Uno Scacchista

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“La Regina degli scacchi”: da non perdere

5 min read

(Uberto D.)
Dal 23 ottobre è disponibile su Netflix la serie “La Regina degli Scacchi” (“The Queen’s Gambit“) di cui da mesi si diceva un gran bene. Tratta dall’omonimo libro di Walter Tevis (Lo spaccone, L’uomo che cadde sulla Terra), con la consulenza per gli aspetti prettamente scacchistici di Garry Kasparov e Bruce Pandolfini (che collaborò direttamente con Tevis ai tempo della scrittura del libro), diretto da Scott Frank (sceneggiatore di Minority Report) e con un cast di giovani e talentuosi attori, conteneva tutti gli ingredienti per un sicuro successo… o per un terribile flop.

Già, perché i film a soggetto scacchistico hanno raramente mantenuto le attese, tra stereotipi e mosse improbabili, senza contare che il libro di Tevis tocca temi abbastanza delicati, quali le dipendenze da alcol e da farmaci (cosa che ha necessariamente portato a vietare la visione a chi ha meno di 14 anni).

Dopo aver visto tutta la serie, organizzata in sette episodi di un’ora l’uno, posso dire che è assolutamente imperdibile. Ovviamente lo è per noi scacchisti, ma anche per chi apprezza una recitazione intensa e credibile, una sceneggiatura ben oliata, ricostruzioni iconiche degli anni ’60 e una regia sicura e ispirata. Il tutto arricchendo il testo originale con preziosi dettagli che ben raccontano la parabola di solitudine, alienazione, speranza, emancipazione e risurrezione percorsa da Beth Harmon (una straordinaria Anya Taylor-Joy).

Non vi darò ovviamente dettagli sulla storia o sui singoli episodi. Posso solo dirvi che l’ho guardata con interesse crescente, scoprendo una ricostruzione eccellente di partite, tornei e rapporti tra scacchisti nella quale ho ritrovato molte delle mie sensazioni degli anni in cui ho giocato a livello agonistico. Le posizioni, le partite e le combinazioni giocate sono assolutamente perfette (finalmente sugli schermi una rappresentazione irreprensibile: era ora!) e ho gioito nel riconoscere molte delle partite che Kasparov ha scelto per dimostrare la forza scacchistica di Beth e dei suoi avversari.

Ad essere pignoli, c’è ancora qualche margine di miglioramento: i giocatori muovono quasi sempre troppo velocemente (i tempi scacchistici non si accordano bene con i tempi cinematografici…), talvolta le catture sono eseguite con imperizia, le mosse non sempre vengono scritte sul formulario, quasi tutti abbandonano mettendo giù il re (chissà perché) e, soprattutto, a volte i giocatori parlano tra di loro (addirittura in un paio di casi per proporre patta una mossa prima di abbandonare!). Sono però debolezze veniali, che non tolgono valore all’assieme.

Una caratteristica della storia e, necessariamente, della trasposizione cinematografica è la ricchezza dei personaggi femminili, specialmente se confrontati con quasi tutte le figure maschili, rappresentate come vigliacche, presupponenti e destinate a fungere da comprimari pur credendosi protagonisti. Spiccano gli scacchisti Harry Beltik (impersonato da un Harry Melling che non vedevo dai tempi dei film di Harry Potter), Benny Watts (Thomas Brodie-Sangster, direttamente da “Il Trono di Spade“) e Townes (del quale, quasi a sottolinearne l’importanza, non si conosce il nome di battesimo) interpretato da Jacob Fortune-Lloyd. Ma la vera figura di riferimento per Beth è Mr. Shaibel (Bill Camp, di nuovo senza nome), colui che insegna il gioco alla protagonista e per primo ne intuisce le enormi potenzialità: “A dir la verità, piccola… sei stupefacente“, dice alla Beth di 9 anni, (interpretata con incredibile maturità da Isla Johnston) poco tempo dopo averle insegnato le prime aperture.


Gli scacchi non sono solo competizione; gli scacchi possono essere anche… meravigliosi.
(Beth Harmon)


Nella storia di Beth Harmon, genio scacchistico americano del Kentucky degli anni ’60, non può mancare la contrapposizione con “i russi”, ma al di là dei prevedibili luoghi comuni, le scene del torneo di Mosca dell’ultimo episodio li rappresentano in maniera molto nobile, quasi cavalleresca se confrontati con gli scacchisti statunitensi, come se la evidente passione per gli scacchi sia in grado di elevare l’anima di chiunque. La gentilezza degli avversari sulla scacchiera (tra i quali anche un italiano, tale Flento, e il campione del Mondo Vasily Borgov interpretato da un fascinoso Marcin Dorociński) e soprattutto la simpatia degli appassionati russi per la “ragazzina terribile” costituiscono un potente messaggio sul valore degli scacchi come lingua universale e come metafora della competizione nel rispetto reciproco.

