Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Howard Staunton: fu davvero grande?

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Howard Staunton [John G. White Chess Collection - Cleveland Public Library]

(Riccardo M.)
Bobby Fischer affermò una volta che i due giocatori di scacchi più forti di tutti i tempi erano stati Paul Morphy e Howard Staunton.
Staunton (Westmoreland 1810-Londra 1874) fu il quart’ultimo campione del mondo “non ufficiale” della storia, dopo Philidor, Deschapelles e La Bourdonnais, e prima di Anderssen, Morphy e Steinitz. Lo fu all’incirca fra il 1843 e il 1851. In particolare Fischer scrisse che Staunton fu “il più acuto analista di aperture di ogni tempo”.

Curiosamente, proprio Morphy non la pensava esattamente come Fischer. Secondo Morphy, Staunton era stato un grande giocatore, certamente, dalle grandi capacità di analisi e di giudizio della posizione, ma non un giocatore geniale, in quanto gli sarebbe mancata l’immaginazione, ovvero quel potere creativo che da solo le posizioni le riesce a concepire e poi realizzare.

Prima di farsi travolgere dalla passione degli scacchi, in verità Staunton era stato un attore. Pare abbia lavorato anche al fianco di Edmund Kean (il grande attore del teatro britannico dell’800) e curò una fortunata edizione delle opere di Shakespeare. Era solito raccontare agli amici di aver interpretato la parte di Lorenzo nel “Mercante di Venezia”.

Figlio di un Duca di Carlisle, Howard Staunton si trasferì a Londra nel 1836 e sperperò in gioventù buona parte dell’eredità paterna. Era poco istruito, nonostante le sue frequentazioni dell’Università di Oxford, ma era molto intelligente. Apprese il gioco frequentando l’ “Old Westminster Chess Club”.

Oggi notiamo che a 20 anni si è già grandi maestri, ma lui a 20 non conosceva il gioco, e ancora a 29 perdeva un match con il connazionale Charles Henry Stanley, al quale aveva dato però il vantaggio di pedone e due tratti. Staunton nella sua Londra era solito giocare al “Divan”, presso Huttmann’s, a Covent Garden; allo “Shades“, Old Savile House, in Leicester Square; e da “Goode”, in Ludgate Hill.

Nel leggere i risultati dei numerosi matches giocati da Staunton fra il 1939 e almeno per un decennio successivo, occorre per l’appunto considerare che in quasi tutti Staunton era solito dare ai suoi avversari (il “lento e profondo” Popert, Cochrane, Evans, Mongredien, William, Kennedy, Lowe, von der Lasa) il vantaggio, almeno, di pedone e tratto, una pratica che a quei tempi era molto (troppo) frequente.

Era buon amico dell’avvocato scozzese John Cochrane (1798-1878), che fu uno dei più forti giocatori inglesi e con il quale Howard si allenò costantemente e proficuamente nel 1842, giocandoci un centinaio di partite prima che Cochrane decidesse di trasferirsi in India.

La prima vera sfida sostenuta da Staunton fu quella, molto seguita, con il francese Pierre Charles Fournier Saint Amant, a Londra, nel St. George’s Club, nella primavera del 1843. Perse a sorpresa per 3 a 2 con una patta. Chiese e ottenne subito la rivincita, lo stesso anno, ma in casa dell’avversario, a Parigi. E rivincita fu, e netta, con 11 vittorie per Staunton contro 6 sconfitte e 4 patte. Staunton fu festeggiatissimo al suo ritorno in Inghilterra e da quel momento venne unanimemente considerato il più forte giocatore del mondo.

In verità Saint Amant rifiutò di accettare il verdetto e, ricordando la sua vittoria di Londra, dichiarò che la sua sconfitta a Parigi era stata un semplice incidente: “je ne reconnais votre supériorité que comme fait accidental”. Ma non ci sarebbe mai stata una terza sfida fra i due. Invero nel 1844 Staunton si recò di nuovo a Parigi per la “bella”, ma lo sorprese una polmonite alla vigilia del match, tornò a Londra e questo match fu annullato per sempre.

