Robert Fischer, un megalomane pazzo

(Topatsius)
Lo so: molti di noi (quelli meno giovani) debbono proprio a questa megalomania e a questo personaggio così unico e strano il fatto di aver intrapreso a “viaggiare la vita” con a fianco gli scacchi. E’ sufficiente per perdonarlo o la tal cosa è addirittura un’aggravante? Mah!

Ma chi parlò di megalomania? Meglio ricordarseli certi fatti, altrimenti il rischio è che a distanza di 46 anni dal famoso “match del secolo” il mito (positivo) di Robert James Fischer (1943-2008) possa prevalere su altri aspetti che avrebbero certamente demolito altri personaggi qualora non fossero stati aiutati e supportati fino all’incredibile, come lo fu Fischer, almeno all’inizio del suo successo e fino all’apice.

Di megalomania parlarono gli stessi americani, e un grande maestro alla vigilia del match del 1972 lo criticò aspramente dicendo che aveva “perso ogni ritegno”. Personalmente credo che a costruire e salvare il mito-Fischer fu proprio il suo rivale del ’72, quel Boris Spassky che mandò giù bocconi amari ma che forse era inconsciamente troppo predisposto a lasciar strada all’altro in quel famigerato match. Spassky era un giocatore parzialmente annichilito già prima di quel momento. Probabilmente soffriva di “fischerfobìa”, come disse qualcuno.

“Gli scacchi sono una guerra sulla scacchiera. L’obiettivo è distruggere la mente dell’avversario”, diceva Fischer, che si specializzò per distruggere quelle menti anche prima delle partite.

“Oggi esiste un solo giocatore immortale nel mondo e quello è Fischer. È bello essere modesti, ma è stupido non dire la verità”. Sono altre parole dello stesso Fischer. Se questa non è megalomania e sfrontatezza o arroganza, allora che cosa è? Probabilmente l’umanità è stata fortunata, in quanto Fischer scelse per il proprio “Io” la via degli scacchi (regalandoci bellissime partite) anziché altre vie, quelle ad esempio scelte da Hitler o da Jack lo Squartatore. Ma non basta questo per avere la stima di tutti. E la mia (anche se ciò conta meno di zero) non l’ebbe mai.

Ricordo sinteticamente quei momenti del “match del secolo” del 1972, richiamando un articolo pubblicato sul “Manifesto” il 21 luglio del 2004 col titolo “L’ultima mossa di Bobby Fischer”.

“ ….. 32 anni fa, la partita che metteva in palio il titolo di campione mondiale di scacchi tra il genio eccentrico americano, Bobby Fischer, e il detentore, il sovietico Boris Spassky, catturò l’attenzione del pianeta. La sfida fu giocata nella capitale islandese Reykjavik, a metà strada tra le due superpotenze. Il match del secolo rimase in forse fino all’ultimo: l’incontro si svolse solo dopo che furono accettate tutte le pretese dello sfidante; Fischer chiese e ottenne una borsa di 138 mila dollari e si arrivò alla scelta dell’Islanda solo dopo che l’americano fece fallire i grandi sforzi e sacrifici affrontati dalla federazione scacchistica jugoslava, che aveva preparato una organizzazione grandiosa.
Appena arrivato, offese gli islandesi, definendo l’Islanda inadeguata per l’evento perché non aveva un bowling. Poi si lamentò di tutto: delle telecamere, delle luci, del tavolo, delle sedie. Fischer, definito dalla stampa squilibrato e paranoico, accettò di giocare solo dopo che un miliardario inglese
(tal James D.Slater, n.d.r.) raddoppiò il premio partita, portandolo a 250 mila dollari”.

Fischer durante il match con Spassky in Jugoslavia
Robert Fischer nel 1992

In quei giorni del 2004 Bobby Fischer era trattenuto in cella dalle autorità americane per violazione delle leggi sull’immigrazione. Boris Spassky arrivò al punto di scrivere una lettera al Presidente degli Stati Uniti, George Bush. Queste le sue parole: “…. Bobby ed io ci siamo macchiati dello stesso crimine. Applichi quindi le sanzioni anche contro di me: mi arresti, mi metta in cella con Bobby Fischer e ci faccia avere una scacchiera.”

