Scacchi marxisti-leninisti

(Riccardo M.)
“Meglio al mare o in montagna?” Di questi tempi ne sorridiamo un po’, o alziamo le spalle con distacco, o la ignoriamo perché ignorare o dimenticare la storia è cosa facile. Ma negli anni ’50 in Italia la contrapposizione fra marxisti e antimarxisti raggiunse l’apice. Riporto qui, come documento giornalistico, per rappresentare in minima parte quei sentimenti così opposti, un articoletto apparso nel settembre 1951 sul periodico “La Settimana INCOM Illustrata”, che si schierava apertamente nella seconda delle due categorie.

[L’attrice Lucia Bosè allo “Stadio dei Marmi”, Roma 1951]

“In Russia ormai tutto è politica, tutto è marxismo-leninismo, al punto che anche i “clowns” nei circhi sono costretti ad adattare i loro lazzi all’incremento del piano quinquennale e farne uno strumento di più a gloria del vero socialismo. Figurarsi se in un Paese simile potevano salvarsi gli scacchi. Ecco che anche di questo gioco, popolarissimo in tutte le Russie, è nata una versione ufficiale sovietica. Lo stesso Stalin ha personalmente esaminato e approvato la nuova scacchiera “comunista”. I vecchi simboli, i re, le torri, gli alfieri con cui si gioca sono stati aggiornati e divisi, come la scacchiera, in due opposti settori. Il Re del settore capitalista è rappresentato da uno scheletro coperto da un manto d’ermellino. Una Regina clorotica e scollacciata è la sua compagna; in mano ha un corno dell’abbondanza, da cui colano zecchini e marenghi, o piuttosto rubli d’oro. Dei lavoratori incatenati sono gli Alfieri. Nel settore operaio le cose vanno ben diversamente. Il Re è un meccanico che spira salute, baldanza, audacia. La Regina è una contadina vestita a vivaci colori, coi pomelli rossi e un falcetto in mano. La Torre comunista è un laboratorio, quella capitalista una prigione. Lo scacco “matto” è rappresentato come un “pope”. Il giuoco naturalmente va avanti lo stesso con questi simboli come con quelli tradizionali. Ma pare che nessun giocatore se la senta di dare scacco matto al re comunista, per timore di finire in guardina, o forse in Siberia.”

 

Bergman
L’attrice Ingrid Bergman, 1951

L’articolo de “La settimana INCOM illustrata” sugli “scacchi comunisti” non restò isolato in quei mesi, visto che sia ad “Oggi” (febbraio 1952), sia ad “Epoca” (marzo 1952), con qualche fantasia diversa, piacque trattare l’argomento. Ad esempio “Epoca” accennava a nuove presunte denominazioni marxiste dei pezzi, asserendo che “la Torre, che spazza via tutto quello che incontra, diventerà “la Bomba” e di conseguenza non si dirà più arroccamento ma bombardamento”.

Più saggiamente o imparzialmente e un poco più tardi (agosto 1952) “L’Italia Scacchistica” chiosava il tema con queste parole: “Quante stupidità abbiamo recentemente letto sulla stampa intorno agli scacchi in URSS!”.

Accenniamo brevemente, per concludere questa odierna finestra sugli anni Cinquanta, a La Settimana INCOM, della quale vi abbiamo mostrato in questo post due immagini di copertine del 1951.

La Settimana INCOM” (INCOM stava per “Industria Corti Metraggi Italiani”) non era altro che un breve cinegiornale, di pochi minuti, distribuito nei cinema dal 1946 al 1965 e in genere proiettato prima di ogni spettacolo. A partire dal dicembre 1948 venne stampato anche un periodico, che dal 1950 prese definitivamente il nome di “La Settimana INCOM illustrata”. Tra i suoi collaboratori più o meno fissi si annoveravano firme in quegli anni assai famose, come quelle di Gian Luigi Rondi, Enzo Biagi, Oreste Del Buono, Alberto Giubilo, Maurizio Barendson. Cinematografia, cronaca rosa e sport erano i temi più trattati dal periodico.

Nel 1953 la INCOM decise di costruirsi a Roma una grande sede moderna e polifunzionale, nella estrema (per quei tempi) periferia-nord, all’incrocio fra via Nomentana e via Romagnoli, una sede che io personalmente ricordo molto bene in quanto tre anni dopo con la mia famiglia andai ad abitare poco distante da lì, nella nuova “Città Giardino”, cioè la “Monte Sacro” dell’antica Roma imperiale. E ricordo che proprio lungo il marciapiede del viale davanti ai cancelli della INCOM mio nonno, Pietro, mi portava col primo vento di settembre a raccogliere i pinoli.

Fu per la INCOM una spesa gigantesca per quella sede avveniristica e quegli stabilimenti, ma anche uno dei peggiori investimenti italiani del dopoguerra. Ciò non certo per colpa delle torri o degli alfieri o degli strali di Stalin, ma perché l’avvento brutale della Televisione avrebbe presto segnato il declino inarrestabile e poi la quasi definitiva scomparsa di quel settore della cinematografia.

Quegli edifici e quell’area “ex-INCOM”, poi divenuta proprietà “DEAR Film” e successivamente “STUDI RAI Nomentana”, se non erro sono oggi semi-abbandonati e forse anche a rischio-amianto, in attesa di qualche difficile e interminabile opera di riqualificazione, come diverse altre aree simili.

Chissà se i pini sono sopravvissuti e se qualcuno oggi raccoglierà ancora pinoli in via Romagnoli? La città di Roma ha purtroppo saputo sempre e solo godersi il successo effimero del momento, o vivere di fasti e ricordi storici, e mai percepire ed accompagnare per tempo i grandi mutamenti tecnologici, economici, sociali e climatici, mutamenti inevitabili ai quali la storia ci ha posto e ci pone di fronte: la crisi idrica dell’estate 2017 è stata solo uno degli ultimi, numerosi esempi di inadeguatezza e inefficienza degli amministratori della cosa pubblica.

Roma tristemente si avvicina sempre più a subire lo “scacco matto”, se al più presto non si prenderà da un lato la consapevolezza degli enormi problemi attuali e dall’altro, di conseguenza, ogni severa e reale contromisura indispensabile.

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