Insomma, nel 1843 non esisteva la FIDE, e Staunton poté quindi auto-definirsi campione del mondo dopo aver battuto Saint Amant, e poi di nuovo dopo aver “difeso” quel titolo nel 1846 con i successi sull’inglese di origine tedesca Daniel Harrwitz (12 a 9 e una patta) e sul tedesco Bernhard Horwitz (14 a 7 e 3 patte).

Staunton dopo i 30 anni seppe divenire quasi imbattibile e lasciare un’impronta immortale nella storia del gioco. Di personalità esuberante, viaggiò molto. Fondò nel 1841 il “Chess Player Chronicle”, la prima rivista di scacchi inglese di successo, che diresse fino al 1854. Tenne simultanee e conferenze sugli scacchi, scrisse testi fondamentali quali il “Chess Player’s Handbook” (1847) e il “Chess Player’s Companion” (1849). Fra il 1844 e fino alla morte tenne una rubrica di scacchi sull’ “Illustrated London News”, dove spesso non sapeva trattenersi dall’irridere alcuni suoi avversari con taglienti e scarsamente simpatici giudizi.

Alto ben un metro e ottanta, dall’abbigliamento vistoso ed elegante, autoritario e saccente (oggi diremmo “arrogante”), voleva essere sempre al centro dell’attenzione. Ma ebbe il merito notevole di aver saputo organizzare il primo Torneo internazionale di scacchi della storia, approfittando della concomitanza della Grande Esposizione del 1851 a Londra. Staunton tentò di avere nel suo Torneo tutti i migliori giocatori del mondo, però non vi poterono partecipare né Saint Amant né il barone Tassilo von Heydebrand und von der Lasa, in quanto impegnati in attività diplomatiche per conto dei governi francese e tedesco. E diedero forfait anche i due forti russi Carl Jaenisch e Aleksandr Petrov, mentre al professionista inglese Harrwitz la partecipazione fu stranamente impedita proprio dal suo circolo, il “London Chess Club”.

Altro grande merito di Staunton fu quello di aver diffuso in quegli anni il tipo di pezzi che prese da lui il nome di “Staunton” e che sarebbe stato in seguito, e per sempre, universalmente utilizzato in sostituzione del modello francese detto “Régence” (dal nome del famoso Caffè), modello che dominava in Europa nella prima metà dell’800. In realtà il modello “Staunton”, lanciato dal campione inglese, era stato inventato da un suo amico, Nataniele Cook, nel 1835, ma venne per anni ignorato finché non ne acquistò il brevetto la fabbrica “John Jacques”.

Il Torneo di Londra del 1851 merita un articolo a sé, e vedremo di realizzarlo. Qui ricordo solo la classifica finale, che vide il tedesco Adolf Anderssen prevalere in finale sull’inglese Marmaduke Wyvill per 4,5 a 2,5. Staunton fu appena 4°, battuto in semifinale da Anderssen con un netto 4 a 1 e nella finalina per il terzo posto dal connazionale Williams. Più dietro finirono nomi importanti quali gli ungheresi Szen e Loewenthal, il tedesco Horwitz, l’inglese Bird e il lettone Kieseritzky.

Set di pezzi “Staunton” del 1850

Staunton non digerì bene la sconfitta: diede la colpa alle sue cattive condizioni di salute, al mal di cuore e alle fatiche cui l’organizzazione del Torneo lo aveva sottoposto. Disse che aveva sempre sprecato posizioni vantaggiose. E non mancò una fanciullesca dichiarazione: “Guardino i lettori la prima partita fra me ed Anderssen. Essa è la parodia di una partita, una partita indegna di due giocatori di terza categoria in un Caffè”.

Nel 1852 pubblicò il libro ufficiale del torneo: “The Chess Tournament” (Bohn’s Library). Il deludente risultato personale di Londra convinse comunque Staunton che la sua epoca era al tramonto. E ne fu convinta anche l’opinione internazionale, che elesse Anderssen a nuovo campione. Staunton giocò sempre di meno da quel momento. Dopo una lunga e amichevole corrispondenza, si recò nel 1853 a Bruxelles, a giocare un match con il barone Von der Lasa. Quest’ultimo vinse col punteggio di 5 a 4 e 3 patte, e pare che sia stato molto generoso con l’inglese (cosa insolita per un giocatore di scacchi), riconoscendo che Staunton era probabilmente più forte di lui e forse di chiunque altro. In effetti alcune partite di quel match furono assai apprezzate e commentate nella “Schachzeitung”.

