto ex aequo condiviso con l’argentino Palau nel girone eliminatorio; ma avendo perso lo scontro diretto non poté accedere al girone finale. Identico risultato ebbe al torneo internazionale di Bromley nel 1925.

Finalmente raggiunse il primo posto a Scarborough nel 1925. Il “Times” definì meritata la vittoria di Romih “per il suo gioco eccellente”. Romih, come scrive Sericano ne “i luoghi degli scacchi”, “primeggiò nel suo girone precedendo l’inglese Conde e poi sconfisse in finale un altro britannico, Wenman. Gli avversari non erano di primissimo livello, ma questo è stato per molto tempo uno dei pochi successi italiani all’estero”.

Nel 1926 fu 3° a Hyères e soprattutto buon 5° (ex aequo con Dunkelblum e Soultanbeiev) al forte torneo di Spa, vinto da Samisch e Thomas e dove precedette stimati maestri come Davidson e Koltanowski. Giocò qui come spesso gli accadeva, senza timori, e raccolse 6 vittorie e 5 sconfitte, nessuna patta.

Nel 1927 giocò un minimatch con Nimzowitsch (una patta ed una persa). Ancora 2° lo ritroviamo al torneo annuale del Palais Royal di Parigi 1927, che aveva vinto l’anno precedente. Altro successo, e che rappresentò forse la sua vetta più alta, gli arrise al St. Bride Insitute di Londra nel 1927, a pari punti con Goldstein. Ricordava Adriano Chicco che in quei giorni il “Daily Telegraph” aveva annunciato con anticipo la vittoria assoluta di Romih, senonché all’ultimo turno (dopo un gran bel 6,5 su 8!) lui perse inopinatamente con l’ultimo in classifica e così venne raggiunto da Goldstein, a sua volta vincente. Ma si lasciò dietro giocatori del calibro di Drewitt, Winter e Yates.

Qualche mese dopo vinse il torneo B di Hastings (1927-28) con 6 punti. Nel 1929 fu 7° a Venezia, però nel 1930 soltanto ultimo a Sanremo (ma sconfisse Spielmann), nel torneo che vide il trionfo di Alekhine con 14 punti su 15. Fu proprio a partire dal 1930 che Romih abbandonò la “h” finale nel cognome e utilizzò definitivamente il nome di Massimo.

Nel 1931 fu 6°, su 17 partecipanti, al campionato di Parigi e in seguito concluse sulla parità un match con l’emergente (20 anni) ungherese Andor Lilienthal (+1, =2, -1).

Iniziò a diradare i suoi tornei e i risultati di vertice, tuttavia risultò buon 4° a Parigi nel 1938, quando fermò sulla patta anche Capablanca.

Romi4

Si ripresentò inaspettatamente a buoni livelli nel dopoguerra, nonostante gli anni trascorsi, e il titolo italiano a Reggio Emilia 1947 gli sfuggì disgraziatamente solo a causa di una scivolata contro il terz’ultimo classificato, Siveri. Scriveva allora Giovanni Cenni (che fu il 4° classificato) sulla Italia Scacchistica: “è ritornato quel Romi che tante volte abbiamo ammirato quando seppe tener testa a valenti maestri stranieri; bel giocatore, che predilige il gioco ampio, a largo respiro: l’apertura Romih, sua prediletta, dà aria alla partita di Donna. Egli ha stavolta sfiorato un grande successo: solo la sfortuna gli ha impedito di fiancheggiare Canal al primo posto”.

Insomma, Romih fu un buon giocatore, sempre costantemente su livelli più che discreti, ma che ebbe però dei passaggi a vuoto proprio in occasione delle quattro Olimpiadi alle quali partecipò, come se la “maglia azzurra” non si addicesse troppo ad un istriano: da Londra 1927 a Praga 1931, da Varsavia 1935 a Monaco 1936 gli giunsero soltanto amarezze ed uno score complessivo ampiamente negativo: 19 vittorie, 12 pareggi e ben 39 sconfitte.