Strano, ma vero. A volte penso sul serio che molti scacchisti siano un po’ matti…. Ad iniziare da me che perdo tempo a scrivere questo articolo invece di far tante altre cose più utili a tanti.

Abbiamo visto le richieste di Fischer. Ma mica erano solo quelle! Andiamo a leggere cosa scriveva nel 1972, quindi quasi in diretta dall’Islanda, H.Schonberg (un giornalista statunitense) nel suo “Grandmasters of chess”, quando, dopo aver ricordato che già nel ‘72 molti ritenevano Bobby “un megalomane sull’orlo della pazzia”, sottolineava come Fischer avesse sfornato richieste a getto continuo durante tutto il match e non solo prima del match:

Bobby Fischer alla scacchiera

“Chiese che gli mettessero a disposizione una Mercedes nuova per tutta la durata del match. Chiese il 30% degli incassi oltre alla parte della borsa spettante al vincitore. Chiese che la parte di borsa spettante al perdente fosse tenuta in deposito per lui. Chiese ripetutamente durante il match che venissero sostituiti i pezzi e la scacchiera. Chiese che venissero rimosse le prime dieci file di sedie dalla sala. Chiese un’illuminazione migliore. Chiese che venissero rimosse le telecamere. Chiese di continuare il match in una stanza privata. Chiese che ai bambini in sala fosse proibito di mangiare dolciumi con involucri rumorosi. Chiese che i bambini fossero confinati in galleria. Chiese che le scacchiere di marmo fossero sostituite con altre in legno. Chiese altri ristoranti per i suoi pasti. Chiese una nuova automobile a metà dell’incontro. Chiese un campo da tennis coperto. Chiese un nuovo appartamento all’Hotel Loftleidir. Chiese che gli versassero in anticipo il denaro per le piccole spese. Chiese che la piscina dell’Hotel Loftleidir fosse chiusa al pubblico a tutte le ore e riservata esclusivamente a lui. Chiese un maggiore assortimento di periodici e altre letture in albergo. Chiese che venisse vietato l’ingresso in sala a Chester Fox, incaricato di filmare il match. Chiese poi che Chester Fox venisse espulso dall’Islanda. Chiese che ci fosse più contrasto fra le case chiare e scure della scacchiera. Chiese che venisse abbassato il tavolo dove era posata la scacchiera. Chiese, verso la fine del match, che venissero rimosse altre 7 file di sedie. Chiese che il bar e le sale aperte del palazzo fossero isolate o sgombrate. Chiese alla Federazione islandese di mostrargli una copia del certificato medico quando Spassky optò per un rinvio. Chiese, dopo che Spassky aveva annunciato per telefono che abbandonava l’ultima partita, di vedere la sua comunicazione scritta. E l’elenco potrebbe continuare”.

Un suo legale, Paul Marshall, prima del match dichiarò: “Insistiamo per ottenere tutto quello che vuole Fischer”. In pratica lo ottennero. E così sempre più lui si convinse che il mondo doveva “adattarsi ai suoi desideri” (Schonberg).

Purtroppo sappiamo che il modo migliore per non aiutare qualcuno che è avviato sulla strada della pazzia è proprio quello di assecondarne i desideri. Tutti si sono dati da fare perché il poverino finisse male. E ci sono riusciti. Tutti: dal presidente FIDE Max Euwe all’arbitro Lothar Schmid alle delegazioni e a parecchi giornalisti. Al mondo intero che ne fece un idolo. Forse qualche bel metaforico ceffone al momento opportuno non gli avrebbe fatto male.

Fischer at 20 by hansnamuth

Negli stessi giorni, sulle pagine dei giornali italiani, solitamente super-attratti da personaggi mitici, da presunti divi/eroi e dai successi stratosferici, si leggevano ben più teneri ed euforici commenti, come questo dalle pagine de “L’Europeo”, che replicava la fedele lettura occidentale dell’assalto del 1972 al trono sovietico:

“(In URSS) lo Stato passa ai giocatori la dacia, l’auto, un buono stipendio …. una vita invidiabile, e Bobby Fischer li invidia e li odia. I loro nomi lo ossessionano, sono scritti su tutte le riviste di scacchi …: Petrosian, il contadino armeno che non sbaglia mai; Botvinnik, il campione del mondo, il progettista del motore che permette al satellite sovietico di atterrare al ritorno dalla Luna; Mikhail Tal, estroso, imprudente e geniale, che sconvolge l’avversario con mosse avventurose; Spassky, l’uomo tranquillo, una tecnica di ferro che si accompagna a una visione moderna del gioco”.