Tuttavia Staunton non riuscì a fermare il declino e ad andare oltre il 5°-8° posto a Birmingham nel 1857, alla pari con Salmon, Smith e il vecchio avversario Saint Amant, ma dietro Loewenthal (dal quale fu battuto nei quarti nello scontro ad eliminazione diretta), Falkbeer, Brien e Owen.

In un numero del “British Chess Magazine” del 1908 si leggevano (a firma di HJR Murray) queste parole: “In quel periodo Staunton ricevette una lettera dal Club di scacchi di New Orleans: lo invitavano in quella città per incontrare Paul Morphy, che aveva iniziato la sua luminosa carriera vincendo il primo premio al Congresso di New York. Era ovviamente impossibile e irragionevole aspettarsi che Staunton o qualsiasi giocatore europeo attraversasse l’Atlantico, e Staunton, in una risposta dignitosa, lo fece notare. Affermò anche che lui stesso era stato “costretto, da una laboriosa occupazione letteraria, ad abbandonare la pratica degli scacchi, al di là dell’indulgenza di un gioco occasionale”, e concluse: “Se il signor Morphy -per le cui abilità intratteniamo la più viva ammirazione- desidera misurarsi sulla scacchiera europea, potrà l’anno prossimo venire qui  a Londra, e poi in Francia, in Germania e in Russia; molti sono i campioni, i cui nomi devono essere parole familiari per lui, pronti a testare e onorare il suo valore”. Questo era in effetti un cortese rifiuto di Staunton di intraprendere il viaggio a New Orleans e affrontare il proposto match, ma Morphy lo interpretò in modo diverso, e una delle ragioni principali della sua visita in Europa nel 1858 è stata proprio la speranza di giocare una partita con Staunton”.

Questo ritratto proviene da una xilografia in “Paul Morphy” di FM Edge (Londra, 1859), un’opera che tratta l’episodio di Staunton-Morphy in modo fortemente anti-Staunton, ed è un’’eccellente riproduzione del dipinto di Marlet (in “British Chess Magazine”, cit.)

Non ci si deve meravigliare, di conseguenza, di quei già riferiti giudizi di Paul Morphy sul gioco di Staunton, “grande ma non un genio”, e neppure delle tante polemiche che seguirono in quel tempo i tentativi di organizzare il match Staunton-Morphy. Scriveva HJR Murray: “Staunton non avrebbe avuto alcuna possibilità contro Morphy nel 1857, anche se avesse mantenuto la sua forza e il suo livello del 1843”. In effetti lo stesso articolista non si mostrò troppo prodigo di buoni giudizi nei confronti di Staunton, limitandosi a riconoscergli di essere stato “un giocatore semplice e pratico con una completa conoscenza della teoria …. con un valido giudizio della posizione, con una solidità e precisione di gioco piuttosto che per la sua brillantezza. La sua forza era il buon senso, la regolarità, il saper seguire le vie battute. Nel suo gioco non troviamo, come disse Morphy, quella immaginazione che ha caratterizzato le più alte vette di Labourdonnais, MacDonnell e Anderssen, e se mai fosse stato possibile per lui incontrare in un match qualcuno di questi tre maestri citati, non avrebbe combattuto con successo contro nessuno di loro”.

Insomma, sottolineo ancora come è ben strana l’altissima opinione di Fischer su Staunton se paragonata a questa di Murray e a quella di Morphy, che pure Fischer volle mettere al numero uno della sua lista di campioni preferiti avanti a Staunton. Ma è anche qui che risiede la bellezza e l’imperscrutabilità del gioco degli scacchi!

