Scacchi e tabù. Tacete, o maschi
(Claudio Mori)
Dal 1977 la data dell’8 marzo è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite come giornata dei diritti femminili.
Tacete, o maschi, a dir, che la Natura
A far il maschio solamente intenda,
E per formar la femmina non prenda,
Se non contra sua voglia alcuna cura.
[…]
Sanno le donne maneggiar le spade,
Sanno regger gl’Imperi…

Che cosa sarebbe accaduto se l’invocazione di Leonora della Genga, poetessa fabrianese del Trecento, contemporanea di Petrarca, si fosse tradotta in realtà? Se i maschi avessero posato le penne e dal gorgoglio del mare, dal soffiare del vento, dalle pagine non più bianche avessero ascoltato e letto le voci da loro soffocate?
E com’è singolarmente simile quel “Sanno le donne maneggiar le spade, / Sanno regger gl’imperi…” a quanto scrissero nel 1474 tre poeti valenciani nella prefazione di Schacs d’amor, poema dedicato a Isabella, appena incoronata regina di Castiglia e Leòn, “una regina con lo scettro e con la spada che si muove a tutto campo”.
Chissà quali storie sarebbero state narrate da donne non rabbuiate da lavori domestici. Anche intorno al gioco degli scacchi. Nulla di cui meravigliarsi se il gran maestro belga George Koltanowski ebbe a dire: “Ho sempre pensato che gli scacchi fossero stati inventati da una dea”.
Safi’a, A’isha, Ubadia. Che bei nomi, limpidi come tocchi di campana. Sono quelli di tre ragazze che a cavallo tra 600 e 700 e.v. erano non solo intelligenti, non solo erudite, ma giocavano anche bene a scacchi dentro le loro stanze in un fresco palazzo di Baghdad. Lo scrive Ibn Sa’d, riportando le parole di Hisham ibn Urwa, famoso giurista e zio delle fanciulle. Una porta e uno sguardo aperti da qualcun altro.
Certo, anche le donne giocavano a scacchi, fin da quando dall’India erano arrivati in Persia, cioè da sempre, dallo sciamare del gioco nel mondo.“In Oriente si accese questa guerra / che adesso ha il mondo intero per teatro…” ricorda Borges in Ajedrez. Certo, erano costrette a farlo relegate nel privato, nel ruolo discreto che la società loro imponeva, vittime di un tabù narrativo teso a legittimare in ogni campo la superiorità maschile.
Non c’è da stupirsi. Negli harem, tra i giochi, ci sono gli scacchi, come riporta Alexandre Russell nel suo Détails sur le harems d’Alep, del 1794.
Nelle Mille e una Notte, protagonista parrebbe il califfo abasside Harun al-Rashid (763 – 809), uomo tanto brutale quanto carismatico, che sfida una schiava di cui si dice essere molto brava a giocare a scacchi. Ma chi vince è lei, e come premio chiede sia liberato dalla prigionia il suo amato. Come Margherita, circa tredici secoli dopo, che nel romanzo di Michail Bulgakov Il Maestro e Margerita chiede al diavolo, come ricompensa di avergli fatto da regina per una notte, di ridargli il suo amante scrittore, il Maestro, e potere vivere insieme nel loro rifugio eterno.
Ed ecco che entità apparentemente inconciliabili, quelle dell’amore e degli scacchi, del reale e dell’immaginario, dell’ordine e del caos si sovrappongono.
Anche Abhassia, sorella di Harun al-Rashid, gioca meglio di lui a scacchi, così si sussurra tra gli stretti vicoli della città dei califfi, e che batta i migliori giocatori sulla piazza, e che non abbia avuto paura a sfidare un mago e a sconfiggerlo. È lei, colta, poetessa, che influenza le decisioni più importanti del fratello. Le donne comandano coloro che comandano, non restano inerti.
Ma scrivere è un club da uomini e i racconti delle donne, private della poesia della parola, sono il non detto. Ci vuole molto coraggio a violare i tabù, a sfuggire al destino di non lasciare traccia.

