Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Scacchi: a quando un risveglio in Italia?

8 min read

(Riccardo M.)
In Italia non ci sono dei giganti della scacchiera, non esistono dei circoli con un numero così grande di soci come in Germania ed Inghilterra, ma coloro che si dedicano al gioco, vi si dedicano con vero trasporto; la loro propaganda è sincera ed è pegno di un risveglio non momentaneo ma certo e duraturo”.

Chi è che parla così? E’ Siegbert Tarrasch, il tedesco nativo di Breslavia (1862-1934) che fu, a cavallo fra XIX e XX secolo, uno dei più forti e noti giocatori al mondo.

Sono trascorsi circa 105 anni dalle parole del “Praeceptor Germaniae”, pronunciate al termine di un giro scacchistico che nel 1914 lo condusse in varie località italiane. Tanti. Apparentemente queste considerazioni di Tarrasch potrebbe farle chiunque ancor oggi. E invece no, oggi non si può purtroppo sottoscrivere ogni gentile parola del campione tedesco, anche se applicabile senza dubbio a molti entusiasti e disinteressati operatori del settore.

E infatti ci deve essere pure un motivo se l’Italia, a parte il miglior Sergio Mariotti degli anni ’70, e a parte la parentesi Caruana (peraltro ben poco … italico), ha sempre visto i suoi giocatori oltre il centesimo o il duecentesimo posto delle classifiche Elo internazionali, con l’unica eccezione del 92° posto di Stefano Tatai nel 1981. E dopo Tatai, in 38 anni, nessun italiano (salvo errore) è mai entrato tra i primi 160, sfiorati soltanto da Godena (162°) nel 1996. Oggi il meglio piazzato è Vocaturo, al posto n. 193 fra i giocatori attivi. In qualunque altra disciplina sportiva, non avere un nostro rappresentante fra i primi 100 o 150 del mondo porterebbe ad interrogarsi sull’opportunità di sedersi un attimo a valutare e discutere tutte le problematiche di quello sport nel Paese e la reale capacità ed efficacia dell’intera sua filiera organizzativo/direttiva. Negli scacchi no, tutto va avanti nel silenzio e nell’indifferenza. E siamo abituati così da tempo, anzi da sempre. Però ci deve essere qualche motivo se il Gioco degli Scacchi  non ha mai “sfondato” nelle abitudini dell’italiano medio. Vediamo insieme.

Premetto anzitutto che le prossime mie impressioni si basano pressoché esclusivamente sulla realtà scacchistica romana e laziale, ma ho la sensazione che non sia molto diverso ciò che accade nel resto d’Italia.

Il punto fondamentale e dirimente è questo, a parer mio: il piccolo mondo degli scacchi vive in Italia  in un piccolo fortino isolato e lontano, anche se qualcosa si è mosso a volte nella direzione giusta nell’ultima dozzina d’anni.  Di solito il privato cittadino lo incontra per caso, questo fortino con i suoi adepti, e chi ha per gli scacchi, sia pure occasionalmente, qualche attenzione, potrebbe talora perfino essere portato ad allontanarsi o addirittura ad essere allontanato da tale, talora scarsamente accogliente, fortino.

In specie nelle grandi città la vita di un circolo è spesso completamente avulsa dal suo quartiere, dai suoi centri culturali e sociali, dalle altre realtà giovanili. Il piccolo fortino a volte non parla, non comunica, non attrae. Ha di solito un solo interesse: quello di circondarsi di persone che portino iscrizioni ai tornei, portino qualche tessera, portino qualche quattrino per far fronte ai bilanci o al canone di affitto dei locali, assicurino difese intorno al fortino medesimo e a chi lo gestisce, aiutino ad acquisire qualche merito o punteggio.

I giocatori più titolati? Beh, se si iscrivono ad un circolo lo fanno per lo più per partecipare al Campionato italiano a squadre. A loro della vita di circolo e della crescita del circolo e della diffusione del nostro gioco (con le solite dovute eccezioni, ovviamente) non interessa proprio nulla, purtroppo. Semmai a qualche maestro possono interessare lezioni private, non di più. E pertanto il circolo resta di solito un mondo chiuso in se stesso, a volte perfino fisicamente nascosto, teso più che altro a conservare la seggiola dei propri addetti ai lavori e a distribuire qualche riconoscimento a qualcuno. Questo accade nonostante l’inserimento del nostro sport nel CONI. E ciò è da giudicare come un’aggravante.

