L’ultimo clochard

(Riccardo M.)
Un clochard degli scacchi. Eh, sì, una figura sempre più rara. Come i giocatori dei bar. Alcuni dicono che gli scacchi siano più diffusi ai nostri giorni, in Italia e nel mondo, rispetto a 45 o 90 anni fa. Se ragioniamo per numero di tesserati alle Federazioni è forse vero. Se ragioniamo per numero di tornei organizzati è certamente vero. Se ragioniamo per numero di giocatori titolati è indubbiamente vero.

(Nella foto di Schicchi del 2015, Rafael Antonio Quevedo [a destra], clochard  laureato che a Bologna sfida i passanti – fonte “Il Resto del Carlino”)

A mio parere, però, la cosa più vera è che oggi gli scacchi, grazie alla globalizzazione, sono diffusi in più Paesi del mondo rispetto a quegli anni. Ma il gioco è sempre più rivolto ad una isolata e circoscritta cerchia di addetti, almeno qui in Italia (probabilmente non in India).

Qui da noi il gioco degli scacchi è ormai avulso completamente dalla società e dalle sue tradizioni. E’ in larga parte fuori dalle abitudini delle famiglie. Chi oggi regala più ad un nipotino un set di scacchi? E voi li vedete ancora esposti nelle vetrine delle tabaccherie o dei negozi di giochi? E’ evento rarissimo.

Se in Italia un tempo a conoscere le regole del gioco era quasi la metà della popolazione, adesso esistono intere cittadine e località (o quartieri/sestieri/rioni di grandi città) dove trovare due soli appassionati è già un successo.

Nelle famiglie, nelle case, sulle scrivanie, sui tavoli dei caffè, difficilmente oggi alloggia una scacchiera. Soprattutto nelle famiglie più giovani. E’ probabile che la più parte dei giovani di questo secolo non abbia neppure mai visto due persone mentre giocano a scacchi.

Una prova del calo dell’interesse verso il giuoco degli scacchi? Eccolo, tratto da una notiziola che si poteva trovare sul n. 24 del 15 dicembre 1927 de “L’Italia Scacchistica”:

“Buenos Aires – Il Dr. A.Alekhine e J.R.Capablanca sono partiti per il Cile dove giocheranno una partita di esibizione con figure viventi. Si preconizza un’affluenza di non meno di 10.000 spettatori. Questa gita amichevole è inoltre un buon segno che le relazioni personali tra l’ex campione del mondo ed il felice “challenger” non si sono alterate dopo la sfida mondiale. Rallegriamocene nell’interesse dello scacchismo internazionale”.

Chiaro, sì? Diecimila spettatori! E in Cile! Cosa ne pensate? Può essere che il redattore di I.S. avesse un po’ esagerato (a quei tempi succedeva spesso…). Ma se domenica prossima scendessero a Roma a giocare, in piazza Navona, Carlsen e Aronian, quanti spettatori credete che ci sarebbero? A giudicare da quanti spettatori si sono visti a Roma in occasione delle ultime due finali di Campionato Italiano Assoluto (e cioè tre o quattro di numero al giorno), forse una proiezione ci potrebbe far pensare a 50 o, ottimisticamente, a 100. Non di più. A meno della presenza di qualche sponsor o di qualche politico, è ovvio.

E allora? Allora si può concludere che la potenzialità di un gioco e di uno sport la si misura dalla sua popolarità, non da click e da tornei. Perché è la popolarità che crea il ricambio e le basi per la crescita. E qui in Italia, quanto a popolarità, siamo forse al punto più basso della storia. Non è un caso se i tesserati, nonostante Internet, siano in Italia più o meno ancora gli stessi di trenta anni fa (cioè fra i 13 e i 15 mila), quando il grande arbitro Gino Piccinin li definiva “un numero irrisorio”.

Internet, infatti, è uno strumento, enorme ma solo uno strumento. Uno strumento che serve ad avvicinare di più e a far migliorare e soddisfare i già praticanti e ad informare i supporters, ma che difficilmente può sostenere e spingere la popolarità.

Internet da solo non crea nuovi adepti. Internet da solo non crea emozioni. E sono soltanto le emozioni a far nascere nuove passioni.