Christine de Pizan (1364 – ca. 1430), Cristina da Pizzano, veneta trasferitasi con il padre astrologo alla corte parigina di Carlo V, vedova nel 1390, si trova costretta a prendere in mano il proprio destino e a vivere, che scandalo, di scrittura, opponendosi a convenzioni e pregiudizi.
“Allora diventai un vero uomo, non è una favola, capace di condurre le navi”, dice di sé la prima donna che sfida la misoginia diventando “scrittore” di professione, un mestiere da uomo, come il “pittore”. Un’incursione che è una sfida.
Nel primo dei tre libri de La città delle dame, scritto nel 1405, Ragione insegna a Christine il gioco degli scacchi, descrivendolo come un’attività utile per sviluppare l’intelletto e la strategia. Ragione, Retto Giudizio e Giustizia giocano a scacchi contro Speranza. Simboleggiano la lotta delle donne per ottenere riconoscimento e rispetto. Nel secondo libro Ragione paragona le donne virtuose ai pezzi degli scacchi: “E sappiate che le donne virtuose combattono contro i vizi maschili come le figure degli scacchi: la regina, la torre, l’alfiere e il cavallo. Ognuna ha il suo modo di muoversi e di combattere, e tutte insieme possono sconfiggere il nemico.” Ancora forza e intelligenza. E nessun re.
Che determinazione queste donne, letali come libellule. Un fabliaux, racconto popolare medievale francese, intitolato E ne voleva dodici!, negli ultimi versi recita: La donna è una cosetta / fragilina, leggiera, / ma che può tener testa / a cento: e spesso avviene che te li metta / tutti e cento nel sacco, / e che dia loro scacco / nell’angolo peggior della scacchiera.
L’urgenza di raccontare nasce con l’essere umano, con il suo desiderio di dare un nome e una storia alla bellezza delle cose e “…Per Dio, se le donne avessero scritto storie,/ come fanno gli impiegati nei loro studi,/ avrebbero scritto degli uomini più malvagità / di quanto tutto il sesso maschile potrebbe correggere “ avverte la comare di Bath in uno dei Racconti di Canterbury di Geoffrey Caucher (ca. 1340 – 1400).

Rivendicare il diritto delle donne di partecipare alla vita politica e sociale non è affatto semplice. E solo da una lettera privata, non da uno scritto destinato al pubblico, si legge l’esortazione di una madre, Anna di Francia, alla figlia Susanna: “impara a giocare a scacchi e usali se vuoi essere una donna di grande intendimento” (1505). Studia, le dice, studia. Scacchi come elemento di formazione della classe erudita, come esercizio di governo dello stato, simboli di saggezza, strategia e intelletto, apprezzati nelle corti per la loro complessità e il loro valore educativo. Lo sapeva bene anche Caterina la Grande, imperatrice di Russia (1729 – 1796). Donne che rotolano controcorrente, che guidano le sorti di una partita a scacchi o di un impero al pari con gli uomini, donne che di famiglie allargate ne sapevano qualcosa, e capaci di trasformare un gioco in un miracolo di poesia, in poemi meravigliosi.
Caterina degli scacchi preferiva una variante rispetto alle regole dominanti in Europa e nel suo paese, quella a quattro giocatori chiamata Gli Scacchi della Fortezza con 192 caselle, in auge fin quasi a fine Ottocento.
La Grande Enciclopedia Sovietica definisce gli scacchi un’arte che si manifesta in forma di gioco. Apre a mondi altri, a piaceri altri, squarci di luce in un cielo indifferente.
Nell’Eugene Onegin, poema del più influente poeta russo Alexander Puskin (1799 – 1837), Vladimir Lensky sta giocando a scacchi con la sua fidanzata Olga Larina: “Lontani da tutto il mondo, / si sedettero per ore a riflettere profondamente / sulla scacchiera, con i gomiti sul tavolo./ Il tempo volava, la notte calava,/ e le candele si spegnevano una ad una. / […] Poi Lensky mosse il suo pedone / e prese, distratto, la sua torre”.
Puskin si dedicava agli scacchi come la maggior parte dei russi, nella sua libreria raccoglieva libri e riviste sul gioco. In una lettera del 1832 scrisse alla moglie Natalia: “Sono molto contento, cara, che tu stia imparando a giocare a scacchi. È una cosa fondamentale per ogni famiglia. Ti spiegherò il perché più avanti”. Cosa le abbia spiegato è un mistero, ma evidentemente Natalia non aveva avuto bisogno di lui per iniziare a giocare.