Una delle caratteristiche di Max Romih è stata la sua longevità. Infatti nel 1967 a Thorshavn (Isole Faroer), cioè a quasi 74 anni, raggiunse il centro classifica con un notevole 5,5 su 11. A 76 anni prendeva ancora parte al Campionato Italiano di San Benedetto 1969, giungendo ultimo con 2,5 su 10 (vinse Mariotti nome nuovo, con 8 punti, davanti a Cosulich) e finì la sua lunghissima carriera l’anno successivo nel Campionato Italiano del 1970 a Sottomarina Lido, con un apprezzabile 4,5 su 10 (qui vinse Tatai con 8 punti). Occorre dire che questo risultato ottenuto da un settantasettenne stava anche a testimoniare il non elevato livello dello scacchismo italiano negli anni Sessanta e Settanta (e non solo).

Ma è venuto il momento di ascoltare le parole di Romih e la sua opinione intorno al gioco degli scacchi (riprendo da Italia Scacchistica n. 501/1947):

“ ….. il filosofo Leibnitz lo considerava come una scienza; è un’arte, pensano molti, e si può perfino dire che è un esercizio sportivo. Sbaglia grossolanamente colui che crede che esso sia un giuoco per persone decrepite: ci vuole, al contrario, molta giovinezza, molto ardore, un vero entusiasmo, una bella resistenza fisica e una ottima costituzione di nervi per giocare, per esempio un torneo. Raramente si troverà altrove una forma della lotta più pura e completa che nel giuoco degli scacchi. ….

Un furbacchione avrà di quando in quando un certo successo, sarà capace di strappare una vittoria ad un giocatore superiore, avrà una notorietà effimera e basta. Bisogna essere al contrario di una onestà incorruttibile verso sé stessi e non immaginarsi che la prova sia definitiva se per caso si è trionfato su un avversario….

Con tutte le sue complicazioni, fluttuazioni, colpi di scena, sorprese e ingiustizie apparenti, e che permettono qualche volta il trionfo del più debole ma che non sono in fondo che la conseguenza di una logica inesorabile, il giuoco degli scacchi ha un’analogia sorprendente con la vita. Non si ha sempre quel che si avrebbe meritato e ciò si chiama giustizia, giustizia terrestre! Si è castigati di quando in quando per le proprie virtù, i propri errori non hanno sempre conseguenze fatali, il caso –sinonimo della nostra ignoranza e della nostra intelligenza limitata- ha la propria parte beffarda. Sì, il giuoco degli scacchi è un giuoco profondamente umano e sommamente giusto; basta darsi la pena di voler convincersi.

Sarebbe da desiderare ardentemente che nel nostro Paese, dove in tutti i campi dell’intelligenza furono fatte cose di sublime grandezza, il giuoco degli scacchi fosse più conosciuto, e che noi emergessimo dal modesto posto che ora occupiamo, in questa materia, per attingere forse, perché no, al nostro rinascimento scacchistico” (Massimo Romi, settembre 1947).

Insomma, nella carriera di Max Romih, “eterno secondo”, il caso ha avuto una propria “parte beffarda”, ma lui pare riconoscere onestamente che è stato “sommamente giusto” così. Bene. Per essere in pace con sé stessi e vivere a lungo sereni, questo è il miglior viatico.

Purtroppo non ebbe mai a realizzarsi l’auspicio di Romih su un nuovo “rinascimento scacchistico” italiano. Restiamo ad attenderlo, in verità assai poco fiduciosi.

Questa è la variante Romih nel gambetto di Donna: 1. d4 d5 2. c4 e6 3. Cc3 Cf6 4. Cf3 c6 5. e3 Cbd7 6. Ad3 Ab4

Romih si spense a Genova all’età di 86 anni, il 24 aprile del 1979. Oggi ne ricorre appunto l’anniversario.

One thought on “Max Romih, l’eterno secondo

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  1. Bel ritratto di un campione d’altri tempi, che probabilmente ho incrociato (senza rendermene conto, purtroppo!) a Genova, al mio esordio nel mondo degli scacchi a metà degli anni ’60.

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