Al di là delle polemiche e delle simpatie personali, bisogna dire che Staunton preferì veramente, anche in conseguenza di non buone condizioni di salute, tornare dopo il 1857 ai suoi amati studi shakespeariani, dove si muoveva con dimestichezza e capacità, e dove davvero la sua reputazione stava crescendo, e dove avrebbe realizzato tra le altre cose una nuova ricca edizione illustrata delle commedie del grande artista, che fu pubblicata in ben quattro volumi nel 1864.

Ma la critica fu generalmente impietosa nei confronti dell’asso inglese, come per solito lo è sempre stata nei confronti di assi in decadenza. Leggiamo ad esempio quanto scrisse tanti anni dopo (era il 1936) un commentatore (a firma “ARGUS”) su “L’Italia Scacchistica”: “… il 1858 è la data che ha moralmente e volontariamente detronizzato Staunton, la data cioè dell’arrivo in Inghilterra di Morphy, col fermo proposito di misurarsi col campione riconosciuto d’Europa. Staunton, dopo aver ricusato un primo invito del Club di New Orleans a portarsi colà per l’incontro, allegando la lontananza e i disagi per un viaggio simile, non seppe trovare alcuna buona ragione per lo stesso rifiuto quando Morphy venne ad incontrarlo nella sua stessa dimora. Questo rifiuto, insieme collo spettacoloso successo dell’americano, furono i fattori concomitanti della sua caduta. Due partite, tuttavia, ebbero luogo, ma in consultazione, un modo per cavare, come sul dirsi, la castagna dal fuoco con la zampa del gatto …., ma la parte perdente fu quella di Staunton”.

L’ultima apparizione in torneo di Staunton fu ancora a Birmingham, nel torneo del 1858. Si ritirò dopo appena 4 partite, forse accortosi di non poter più vincere.

Per certi aspetti Howard Staunton assomigliava a Robert Fischer, e ciò può spiegare la stima che di lui ebbe Bobby. Ad esempio era una persona molto meticolosa, e, prima di ogni sua partita o match, si preoccupava in maniera certosina e assillante di qualunque particolare avrebbe potuto influire in qualche modo sulla sua prestazione e sul risultato. Ed era pure molto attaccato al “money”: si narra che in occasione di una sua partita vinta, prim’ancora che la partita terminasse inviò agli organizzatori la posizione vincente, pretendendo che gli fosse corrisposta la somma convenuta per il successo.

Howard Staunton morì a 64 anni, il 22 giugno del 1874 (proprio il giorno del compleanno di Morphy!), a seguito di un attacco cardiaco mentre stava scrivendo seduto alla sua scrivania. Sua moglie Frances, già vedova di un avvocato (W.N. Nethersole) e che lui aveva sposato nel 1854 (secondo alcune fonti nel 1849), gli sarebbe sopravvissuta per quasi otto anni. La sua tomba si trova a Kensal Green, uno dei cimiteri monumentali di Londra. Sulla lapide, che recita semplicemente “Howard Staunton 1810-1874”, è disegnato un cavallo.

Le pubblicazioni di quei giorni ebbero molto spazio per lui, a dimostrazione della celebrità raggiunta, in Inghilterra e non solo, dal personaggio. I necrologi lo commemorarono in vari modi, quasi tutti magnanimi, ma ci fu pure chi non disdegnò di levare osservazioni negative sull’uomo Staunton.

Uno di questi, ricordato dal giornalista americano Harold Schonberg nel suo “Grandmasters of Chess” (New York 1973) era un tal W.N. Potter, che nel “City of London Chess Magazine” colse l’occasione per scrivere queste parole: “Una vecchia massima dice che non si deve parlare male dei morti. Ciò va bene per gli autori di epigrafi, il cui mestiere è appunto quello di incidere menzogne sul marmo, ma noi respingiamo una simile dottrina considerandola eticamente errata … Non abbiamo, pertanto, alcuna esitazione a dire che, a nostro parere, Staunton agiva spesso non soltanto con mancanza di generosità, ma anche con grossolana ingiustizia nei confronti di chi lo aveva sconfitto e gli appariva una possibile barriera fra lui e il sole”.

Sappiamo ciò che siamo, ma non quello che potremmo essere (Shakespeare, “Amleto”)

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