E continuava:

“Fischer, considerato estroverso e imprevedibile, è in realtà un serissimo professionista. Agli scacchi dedica otto ore al giorno: analisi di partite, studio di nuove varianti e combinazioni, estenuanti partite da solo. Il segreto della sua straordinaria abilità poggia in buona parte sulla meticolosa preparazione”.

Un giorno, negli anni ’50, la mamma di Robert, Regina Fischer (un nome profetico, furono lei e la sorella Joan a spingerlo dentro il mondo degli scacchi), chiese ad un giornale di New York un aiuto per il figlio, un “campione senza mezzi”. Lui andò su tutte le furie, si offese e rifiutò l’aiuto dei mecenati. Qualche tempo dopo, quando Regina, attivista di un Comitato per la non violenza, conobbe durante una marcia pacifista un medico inglese e poi lo sposò, Bobby, sempre più spostato su posizioni reazionarie e seguace della setta avventista della “religione dell’aria”, troncò per sempre ogni legame con la sua famiglia. La madre di Fischer era ebrea, come lo era il padre naturale, Paul Nemenyi, uno scienziato di origine ungherese sospetto comunista (si era in tempi di “Guerra Fredda”), che morì nel 1952. Ma per Bobby gli ebrei erano tutti “bastardi ladri e bugiardi”.

Arrivò a negare l’Olocausto e, quando l’11 settembre ci fu l’attacco alle “Torri gemelle”, lo definì “una notizia meravigliosa”, visto che l’America era caduta “nelle mani di ebrei puzzolenti”. E poco dopo aggiunse: “l’uomo bianco dovrebbe lasciare gli Stati Uniti e tornare in Europa, i neri dovrebbero tornare in Africa, e il Paese dovrebbe essere restituito agli indiani d’America”.

Serissimo professionista? Beh, io ho un’altra idea dei “serissimi e meticolosi professionisti” …… e non riesco a stimare chi (come scriveva Schonberg) nella sua vita non ha saputo far altro che “nutrirsi delle personalità altrui, e quanto più le divorava tanto più la sua diventava mastodontica e insaziabile”.

John Carlin, nell’ articolo “The End Game of Bobby Fischer” (Observer/Guardian, 10 febbraio 2008), descrisse gli ultimi anni dell’ex campione: “Un barbone senzatetto. I suoi denti erano marci, i capelli e la barba lunghi e spettinati. Raramente si cambiava i vestiti. Aveva una pessima opinione di medici e dentisti: si era tolto tutti i materiali di metallo dai denti perché pensava che le radiazioni da loro emanate stessero minando la sua salute”.

A Reykjavík, dove era tornato a vivere, morì nel 2008, a 64 anni, con l’ennesimo atto autolesionista, rifiutando quella dialisi che forse avrebbe potuto far qualcosa per la sua gravissima insufficienza renale.

Bobby Fischer anziano

In realtà Fischer fu vittima anzitutto (come ben scrisse David Jimenez ne “El Mundo” del 29.1.2003) “del suo mostruoso complesso d’inferiorità, che appariva dovuta alla mancanza di educazione e alla consapevolezza di non essere in grado di fare nulla che non avesse a che fare con la scacchiera”. E forse fu vittima pure della sua goffa e insospettata non accettazione della sconfitta, che è il difetto più grande che possa avere un giocatore, non soltanto di scacchi.

Mi dispiace per i tanti tifosi e ammiratori di Fischer (che beninteso hanno tutto il diritto di ammirarlo come noi l’abbiamo di criticarlo), ma, come appunto disse lo stesso schizofrenico campione americano, a volte “è stupido non dire la verità”. Mi sono limitato semplicemente a ricordarla.