Sarajevo
Scacchiera gigante a Sarajevo, 2014 (foto di Giulia Ambrosio)

Ma la popolarità degli scacchi pare oggi non interessare a nessuno nel nostro Paese, men che meno (di solito, ma con qualche lodevole eccezione) a chi pratica il gioco e a chi partecipa ai tornei e li organizza. Perché?

Ma perché, ovviamente, se al posto dei soliti venti partecipanti al campionato del circolo (sempre da anni gli stessi venti, più o meno) domani si presentassero a giocare in duecento, sarebbe sempre più ostico restare classificati tra i primi tre o quattro. E sarebbe sempre più difficile aspirare a far parte della squadra titolare del circolo. E sarebbe sempre più difficile aspirare alle “promozioni”, ai premi, a piccoli momenti di fortuna e di prestigio personale, alla propria stimata posizione di istruttore o “maestro”.

E poi ci sarebbero più problemi e preoccupazioni anche per tutti gli altri “addetti ai lavori” … Chi la vuole troppa gente tra i piedi? Il presidente del circolo? Il segretario? Chi vorrebbe dividere con altri la già magra torta e la propria cara seggiola? Ben pochi, no? Si contano volentieri i tesserati, questo sì, i praticanti un po’ meno.

Meglio, allora, rimanere nascosti. Nell’ombra, nel silenzio, senza troppa propaganda per il gioco. Quasi invisibili al mondo esterno. Tra pochi intimi privilegiati e soddisfatti. E senza pubblico vociante e scocciante. E senza il click di rumorose macchine fotografiche o suonerie di cellulari non spenti per tempo. E senza reporter curiosi a far domande fastidiose … Ma non senza invidia per l’erba del vicino, eh? … (cosa che non manca mai).

Soltanto che, seguitando su questa comoda e ottusa strada, cari lettori e scacchisti, sappiate che, più che i cellulari, a spegnersi lentamente e per sempre sarà un’altra cosa: sarà la speranza nella rimonta del nostro gioco dentro le famiglie e nella società. Dentro la nostra storia.

Sarebbe l’ora di svegliarsi e di cambiare radicalmente registro (e qualche volta, magari, anche i manovratori del registro).

Non serve che commentiate, tanto è inutile: sarò forse io l’ultimo dei clochards.

 

12 thoughts on “L’ultimo clochard

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  1. Condivido soprattutto quello che hai scritto nel’ultima parte dell’articolo. E’ per questo che non mi sono mai trovato a mio agio nei vari circoli che ho (per poco tempo, invero) frequentato. E qui mi fermo perché altrimenti dovrei dire delle cose politicamente scorrette

    1. Devo precisare che quando scrivo di “manovratori del registro” intendo riferirmi esclusivamente a coloro che hanno o hanno avuto posizioni di responsabilità e comando all’interno della filiera sportiva che ci riguarda: gli scacchi.

      A partire dal 1924, anno di costituzione della FIDE, abbiamo avuto la miseria di 6 (sei soli!) Presidenti FIDE (Rueb, Rogard, Euwe, Olafsson, Campomanes, Ilyumzhinov, per una media di 15,6 anni a testa!) e di 8 (otto, escludendo i commissari!) Presidenti FSI (Miliani, Dal Verme, Szabados, Palladino, Mariotti, Zichichi, Pedrazzini, Pagnoncelli, per una media di oltre 11 anni a testa).

      E poi, spesso e volentieri, gli incarichi al di sotto di loro, a tutti i livelli, restano attribuiti alle medesime persone quasi per una vita, quasi fosse un diritto divino. Va bene l’esperienza, sì, ma tale esagerazione potrebbe significare l’incancrenirsi di difetti e il protrarsi di privilegi.

      Quelle cifre stridono a confronto, ad esempio, di quanti Governi e Presidenti del Consiglio si sono succeduti in Italia soltanto dal dopoguerra ad oggi: ben 60, se non erro, in circa 73 anni!

  2. Non condivido solo quello che hai scritto nell’ultima parte dell’articolo.
    Nessuno, tra i giocatori che conosco, fa i meschini calcoli che riferisci anzi tutti si augurano che il numero dei partecipanti aumenti.
    Cambia circolo oppure cerca di conoscere altri giocatori: sono sicuro che cambierai idea.
    Una caro saluto.