Le eccezioni ci sono, certo che ci sono, e ne abbiamo parlato varie volte nel nostro Blog, ad esempio citando (per quanto concerne il Lazio) le iniziative di Alessandro Pompa o di Massimo Carconi o di Lucio Rosario Ragonese. Nel Nord, nomi noti quali Adolivio Capece o Roberto Messa (ammirevole è la sua trentennale “Torre & Cavallo-Scacco!“) hanno fatto sempre molto per la diffusione del nostro gioco. Ce ne saranno di certo degli altri in giro per il Paese, e mi perdoneranno se non li cito in quanto non li conosco. Ma temo siano parte minoritaria del sistema. Ci voleva di più, ci voleva qualcosa di diverso per una vera e generalizzata rinascita. Personalmente, negli ultimi 50 anni credo di aver conosciuto  una sola persona che aveva i mezzi, la voglia, la visione e la capacità per poter far uscire gli scacchi italiani dal letargo, dal pantano. Questa persona è stata, sul finire dello scorso secolo, il bravissimo maestro internazionale Alvise Zichichi (1938-2003), Presidente della Federazione Scacchistica Italiana per pochissimo tempo. Il “pantano” ha avuto presto la meglio su di lui, purtroppo.

Qualche anno fa ho assistito ad alcuni turni di una finale di campionato italiano assoluto: un’atmosfera quasi kafkiana, nel silenzio generale, nell’assenza di mass media, nell’assenza assordante di qualunque tipo di vero pubblico, nell’assenza di giornalisti e fotografi a volte finanche allontanati con qualche rigido appiglio ai regolamenti (mi è capitato in altro torneo), e con la cerchia di appassionati e tifosi tutti di norma raccolti in privato intorno ad internet o a dissertazioni inutili e fumose sulla variante Rossolimo  della difesa Siciliana.

Ma voi pensate che seguire i propri beniamini su di uno schermo di PC sia proprio la stessa cosa che guardarli dal vivo, mostrarli ai propri figli e nipoti, stringer loro la mano e farsi fare un autografo, magari anche scambiare qualche parola con loro a fine partita? E a me, scusate, che me ne importa della variante Rossolimo della difesa Siciliana o della variante Ippopotamo della difesa Robatsch, quando ancor oggi le due uniche persone del mio palazzo che “sanno giocare” a scacchi mi chiedono se come prima mossa possono spingere contemporaneamente due pedoni di un passo? E se questi stessi regalano ai loro figli e nipoti di tutto tranne che un libro di scacchi o una scacchiera? E a cosa servono i tanti tornei e le tante manifestazioni organizzate in giro per l’Italia se poi il contatto con popolazione e pubblico indistinto resta generalmente freddino, si esaurisce in 24 ore e non fa scattare nessuna passione? Mi si dice che oggi abbiamo le “diretta streaming”; sì, ma il grande pubblico, quello di RAI, di Sky, dei maggiori quotidiani, quello mica si avvicina alla “diretta streaming”, che è pasto esclusivo della cerchia ristretta di appassionati!

Lo Sport italiano e tutti gli addetti ai lavori nel mondo degli scacchi dovrebbero almeno riflettere su una fondamentale circostanza. Nel 1972 ai vertici degli scacchi mondiali c’erano un russo (Spassky) ed un americano (Fischer), rappresentanti non casuali delle due super-potenze politiche ed economiche mondiali di allora. Ai nostri giorni sono fortemente entrate in scena negli scacchi le altre due potenze mondiali emergenti : l’India e la Cina. Questo sta a significare che esiste certamente un legame fra la crescita e la diffusione degli scacchi e la crescita di una società civile e lo svilupparsi di un’economia e della cultura in generale in una nazione.

La valenza degli scacchi in questo processo di crescita di un Paese potrà meglio dispiegarsi in Italia il giorno in cui saranno finalmente recepite ed assimilate quelle teorie ed analisi intorno al punto d’incontro fra cultura scientifica e cultura umanistica, quando cioè sarà chiaro che gli scacchi possono essere uno degli esempi più alti di creatività scientifica e quindi di unione fra i concetti di bellezza/eleganza da un lato e di sperimentazione fisica dall’altro. Si tratta di temi intorno ai quali ricordo si svolse nel 2009 un Convegno presso l’Accademia dei Lincei dal titolo “Storia naturale della creatività”, nel quale gli scacchi ebbero un momento di seria attenzione. E si tratta anche di temi che per primo nel mondo degli scacchi italiani intesi come “Sport della mente” seppe considerare appunto il nostro Alvise Zichichi e ai quali via via negli anni si erano avvicinati o si sarebbero avvicinati personaggi di spessore come il neuro-scienziato Lamberto Maffei, il medico sportivo Maurizio Sgroi, lo scacchista ed ex rugbista Renato Tribuiani, il medico psichiatra (e scacchista) Marco Valenti ed altri ancora. Ma sono temi per i quali evidentemente il movimento scacchistico italiano non è ancora pronto nella sua globalità e centralità prettamente agonistica ed utilitaristica.