9 thoughts on “Robert Fischer, un megalomane pazzo

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  1. Tutto vero, Topatsius!
    Ma…

    Ebbe il coraggio di sputare su un messaggio del suo Presidente.
    Come Craxi a Sigonella
    Era infelice. Mai guarito dalla sua infelicità.

    La sublimò negli scacchi. E fu, a suo modo, un artista profetico, f forse più apprezzato dai damisti che dagli scacchisti.

    Spassky, persona splendida, guardò oltre le apparenze.
    Comprese il suo dramma. Non volle vincere a “fiorfait”. E fu forse il suo unico amico.

    “Chi siamo noi per giudicare?”

    Ora, gettiamo la chiave.
    Usciamo in punta di piedi. Lasciamoli giocare.

  2. Troppo facile criticare nel mondo di oggi. Dove tutti, proprio tutti abbiamo tutto. Da motori a DB. Se poi parliamo dei top GM hanno una pletora di professionisti che li seguono, allenatori, informatici, mental coach … Allora nessuno, soprattutto Fischer, poteva venir salvato da quello che può essere definito il lato oscuro degli scacchi. Però alo stesso Fischer dobbiamo il “Fischer Time” che, appena la digitalizzazione lo ha permesso, di consentire la vittoria a chi è in chiaro vantaggio posizionale. Credo che inventò gli scacchi 960 perchè, e qui sono d’accordo, l’apertura riscava di diventare un puro esercizio mnemonico. Spesso si vedono 2N giocare 20 mosse perfette per po cade in banali tatticismi alla 21 esima … Ci ha regalato esempi di puro genio scacchistico, perchè oggi le sue partite sono esempi filtrati dalla sua bizzarra personalità. Molto sommessamente penso che, se non si contestualizza un po’, il tutto rischia di essere fuorviante. Lei non ha dato, per esempio, il giusto risalto al carico del match del 1972, in piena guerra fredda, un Americano da solo contro l’armata sovietica nel loro gioco preferito e sfruttato politicamente dal partito. Una partita, per uno che non sapeva perdere, caricata dal peso di non poter perdere. Se si è Borderline, per forza poi si rischia di finire nell’abisso. Nessun’altra sfida mondiale, a mia memoria, ha avuto lo stesso risalto mediatico. Certamente non può essere preso ad esempio di comportamento, ma e come una mossa degli scacchi non sicuramente sbagliata: ha lati positivi e lati negativi. Il nostro compito e prendere il positivo sorvolando sul negativo, che indubbiamente c’è stato.

    1. Michele,
      la ringrazio per questo suo garbato e gradito intervento, che mi consente di fare alcune precisazioni anche in riferimento a qualche perplessità che ho udito al di fuori del Blog.
      Premetto che l’articolo era incentrato, come tutti avranno visto, sul Fischer uomo e non sul Fischer giocatore. Possiamo qui parlare anche di persone, non solo di giocatori, e non dobbiamo averne il “via libera” da nessuno, per fortuna. Il giocatore Fischer forse è stato il più grande genio di ogni tempo e ha spinto verso gli scacchi una generazione di persone, me compreso. Lo sappiamo, ma l’argomento era un altro. Era l’uomo.
      “Troppo facile criticare”, lei mi dice. Forse sì. Ma non sempre, perché le critiche serie vanno comunque argomentate, come penso di aver fatto io. Tenga anche conto che poteva essere più facile criticare Karpov, o Kasparov, o Topalov, o Kramnik, ex campioni del mondo che non hanno certamente quello stuolo di fans che ancor oggi ha Fischer, fans che si risentono assai se si parla con accenti critici del loro beniamino/mito.
      “Un americano da solo contro l’armata sovietica”, lei scrive. Ebbene, nel 1972 ho seguito passo dopo passo i preliminari e poi l’intero “match del secolo”, in Italia e all’estero, attraverso TV, radio, quotidiani e riviste specializzate e non, che dedicavano ampio spazio al match. Posso ben dire che Fischer non era affatto solo contro il gigante russo: Fischer aveva forse i tre quarti del mondo dalla sua parte, negli USA si adoperò per lui anche il segretario di Stato Kissinger, i mass media occidentali tifavano tutti per lui; ovunque era acclamato, coccolato e ben pagato. Io stesso tifavo per lui per quanto di grande aveva fatto negli anni precedenti, e per me il più bel libro di scacchi era il suo “60 partite da ricordare”, che conoscevo quasi a memoria.
      Ecco, ho detto “negli anni precedenti” e fino al 1972. I suoi irriducibili ammiratori debbono infatti riconoscere pure che Fischer (a parte ciò che ho scritto qui nel post) dopo il 1972, pur essendo diventato campione del mondo, non giocò più e non fece più nulla per la promozione degli scacchi, assolutamente nulla. Molto triste per un campione del mondo e le sue idee sull’orologio e sulla variante Random non cambiano il fatto che dopo aver “conquistato” il mondo scacchistico, se ne è allontanato senza spiegazioni. Purtroppo la verità è questa, a qualcuno farà male ma la verità è esattamente questa.
      Ultimo punto. Lei scrive: “il nostro compito è prendere il positivo sorvolando sul negativo”. No, senza necessità di compiti, tutti dovremmo invece fare attenzione al “negativo”. Porto un caso-limite, per quanto esuli dal tema del post: la maggior parte degli italiani negli anni 20 e 30 dello scorso secolo presero il positivo dal capo del governo e dal suo partito, mentre sorvolarono sul negativo, con le nefaste conseguenze e lutti che poi abbiamo conosciuto.