    1. Giampiero, ti ringrazio per il commento.
      E so bene quanto la predisposizione a “cambiare idea” sia sempre (e per tutti) un atteggiamento assai saggio.
      Tieni comunque presente che io seguo il mondo degli scacchi da mezzo secolo esatto (1968, quando m’iscrissi ad un torneino all’Università di Roma), che ho fondato e guidato per diversi anni un circolo, che ho conosciuto in 50 anni centinaia e centinaia di giocatori e appassionati.
      E’ poi chiaro che, in giro per la Penisola, la realtà è (per fortuna) ben più variegata di quanto l’abbia io qui sintetizzata in poche righe, abbastanza sommariamente e rozzamente.
      E di realtà molto positive e costruttive ne esistono davvero, ad iniziare dalla mia regione. E qui ne abbiamo già parlato e torneremo a parlarne.
      Un caro saluto anche a te.

  3. Bel post, Riccardo, che tocca molti temi, alcuni dei quali richiederebbero lunghe riflessioni.
    Senza andara alla parte più politica di quello che hai scritto, mi soffermo un attimo sulla parte sociale.

    Ultimamente sono venuto a contatto con molti ragazzi tra i 20 e i 30 anni e ho notato che praticamente tutti sanno giocare a scacchi. Averne la passione è un’altra cosa, ovviamente, ma come muovere i pezzi lo sanno quasi tutti.
    E, con mia sorpresa, ho sentito che giocano in molti su internet. Però, però… giocano come se stessero giocando a un qualsiasi gioco on line: velocemente, senza la voglia di cercare, studiare, senza forse sapere che esiste una cultura scacchistica praticamente sterminata alle spalle.

    Quando cominciai a giocare io (scuole medie) era circa la stessa cosa per me: giocavo d’istinto e non sospettavo neanche dell’esistenza di circoli o di libri, fino a quando 1) il padre di una mia compagna di scuola mi prestò il Pasquinelli 2) Successe Fischer-Spassky 3) in libreria vidi per caso un libro su Karpov (era il 1975) e lo comprai. E comunque, senza Ascenzo Lombardi (e siamo ora al 1979) non avrei mai varcato la soglia di un circolo di scacchi, l’allora Roma4. Mi ci vollero quasi 10 anni per uscire dal salotto (dove giocavo con mio nonno) e entrare in un circolo di scacchi.

    Non so cosa manca a questi ragazzi per fare un passetto in più e appassionarsi agli scacchi come a una avventura culturale e sportiva. Forse ci riuscirò io giocando e parlando con loro, forse semplicemente passeranno a giocare a qualcos’altro. Forse è semplicemente una evoluzione sociale incontrastabile e i circoli di scacchi sono destinati a sparire (specialmente nelle grandi città), dove nessuno va più neanche al bar a giocare a carte e se ci va magari si chiude nel suo bozzolo malsano a giocare a videopoker.

    Internet è una gran cosa, ma, come scrivi giustamente “Internet da solo non crea nuovi adepti. Internet da solo non crea emozioni. E sono soltanto le emozioni a far nascere nuove passioni.” Sottoscrivo in pieno, pur non condividendo il passaggio alla “popolarità”.
    La popolarità può essere un mezzo (per la diffusione della curiosità sul gioco) o un indice (per misurare la sua diffusione), ma neanche la popolarità crea passione. A meno che non vogliamo dire che il calcio è la passione degli italiani perché tutti ne parlano (soprattutto coloro che non lo praticano).

    Secondo me il vero scoglio è il passaggio dalle scuole elementari (nelle quali grazie a molte iniziative “dal basso” gli scacchi vengono insegnati) alle scuole medie e ai licei, quando stare davanti a una scacchiera non è certo “figo”. Nella mia adolescenza c’era spazio per gli scacchi, anche tra i miei amici che principalmente giocavano a pallone. Nella adolescenza allungata di oggi (si è ragazzi fino alle soglie dei 40 anni!) lo spazio per gli scacchi è principalmente virtuale.