Accennavo ai mass media. Ebbene, un paio di settimane fa, l’11 giugno per la precisione, è andato in onda su “Eurosport” (canale 210) un servizio su un torneo del Grand Prix Series, da Mosca, peraltro conclusosi già da giorni, quindi si trattava di una registrazione. Discrete le immagini, sì, ma i commenti erano banali e scollegati dalle immagini, mentre la traduzione in italiano è parsa fastidiosamente scadente, al punto da ascoltare espressioni scellerate quali “variante teoretica” o “sacrificio di scambio“! Penoso. Eurosport dedica tante ore giornaliere di cronaca diretta (ad esempio) allo “snooker“, sport altamente e facilmente televisivo. Va bene. Ma agli scacchi chi ci pensa? Nessuno? Eppure qualcuno ha affermato, di certo esagerando, che il gioco degli scacchi è conosciuto in tutto il mondo da centinaia di milioni di persone!

No, in ogni caso così in Italia non va, così si spengono le fiammelle, così non c’è semina. Ma ugualmente sembra vada bene così a (quasi) tutti. Ognuno ne avrà i propri piccoli e personali motivi. Peccato. Peccato perché il pubblico, ricordiamocelo, dovrebbe costituire (soprattutto il giovane pubblico, gli studenti, la scuola … la scuola!) il futuro del gioco, la sua insostituibile linfa, la principale cinghia di trasmissione fra il piccolo fortino isolato e lo sterminato e ignaro mare che lo circonda.

Lo stesso progresso tecnologico degli ultimi 25 anni (internet, i software eccetera …) non può affatto essere chiamato sul banco degli imputati. Sarebbe un errore, in quanto il progresso tecnologico è anzi un elemento in più atto a favorire la pubblicità e la propaganda del gioco degli scacchi.

Lucio Ragonese mi diceva un giorno che la rovina degli scacchi in Italia sono gli scacchisti, e forse non ha tutti i torti! In proposito, dell’amico Alessandro Pompa ricordo queste parole che mi scrisse un paio di anni fa: “Lucio ha ragione! La soluzione (se ce n’è una)? Forse è quella di non diventare “scacchisti” ma “giocatori”. Che facciano giocare. A tutto. Non giochino e basta. A un gioco solo, per giunta … Che usino il gioco come un MEZZO, non come un fine. Si svuotino gli arsenali e le Federazioni. Si riempiano i granai e le piazze: di gente in festa, che gioca. Per la gioia di giocare.

Disgraziatamente, caro Alessandro, il Gioco degli Scacchi in Italia è visto dalla gran parte degli scacchisti, giocatori e dirigenti di ogni livello, come un fine e non come un mezzo. E questo ne ostacola in maniera quasi irrimediabile il successo e la diffusione.

Malo hic esse primus quam Romae secundus” (“preferisco essere primo qui che secondo a Roma”). E’ la frase (scherzosa) che il biografo Plutarco, intorno all’anno 100 d.C., aveva attribuito a Giulio Cesare e che pare l’imperatore abbia pronunciato in un minuscolo villaggio delle Alpi in Gallia. E proprio qui sta dunque l’immenso e inestirpabile difetto, in questa atavica mentalità italica: è questa la catena che in Italia imbriglia e tiene ancora prigioniero nel fortino, lontano e scarsamente visibile, il nostro bellissimo sport. E, purtroppo, non solo questo sport  ….

Il risveglio italiano auspicato più di 105 anni fa da Tarrasch è probabilmente ancora rinviato a data da destinarsi.

3 thoughts on “Scacchi: a quando un risveglio in Italia?

  1. Bello, vero, triste. Ciò che scrivi evidenzia che l’italiano non è ancora pronto, non ha ancora preso piena coscienza di chi è. Forse aveva ragione quel liberale di Massimo D’Azelio….

  2. Il sole di questi giorni è davvero micidiale! Correggo il D’Azelio in d’Azeglio e chiedo umilmente perdono …..

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