Un sonetto di Niccolò Salimbeni

(Riccardo M.)

“E cento millia some de bisanti, e quante belle donne a lu piacesse; e si vorria c’a scacchi on om vincesse dandogli rochi et cavaller innanti”.
“Vorrei che egli avesse centomila sacchi di monete d’oro, e quante belle donne a lui piacessero, e che vincesse ogni uomo a scacchi dando in vantaggio torri e cavalli”.

E’ un sonetto di Niccolò Salimbeni, dell’ anno 1293, citato nell’opera di Giulio Bertoni “Studi medievali” (Loescher, Torino 1911), vol. II, in nota pag. 407.

Chi erano i Salimbeni? Era una famiglia di origine romana, che si portò a Siena prima della nascita di Cristo e vi restò fino al 1477. Poi si trasferì a Napoli e in Calabria e quindi si diramò in altre città, spesso cambiando cognome. Altri componenti del casato li ritroviamo a Pisa, Firenze, Modena, Morano Calabro e perfino Parigi. Il più noto di tutti non era il Niccolò del nostro “Sonetto”, bensì Salimbene Salimbeni, che nel 1095 partecipò alla prima crociata in Terra Santa, quella indetta da Papa Urbano IV: Salimbene Salimbeni fu il primo a salire sulle mura di Antiochia e a piantarvi la bandiera dei crociati; l’anno dopo venne eletto Patriarca di Antiochia.

Un conte Valerio Salimbeni, di Modena, sarà poi citato dallo storico Adriano Chicco (“Storia degli scacchi in Italia” di A.Chicco e A.Rosino, Venezia 1990), per aver invitato nella sua città nel 1862, il grande giocatore italiano Serafino Dubois di ritorno dal suo viaggio a Londra, dove nel mese di luglio ebbe modo di incontrare i migliori giocatori britannici in occasione del grande torneo del 1° congresso dell’Associazione Scacchistica Inglese.

Il “nostro” poeta Niccolò Salimbeni è quasi certamente lo stesso Niccolò citato da Dante  nella “Divina Commedia” con queste parole: “Ricchissimo giovane sanese, ma scialacquatore fuor di misura, il quale fu il primo a condire fagiani con garofani, ed altra maniera di spezierie”. Chiodi di garofano a parte, avevano tutti vizi costosi, questi  giovani della “brigata spendereccia” dei Salimbeni, ricchi proprietari terrieri e commercianti (principalmente spezie, appunto, e seterie). Di loro la storia non parla un gran bene, vista anche la rivalità che ebbero, spesso sfociata in sanguinosi episodi, con l’altra importante famiglia di Siena, quella dei Tolomei.

Chi era invece il Giulio Bertoni che ci ha tramandato quel sonetto? Era un importante filologo (anche lui – guarda caso – di Modena, 1878-1942), autore di numerosissime opere e docente di filologia romanza presso l’Università di Torino (1905) e poi in quella elvetica di Friburgo (fino al 1921). Quei temi, cari alla poesia e tradizione letteraria medioevale, ebbero poi, nell’opera dell’erudito “maestro” modenese, un seguito in altri due lavori: “Poesie, leggende e costumanze del Medio Evo” (Modena 1917) e “Studi su vecchie e nuove poesie e prose, d’amore e di romanzi” (Modena 1921).

“…. e si vorria c’a scacchi on om vincesse dandogli rochi et cavaller innanti”.

Eh, sì: la famiglia Salimbeni, anche loro a far parte (tra i primi, anzi, e certo inconsapevolmente) della nostra grande famiglia degli scacchi!

3 thoughts on “Un sonetto di Niccolò Salimbeni

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  1. Grazie Riccardo, non conoscevo questo bel sonetto; tanto più che a breve sarà pubblicato un articolo sulle partite cosiddette ‘a vantaggio’.

  2. Bello, ma se si tratta di un sonetto mi piacerebbe leggerlo tutto, questa è solo una quartina! Mi piace soprattutto il termine “rochi”, che evidentemente sono le torri. Infatti gli inglesi dicono “rook”: mi accorgo ora che anche questo termine è derivato dalle lingue neolatine (rocca).

  3. Hai ragione, Chicco, io non pensavo potesse interessare l’intero sonetto.
    C’è però da tener conto che ne esistono trascrizioni leggermente diverse.
    Ad esempio si può trovare “rocchi” in luogo di “rochi”.
    Ti ringrazio.
    Eccolo:

    Dugento scodellin di diamanti
    Di bella quadra l’an vorria ch’avesse,
    E dieci rosignoli, che stetesse
    Dinanzi lui, facendo dolci canti.

    E cento millia some de bisanti,
    E quante belle donne a lu piacesse;
    E si vorria c’a scacchi on om vincesse
    Dandogli rochi et cavaller innanti.

    E l’eritropia avesse in balia
    Quello, a cui in detto ho tanto dato,
    Che certo in fatto ancor più lo vorrìa.

    Ch’ell’ ha di me tutta la signorìa.
    E ha il mio cor di te soggetto fato
    Per lo diletto di sua compagnìa.

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