      Il mio ringraziamento, Michele, e saluti cordiali.

  3. Pochissime parole: era certamente uno schizofrenico delirante. D’altra parte era vissuto senza padre e con una madre anch’essa fortemente disturbata. Eppure, eppure…. nella mia vita lavorativa, ormai purtroppo lunga, ho constatato che anche dai “pazzi” si può imparare qualcosa. Si impara se non altro a vedere le cose da un altro punto di vista. E questo ci serve per dubitare delle nostre certezze, nelle quali troppo spesso ci adagiamo

  4. Ognuno è libero di criticare in maniera garbata e civile chiunque e certamente l’estensore dell’articolo ha espresso la “sua” verità in merito al grande campione americano. Tuttavia, ritenere Fischer alla stregua di Hitler o di Jack lo squartatore mi sembra assolutamente ingiusto oltreché ingeneroso e non molto garbato, se posso permettermi. Nessuno, ancora dopo sessant’anni, mi pare dica che Truman fosse un pazzo eppure ordinò lo sganciamento di due bombe atomiche, producendo la morte istantanea di oltre trentamila persone in un colpo solo. In ogni caso l’estensore pare dimenticare che Fischer oltre ai meriti sportivi ha avuto il grandissimo merito di rendere appetibile a livello professionistico gli scacchi per quanti volevano giocare ad altissimo livello. Per i grandi campioni è indubbio ci siano gli scacchi prima e dopo Fischer per quanto concerne i loro molto più lauti guadagni. Era dunque pazzo o non forse meticolosamente rivolto a che i mass media si interessassero degli scacchi, sempre fino ad allora negletti? Mi sembra che l’articolo sia intriso anche di una certa retorica per la quale i buoni e i cattivi vengono decisi a monte in base ad un politically correct / filo radical-chic che stabilisce a priori e pregiudizialmente cosa è buono e cosa è cattivo di cui abbiamo esempi ogni giorno da molti dei giornalisti, opinionisti, professori e politici nostrani. Ognuno invece può avere e deve essere rispettato per le sue opinioni, se poste in modo garbato e civile, anche se non collimano con le nostre e anche se negano provocatoriamente l’Olocausto e ciò perché quegli stessi che sostengono l’Olocausto e dipingono come pazzi chi lo nega o lo critica, molto spesso sono quegli stessi che negano le Foibe e la guerra civile in Italia nell’immediato dopo guerra e ritengono sia giusto che ai tanti ragazzi e ragazze della RSI non sia dovuto nemmeno un fiore vero al cimitero dove riposano. Diceva Gesù: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?” L’unica cosa su cui sono veramente d’accordo è la parte conclusiva: Fischer non accettava la sconfitta e questo è certamente fortemente diseducativo e su questo secondo me chi fa opera di educazione in qualsiasi campo deve lavorare tanto affinché i ragazzi invece posseggano anche la cultura della sconfitta e sappiano rispettare chi perde come essere rispettati se perdono se vogliamo realmente un mondo migliore… anche degli scacchi.

