Uno Scacchista

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GM Luca Shytaj: quale futuro per gli scacchi dopo la pandemia?

7 min read

(Riccardo M.)
Luca Shytaj è un noto Grande Maestro italiano ed è anche un bravissimo ricercatore scientifico, biologo, come già sanno i nostri lettori più affezionati. Luca lavora nel settore della virologia, presso l’Università di Heidelberg, in Germania.

Parliamo oggi con lui un po’ di scacchi, con riferimento all’attuale complicata situazione sanitaria ed economica nel mondo.


1: Luca, il futuro degli scacchi sarà roseo o grigio? Giorni fa leggevo un titolo: “tutti pazzi per gli scacchi al tempo del coronavirus”. Il lockdown avrà fatto davvero scoprire gli scacchi on-line a nuove masse di persone? Raddoppieranno forse gli iscritti alla FSI e i lettori di riviste specializzate e Blog? 

Dipende da quale aspetto del gioco si vuole considerare. Gli scacchi agonistici e in generale il lavoro dei professionisti non potranno che avere ricadute negative. Per quanto riguarda la platea degli appassionati è possibile che ci sia un aumento di giocatori e spettatori online.
Gli scacchi dopo tutto hanno sempre esercitato un grande fascino sulla società e quasi tutti conoscono le regole del gioco.
Non è improbabile che approfittando della chiusura forzata di luoghi di ritrovo ed eventi sportive alcune persone ri-scoprano una passione scacchistica. Difficile dire se questo fenomeno sopravviverà quando la situazione si sarà normalizzata.

2: So però di un recente articolo del Corriere dello Sport, questo: “il calcio è più sicuro degli scacchi”. Si riferiva a un particolareggiato studio del Politecnico di Torino (oltre 400 pagine) maturato dopo confronti con tutte le Federazioni e con le Discipline sportive associate (quindi anche scacchi).
Possibile sia davvero così, in uno sport come il nostro dove (a differenza di tanti altri) non c’è strettissimo contatto fisico? Se conosci questo studio, cosa ne pensi? 

Ho letto l’articolo e altre opinioni di seconda mano sullo studio. Ovviamente stilare questo tipo di valutazioni su un virus emerso da pochi mesi non può che essere controverso. Tuttavia non sono così sorpreso dalla decisione di considerare gli scacchi ad alto rischio.
Il problema a mio avviso è concentrato nei tornei open con alto numero di partecipanti. Sono eventi in cui molte persone condividono una sala per ore per non parlare della climatizzazione, che secondo alcuni studi può rappresentare un pericolo a sé. In ogni caso in questi tornei le distanze di sicurezza sarebbero difficili da far rispettare a meno di non voler imporre regole draconiane sulle passeggiate fra una mossa e l’altra.
A tutto questo va aggiunta la difficoltà di preservare una distanza sufficiente fra i due avversari. Insomma, vedo difficile conciliare la natura del torneo open come evento semi-vacanziero per la maggior parte dei partecipanti con le limitazioni necessarie per limitare i rischi di contagio.
A parte lo sviluppo di un vaccino efficace, che nella migliore delle ipotesi richiederà dei mesi, l’unica alternativa che posso immaginare per consentire un evento del genere sarebbe un test rapido che consenta di accertare la negatività al coronavirus per tutti i partecipanti e gli arbitri. Tale test al momento non esiste e non è detto che se dovesse essere sviluppato sarebbe economicamente sostenibile per la maggior parte dei giocatori o organizzatori.
Ciò detto, credo che i tornei chiusi ed in generale gli eventi di punta con pochi partecipanti potrebbero adeguarsi alle norme necessarie per giocare in sicurezza, anche più facilmente di sport che coinvolgono contatto fisico.

3: Dopo il Covid19 “nulla sarà più come prima”, si dice. Per gli scacchi che futuro si prospetta? Un futuro di declino, in specie se mancheranno tornei e sponsor, o ci sarà soltanto una loro trasformazione in qualcosa di profondamente diverso? 

Un evento inatteso e devastante come l’attuale pandemia può indurre qualche esagerazione. Generalmente quando durante una crisi si dice che “nulla sarà più come prima” dopo qualche anno tutto torna più o meno come prima.
Gli scacchi esistono da secoli e difficilmente una singola emergenza potrà cambiare molto la storia del gioco. A lungo termine come potenziale fattore di trasformazione per gli scacchi mi sembra molto più rilevante la tendenza della società a prediligere attività online che richiedono concentrazione di breve durata.

4: I circoli storici, già da qualche tempo piuttosto in crisi, rischieranno sempre di più la sparizione? Diverranno circoli-on-line?

Il ridimensionamento dei circoli storici sembra un fenomeno inesorabile. La pandemia potrebbe avere il ruolo di accelerarlo, ma come menzionavo nella risposta precedente, lo spostamento dei giocatori verso piattaforme online si inserisce in una tendenza generale della società che mi sembra difficilmente reversibile.

5: E i principali tornei e match mondiali? Possono esistere dei matches che prescindono dalla presenza/confronto fisico dei due avversari?

Non penso che sarebbe complicato, anche nelle condizioni attuali, organizzare match o tornei chiusi con pochi giocatori. Se si deciderà di organizzare questi eventi online penso che si tratterà più di una decisione strategica o pubblicitaria che di una scelta obbligata.

6: E’ possibile secondo te giocare “a distanza”, su tempi regolari, annullando completamente il rischio del cheating? Oppure ritieni che gli scacchi, anche per eliminare questo rischio, evolveranno sempre di più verso cadenze di gioco “Rapid”?

