“Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome”

(Recensione di Riccardo Del Dotto)
E’ cosa che mi fa enorme piacere ripresentare anche ai lettori di UnoScacchista la mia recensione di alcuni anni fa del romanzo di Roberto Cotroneo “Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome”, considerato che si tratta del libro a tema scacchistico che più ho apprezzato assieme a “La variante di Luneburg”: forse perché tocca molte corde a me care, e con un realismo magico degno di Gabriel Garcia Marquez. In più, ebbi la soddisfazione di ricevere i complimenti direttamente dallo stesso Roberto.

“Gli scacchi sono una specie di romanzo dove una persona può far credere di essere un altro.”
(Roberto Cotroneo)

Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome” di Roberto Cotroneo (Mondadori, 2002) è romanzo che coinvolge e avvolge in un universo a sessantaquattro caselle, percorso da un protagonista, Luis, alla ricerca di se stesso tra i luoghi sterminati della memoria.
Luis proviene da Tempestad, paese di un Sudamerica indefinito, località introvabile sulle cartine geografiche, quasi fuori dal mondo. Violinista dal talento atipico, si ritrova senza un perché all’interno di un quartetto composto da Chiara, Giorgia ed Eliseo, con l’intento di preparare un’esecuzione magistrale della Grande Fuga di Beethoven, vertice alto del Romanticismo in musica. Il progetto sarà destinato a fallire. Chiara, ragazza dal fascino ambiguo e dall’oscuro passato, procede ormai a grandi passi verso gli abissi della follia.

Luis fugge senza una meta, s’imbarca come musicista sulla nave Scirocco, dove incontra un ex scacchista, l’americano Donald Byrne, ritiratosi dopo l’incredibile sconfitta subita dal tredicenne Bobby Fischer nel 1956.

Il protagonista comincia allora un inconsapevole viaggio a ritroso verso le proprie origini, tra ricordi indecisi, bagliori del passato, personaggi avvolti da un alone di mistero. Un viaggio che lo riporterà da dove tutto aveva avuto inizio.

Cotroneo - Primo Piano
Roberto Cotroneo

Un romanzo circolare, per definizione dello stesso autore, in cui il nostro gioco è praticamente onnipresente. Ci sembra che gli scacchi marchino i passi del protagonista, quasi si muovesse a salto di cavallo sulla scacchiera della vita, toccando ciascuna delle sessantaquattro caselle, per ritornare da dove era partito. In questo percorso, racchiuso dai quattro vertici della scacchiera (Luis, Chiara, Giorgia ed Eliseo), Donald Byrne (nella realtà scomparso nel 1976), vestirà i panni di un Virgilio enigmatico, a sua volta alla ricerca di un mistero indefinito.
L’atmosfera dell’opera è quella che si respira nel realismo magico sudamericano, dove Tempestad è una sorta di Macondo marqueziana, in cui il sogno diventa la realtà di ogni giorno e la vita scorre lenta, a immagini staccate, per apparizioni, per assonanze, per stupori improvvisi. Tempestad è luogo dell’infanzia; e per questo del mito. O meglio, come sapeva svelarci Cesare Pavese in Feria d’Agosto“Il mito è insomma una norma, lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte, e trae il suo valore da questa unicità assoluta che lo solleva fuori del tempo e lo consacra rivelazione. Per questo avviene sempre alle origini, come nell’infanzia: è fuori dal tempo.”

A Tempestad tutti giocano a scacchi. Ma non ci sono né vincitori né vinti, tutte le partite finiscono patte. Quel gioco vecchio di millenni, nato per simulare la guerra, nei luoghi del mito è culto della pacificazione, in piena armonia con il tutto. E questo condizionerà per sempre, come un marchio indelebile, il destino di Luis.

“Perché tu non sai vincere, Luis; perché vincere è la forma più dolorosa della sconfitta, è la più dolorosa perché la più illusoria.”
La sconfitta è l’impatto più sofferto per Luis col mondo occidentale, dove tutti giocano per vincere: “il dolore della perdita obbliga a cancellare ciò che si perde.”
Tutti hanno perso qualcosa. Luis la memoria. Chiara la ragione. Byrne una partita che ha fatto la storia.

Sulla scia della Novella degli scacchi di Stefan Zweig, la nave Scirocco (“soffiasse davvero quel vento di scirocco…”, canterebbe Guccini), costruita come una scacchiera davanti allo specchio (citazione che rimanda a Massimo Bontempelli), capovolge ogni certezza, con i suoi personaggi dal sapore baricchiano, con i suoi loschi traffici nella stiva, come in Panama di Fossati, su un mare che si tinge del colore del vino, a ricordarci Sciascia. Senza dimenticare Paolo Maurensig, più per Canone inverso che per La Variante di Luneburg, capolavoro dagli accenti diversi.

Citazioni sparse, che raccogliamo come conchiglie sulla spiaggia, di un lavoro prezioso, di una costruzione narrativa cesellata in caselle d’avorio, dove gli scacchi non sono cornice o soprammobile, né quinta o didascalico rimando, nemmeno l’ormai stinta e abusata metafora della vita, ma sono la vita stessa, in coincidenza perfetta.

Cotroneo conclude l’intero viaggio senza dispensare certezze. “Forse ricominciare vuol dire non lasciarsi guidare dai temporali dell’anima. Forse amare è imparare a camminare per questo mondo”.
Forse.

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