A voler trovare un limite alla serie, che sta ricevendo commenti molto positivi anche da grandi nomi come Stephen King, c’è qualcosa che avevo percepito senza esserne certo e che Olimpiu G. Urcan (giornalista, scacchista e storico degli scacchi che spesso cito nei miei post) ha confermato in uno dei suoi eccellenti articoli. Per spiegarvelo, vi riporto alcune delle partite che sono riuscito a riconoscere guardando la serie, integrate da quelle che ha elencato Olimpiu:

  • Gioacchino Greco (partita dimostrativa da uno dei suoi libri)
  • Reti – Tartakower (1910)
  • Nezhmetdinov – Kasparyan (1955)
  • Mieses – Reshevsky (1935)
  • Fischer – Larsen (1958)
  • Jakovenko – Stellwagen (2007)
  • Morphy – Conte Isoard & Duca Brunswick (1858)
  • Stein – Matanović (1965)
  • Averbakh – Tolush (1953)
  • Topalov – Kasparov (1995)
  • Sax – Korchnoi (1986)
  • Hübner – Kasparov (1985)
  • Ivanchuk – Wolff (1993)

Oltre ad ammirare le scelte di Kasparov, notate qualcosa? Non c’è nessuna partita nella quale sia protagonista una donna. Né del passato, né del presente, né della più forte giocatrice di sempre, Judit Polgar. Una sorprendente mancanza, che sembra quasi una sottolineatura di come, anche se Beth Harmon è la protagonista assoluta della storia, gli scacchi siano un gioco unicamente maschile. Una mancanza che si fa sentire anche maggiormente quando, accanto a citazioni complessivamente corrette dei grandi nomi del passato, Beth viene paragonata a Nona Gaprindashvili, “che è la campionessa femminile (NdA: sovietica) ma non ha mai giocato con gli uomini“: una affermazione chiaramente errata e, visto il livello dei consulenti, spiegabile solo con la voglia di affermare narrativamente l’unicità della ragazza americana.

Diciamo che nessuno è perfetto e godiamo comunque di questa eccellente produzione cinematografica. E’ un vero peccato che non si possa mostrare “La Regina degli Scacchi” ai ragazzi perché sarebbe un’ottima promozione del gioco. Chi di voi ha la possibilità, investa un po’ di tempo per immergersi nel mondo degli scacchi attraverso gli occhi appassionati di Beth Harmon. Saranno sicuramente ore ben spese per guardare un prodotto di ottima fattura e sentirsi risvegliare dentro quella passione ingenua e totalizzante che tante volte ci fa e ci ha fatto battere il cuore.


P.S. del 1 Novembre 2020: dopo aver visto la serie anche in italiano, devo purtroppo dire che il lavoro di traduzione è fatto molto male per i termini scacchistici. Sentire due giocatori che si scambiano mosse senza scacchiera dicendo “ci ci tre” (invece di “Cavallo ci tre”) o “Pedone erre cinque” (usando improvvisamente la notazione descrittiva) o sentir dire “Io rinuncio” invece di “Abbandono” è insopportabile. Evidentemente se la produzione ha chiesto la consulenza di Kasparov e Pandolfini per la versione in inglese, per la traduzione in italiano ci si è affidati a Google Translate. Peccato, un punto di demerito.

6 thoughts on ““La Regina degli scacchi”: da non perdere

  1. L’ultima partita non è la Ivanchuk-Wolff o, meglio, lo è fino alla 36a mossa. Ivanchuk proseguì con 37.g4, Harmon gioca 37.Ce6 (54’25” dell’episodio). Ed è un’altra partita: un miglioramento di Kasparov?

    1. Sì, Salvatore, è una variante elaborata da Kasparov sulla base della Ivanchuk-Wolff. Anche la partita Jakovenko-Stellwagen non continuò con 40. h5 (come gioca Beth Harmon) ma con 40. Txb7. Insomma Kasparov non ha solo scelto le partite, in qualche caso le ha anche elaborate.

  2. Non hai menzionato il matto del barbiere che subisce la giovane scacchista nella prima partita con il custode 🙂 Comunque scherzi a parte concordo pienamente con la critica positiva e devo dire che per quanto la serie sia fatta bene può piacere tranquillamente anche a un non scacchista. Mi ha talmente appassionato che ho visto in un solo giorno tutti i 7 episodi. Chi di noi non ha almeno sognato di notte la scacchiera, gli scacchi e le mosse? Quando facevo i tornei ho vissuto momenti molto simili, ma non con gli stessi risultati 🙂

  3. Complimenti per la recensione. Mi risparmia di dire ad amici e colleghi cosa penso della serie. Lo dici benissimo tu e, se non ho voglia di rispondere, non faccio altro che girare il tuo commento. Come puoi immaginare sono scacchista anch’io e come puoi immaginare ho ricevuto (e ricevo ancora) inviti a guardare la serie. Concordo sulla venialità di certe imprecisioni e sulla necessità di coinvolgere anche un consulente italiano (non mancano di certo) per la traduzione. Io ho sopportato a fatica la pronuncia sbagliata di Aljechin o Alekhine alla francese, non certo all’inglese. Però tengo a ribadire che il prodotto finale è molto buono, sa coniugare una più che buona credibilità con esigenze e tempi cinematografici. Spero che questo possa essere un ponte in grado di collegare, per usare le parole di Botvinnik, le due metà del mondo avverse e inconciliabili: scacchisti e non scacchisti.

    1. Grazie Bruno. La serie sta avendo molto successo, come testimoniato dall’attenzione che sta ricevendo dai maggiori media, e questo perché oltre ad essere ben fatta dal punto di vista scacchistico, è un prodotto di qualità che racconta una storia interessante. speriamo davvero che questo abbia un impatto su chi ha sempre considerato gli scacchi come un qualcosa di cervellotico e astruso.

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