    Come intercettare questo vago interesse e curiosità e incanalarlo verso la pratica?
    Per come sono fatto io, una sorta di “Alberto Angela” o di “Roberto Bolle” degli scacchi ce la potrebbe fare. Senza spiegare il gambetto Blumenfeld o il finale di Torri 3 pedoni contro 2 sullo stesso lato della scacchiera, ma raccontando l’epopea degli scacchi, descrivendo i luoghi che ne hanno fatto la storia (intrecciandone il racconto con la cronaca dell’epoca), insomma raccontando la trama storica e sociale sulla quale gli scacchi sono vissuti e raccontando dei personaggi degli scacchi.
    Più o meno quello che, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare su questo blog, insomma. Però su scala mediatica maggiore. E, soprattutto, suggerendo dove andare ad incontrare di persona scacchisti e appassionati. Di Ascenzo Lombardi non ce ne sono forse più, ma di appassionati e di divulgatori entusiasti ce ne sono molti.

    1. I don’t know, if you may find the same habit in Italy but….
      while talking to parents I discovered that a lot of children meet at the weekends at their appartments and play chess! but all parents complained about the sometimes strict rules, the intentional training towards competition, towards to set a course and not letting the children discover for themselves. I agree, Unoscacchista, to bring the cultural background into focus, we have to tell stories, we have to tell, how it was in former times, how it is and how it might be and we have to use all pathes at our disposal to do so!
      Maybe it is no longer the time of the many chess coffees but an experiment in a normal Frankfurt coffee shop showed the following:
      Two older men just sat down with a chess board on a sunny afternoon in a coffee on the Main River and started playing chess. And now guess what happened next!

      Non so, se si può trovare la stessa abitudine in Italia ma……
      mentre parlavo con i genitori ho scoperto che un sacco di bambini si incontrano nei fine settimana presso i loro appartamenti e giocare a scacchi! ma tutti i genitori si lamentarono delle regole a volte severe, della formazione intenzionale verso la competizione, verso l’ impostazione di un corso e non lasciare che i bambini scoprire per se stessi. Sono d’ accordo, Unoscacchista, per mettere a fuoco il background culturale, dobbiamo raccontare storie, dobbiamo dire, come è stato in passato, come è e come potrebbe essere e dobbiamo usare tutti i pathes a nostra disposizione per farlo!
      Forse non è più il momento dei tanti caffè scacchi, ma un esperimento in un normale caffè di Francoforte ha mostrato quanto segue:
      Due uomini più anziani si sedettero con una scacchiera in un pomeriggio di sole in un caffè sul fiume Meno e cominciarono a giocare a scacchi. E ora indovinate cosa è successo dopo!

      1. Sabine, ciao. Sto seriamente pensando di ripetere in primavera quell’esperimento in un caffè del centro di Roma (sul Tevere).
        Occorre però un altro anziano, e volontario.

    2. Grazie. Puntualizzo meglio un aspetto del mio pensiero.
      Certamente la popolarità non crea passione: è, viceversa, la passione che alimenta la popolarità. E la passione è a sua volta alimentata anzitutto dal contatto diretto col “campione”, che non necessariamente è un grande maestro o un maestro del circolo, ma che per un bambino può essere anche un genitore o un amico/a.

  4. But it called for a comment! 😉
    There is a lot of truth in your article, unmistakably. I have the impression that the title of the article and the end have been chosen very carefully. Clochards have taken the liberty of telling the truth at all times and it was always allowed to them, due to their status, to tell the truth. Every descending graph has a turning point and it is always necessary to pass through it.

    Ma ha richiesto un commento!
    C’ è molta verità nel suo articolo, inequivocabilmente. Ho l’ impressione che il titolo dell’ articolo e la fine siano stati scelti con molta attenzione. Clochards si sono presi la libertà di dire la verità in ogni momento e gli è stato sempre permesso, a causa del loro status, di dire la verità. Ogni grafico discendente ha un punto di svolta ed è sempre necessario attraversarlo.

    Tradotto con http://www.DeepL.com/Translator

  5. Gli “ultimi” (clochards) esistono anche a Roma: a Binario 95, in via Marsala.
    Il Centro di Accoglienza diurno per i senza tetto della stazione Termini ha in dotazione dame e scacchi per tutti, acquistati per dare un senso alle giornate nelle ore più tragiche: quelle del giorno, in cui molto spesso chi vuole dare un senso alla vita non sa dove andare e che cosa fare…

  6. Cambia lo superficial
    Cambia también lo profundo
    Cambia el modo de pensar
    Cambia todo en este mundo

    Y así como todo cambia
    Que yo cambie no es extraño
    (Mercedes Sosa)

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