Nel giardino di casa a Chelsea, Londra, mamma Rossetti gioca a scacchi con la figlia Maria Francesca. A scattare una foto è il reverendo Charles Dodgson, in arte quel Lewis Carroll che fa attraversare ad Alice uno specchio perché muova su una scacchiera vasta come il mondo, dove per passare da una casella a un’altra occorre un treno che conduce all’età adulta. Alle spalle della madre ci sono gli altri figli: Christina, la più piccola, poetessa, scrittrice come tutti in famiglia, Dante Gabriel e William Michael. Solo Maria Francesca guarda l’obiettivo. Porta una pesante soprabito sopra l’abbigliamento vittoriano, la crinolina a sostenere la vaporosa gonna. Gli altri fissano assorti la scacchiera. Deve fare freddo, è uno dei primi giorni di ottobre. Le foglie secche degli alberi sono sparse sul terreno. Ma c’è tempo per un altro scatto e Gabriel, tra i fondatori nel 1847 del movimento preraffaellita, prende il posto della sorella appena in tempo prima che un acquazzone faccia riparare tutti in casa, davanti al camino.
Gli scacchi erano i compagni delle serate per i Rossetti, origini italiane, di Vasto, in Abruzzo. Gabriel, ventiseienne, scrive al fratello: “Gordon Square, Bloomsbury, 24 luglio 1854: Mio caro William, […] Ho giocato a scacchi con Christina quasi ogni sera questa settimana. È una brava giocatrice e sta migliorando rapidamente. […] Tuo affettuoso fratello, Gabriel”. Christina, 24 anni, aveva da poco iniziato a creare le sue prime poesie e l’anno successivo, 1855, scrisse all’amica Eliza Meteyard, romanziera che si guadagnava da vivere scrivendo per periodici: “Ho giocato a scacchi con Gabriel quasi ogni sera questa settimana”. Gabriel doveva avere il suo da fare a reggere le sfide in famiglia. Anche William, il terzogenito, infatti, in una lettera del 14 novembre 1860 raccontò: “Mia cara Christina, […] Ho giocato a scacchi con Gabriel ieri sera e l’ho battuto. È stata una partita molto combattuta, ma alla fine ho vinto per due pedoni e un alfiere. […] Tuo affettuoso fratello, William”.
Il 1860 fu anche l’anno in cui una donna, riparata dietro la firma “a Lady”, una Signora, diede alle stampe il manuale The ABC of Chess, L’ABC degli Scacchi, che ebbe dieci edizioni e un fantasma. La stessa firma, una Signora, che dovette usare Luisa Matilde Fagan, di madre napoletana, per la pubblicazione di un suo problema scacchistico sul City of London Chess Magazine del 1875.

Trentasette anni dopo, nel 1897, venti donne posarono in una foto di gruppo delle partecipanti al primo torneo internazionale femminile di scacchi di Londra. Camicette di pizzi e volant, cappelli ornati di fiori e di piume. Mary Rudge risulterà vincitrice e Luisa Matilda Fagan seconda classificata. Era il 60° anniversario della regina Vittoria, lei stessa giocatrice – come del resto anche sua nuora Alessandra di Danimarca, moglie di Edoardo VII – giudicata “abbastanza abile” in qualche biografia, “ragionevolmente forte” in qualcun’altra più smaccatamente di parte.
In una lettera al Principe Alberto del 1848 Vittoria aveva scritto: “Ho giocato a scacchi con Lord John questa sera, e l’ho battuto per la prima volta! È stata una partita molto emozionante, e sono davvero soddisfatta della mia vittoria”. E tre anni dopo, in un discorso al Parlamento, aveva affermato: “L’Inghilterra è come una grande scacchiera, su cui si muovono i pezzi del potere e dell’influenza. Dobbiamo giocare con attenzione e abilità, per assicurarci che il nostro paese prosperi e rimanga sicuro.”
Un articolo di The Times del 22 luglio1862 riferì del regalo da parte della regina di un set di scacchi in avorio al Sultano dell’impero Ottomano Abdülaziz dal giugno 1861 al maggio 1876.
Tacete, o maschi, a dir, che la Natura
A far il maschio solamente intenda…

Claudio Mori, giornalista
Magistrale come sempre il nostro Claudio. O meglio: Grande Maestro!