Su tempi regolari è probabilmente molto difficile, anche se si potrebbero ipotizzare livelli di controllo multipli (telecamere, screen sharing etc.) che, insieme a punizioni esemplari per chi imbroglia, potrebbero disincentivare un po’ il cheating.
Tuttavia, è probabile che tornei online “seri” avranno per lo più tempi di riflessione veloci compatibili con lo stare seduti al proprio posto per l’intera durata della partita.

7: Il tuo personale ruolo negli scacchi dei prossimi anni quale sarà, Luca? Sempre quello di un appassionato e fortissimo dilettante?

Sì, avevo già deciso anni fa di non provare a diventare un giocatore professionista. Ogni tanto mi viene la tentazione di pensare “chissà cosa avrei potuto raggiungere”, ma generalmente analizzare le mie partite funge da efficace antidoto a questa domanda.

8: Infine, e qui mi rivolgo al Luca-biologo e ricercatore: a tuo parere quanto tempo sarà necessario affinché il mondo si liberi completamente, dal punto di vista sanitario, dall’attuale sciagura del Covid19?  E davvero, come sostengono alcuni, ci dovremo preparare per una nuova ondata di contagi nel prossimo autunno?  

Gli interventi che potrebbero consentire di lasciarsi alle spalle quest’epidemia sono tre: un test diagnostico rapido e a basso costo, una terapia efficace e applicabile su larga scala anche in contesti ospedalieri poveri e un vaccino in grado di immunizzare (almeno) tra i due terzi e i tre quarti della popolazione. Probabilmente anche solo due di questi interventi sarebbero sufficienti per ridurre nettamente i rischi correlati all’epidemia, ma è quasi certo che, almeno per il vaccino, serviranno mesi se non anni per svilupparlo.
Sul fronte terapeutico invece ci sono già farmaci che hanno dato risultati interessanti, che, se confermati, potrebbero consentire di limitare la mortalità associata all’infezione. Per quanto riguarda una seconda ondata, è difficile avere certezze. Considerato la percentuale di persone stimate avere anticorpi contro il virus in Europa a mio avviso è probabile che una seconda ondata si verificherà: la domanda è se sarà più o meno aggressiva della prima.
I precedenti, come quello dell’influenza Spagnola, non sono confortanti in quanto la seconda ondata in quel caso fu la peggiore. Tuttavia, è anche probabile che il livello di preparazione e, si spera, le terapie a disposizione, saranno molto migliori e consentiranno di limitare al massimo i danni di una potenziale seconda ondata.

9: Parli di vaccino, quindi ritieni che sia possibile sviluppare l’immunità, almeno temporanea, al COVID-19. Questo significa che ritieni possibile arrivare all’immunità di gregge? Pensi che la scelta della Svezia sia, in tempi medio-lunghi, migliore di quella del lockdown adottata quasi ovunque?

Ci sono buone ragioni per pensare che un’immunità contro il virus sia possibile.
In primo luogo, vecchi studi condotti durante l’epidemia di SARS hanno indicato la persistenza di anticorpi contro il virus fino ad almeno tre anni dopo l’infezione. Inoltre, un lavoro recente sull’attuale virus pandemico SARS-CoV-2 ha dimostrato che tutte le persone infettate sviluppano anticorpi, anche se è ancora dibattuto quanto questi anticorpi siano in grado di proteggere da una nuova infezione.
Ritengo possibile e anzi probabile l’immunità di gregge, ma non credo che raggiungerla “naturalmente”, ovvero senza un vaccino, sia la scelta più consigliabile. Per quanto ne so, le uniche località in cui i test sierologici hanno indicato il possibile raggiungimento dell’immunità di gregge sono alcune cittadine bergamasche dove il virus ha causato un numero di morti agghiacciante.
Detto ciò, non è assolutamente chiaro se un lockdown totale sia la scelta più adatta ovunque. I dati della Svezia possono essere interpretati in vari modi. Se si confronta la loro mortalità per milione di abitanti con quella d’Italia o Spagna non sembra che le misure più restrittive abbiano aiutato molto.
Tuttavia, se invece si utilizzano gli altri paesi scandinavi come confronto, la Svezia ha una mortalità relativa più alta.
Esistono poi altri approcci, come quello seguito dalla Turchia, che combinano un lockdown parziale con un trattamento farmacologico precoce a tappeto dei casi positivi identificati.
Ci sono ancora troppe variabili per dire con certezza quale sia l’approccio giusto, ma personalmente propenderei per il lockdown parziale che mi sembra essere il compromesso più ragionevole.


Su Luca Shytaj, nato nel 1986 a Tirana ma trasferitosi in Italia da bambino con la famiglia, avevamo già scritto un paio di anni fa in questo bel post di Ivano Pedrinzani. Oggi ringraziamo Luca per averci concesso l’opportunità di questa conversazione di così spiccata attualità e gli auguriamo tanti successi nella sua impegnativa e importante carriera.

3 thoughts on “GM Luca Shytaj: quale futuro per gli scacchi dopo la pandemia?

  1. Come sempre Luca si dimostra persona di grande equilibrio e saggezza, oltre che di grande competenza. Tantissimi complimenti per questa intervista, da non perdere! Piercarlo Barocelli, medico e scacchista appassionato

  2. Sempre bello sentire parole di moderazione e buon senso. La frase “Generalmente quando durante una crisi si dice che “nulla sarà più come prima” dopo qualche anno tutto torna più o meno come prima.” sarebbe da incorniciare.

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