  5. Ringrazio anche Bruno e Gherardo per i cortesi e interessanti riscontri qui pubblicati. Permettimi, Gherardo, di aggiungere qualche mia parola alle tue osservazioni. Tre punti in particolare:

    * Non ho assolutamente posto Fischer alla stregua di Hitler o Jack ..! Non ho scritto questo. Ho inteso soltanto dire che i titolari di “ego” smisurati possono facilmente produrre personaggi molto importanti, nel bene (inutile citare) e nel male (forse era altrettanto inutile citare e me ne scuso).

    * Che Robert Fischer giocatore abbia spinto agli scacchi milioni di persone è vero, ma non era sua intenzione, lui a ciò non pensava affatto, lui non era né un filantropo né un insegnante né un consapevole divulgatore.

    * Ho riportato (con parole di altri) la posizione di Fischer sull’Olocausto, una posizione chiaramente estremista non condivisibile dai più. Non ho espresso alcuna mia considerazione politica personale al riguardo. E non ho mancato di rispetto a nessuno. Quindi niente “radical-chic”, nessuna “trave”!

    Insomma, nel mio testo ho riportato quasi esclusivamente fatti e dichiarazioni (non mie opinioni), fatti incontrovertibili e dichiarazioni di chi, probabilmente, ne sa più di me, che pure ho seguito personalmente in quei lontani anni l’ascesa e il rapido tramonto del campione.

    Quello che mi ha colpito, leggendo commenti poco positivi sul post e ascoltandone altri (ma i più lo hanno apprezzato), è che nessuno ha posto l’accento su fatti e dichiarazioni da me riportati, nulla è stato smentito. Tuttavia l’accento è finito curiosamente per posarsi sull’autore di queste righe, reo, probabilmente, di aver toccato e disturbato un mito.

  6. Carissimo Topatsius, lieto di leggere le Tue precisazioni.
    Anche se non ho capito perché non ho ricevuto via mail la Tua risposta ma tant’è.
    Volevo tuttavia precisare che non ho mai detto che Fischer abbia meriti di divulgatore tutt’altro! semmai con le sue pretese, ha il merito di aver alzato notevolmente le aspettative economiche degli scacchisti professionisti.
    Il che di sicuro ha avuto chiare conseguenze anche nel livello di gioco perché se i giocatori spendono per la loro preparazione, significa che hanno guadagnato soldi partecipando a tornei e eventi per i quali possono chiedere cachet migliori di quelli dei giocatori precedenti.
    Sappiamo tutti che Capablanca era figlio di un ambasciatore cubano Alekin un nobile aristocratico russo e i giocatori sovietici erano supportati dallo Stato, perciò tutti costoro non avevano certo problemi economici e potevano dedicarsi agli scacchi serenamente.
    Fischer no.
    Fischer era di estrazione sociale modesta e forse nemmeno acculturata; di certo non aveva avuto la possibilità di frequentare le scuole migliori e dunque ha sfruttato il proprio talento in questo gioco per farne la propria ragione di vita, di guadagno, di ambizione personale e dunque alla fine di mezzo per uscire da quella condizione sociale nella quale, se non avesse avuto quel tipo di qualità, sarebbe affogato o comunque non emerso.
    Un po’ come tanti pugili o cantanti di colore di quel periodo e anche dei periodi successivi (ultimo esempio forse Tyson).
    Non sono nemmeno tanto d’accordo sul fatto che avesse il mondo intero dalla sua parte semmai quello occidentale, per motivi politici più che scacchistici.
    Certamente tutti i commentatori concordano che la già fragile stabilità mentale del grande campione fu aggravata da tutta quella aspettativa: l’essere il primo occidentale anzi nordamericano ad avere serie possibilità di riprendersi il titolo dalla fine del secondo conflitto mondiale, fino ad allora saldamente in mano ai sovietici.
    Del resto pochi anni prima gli Stati Uniti avevano superato costoro arrivando per primi (dicono loro) sulla Luna quando i sovietici erano stati i primi ad orbitare intorno alla terra.
    Insomma, credo che Fischer sia stato anche vittima di tutto ciò e il fatto che dopo quella sfida non giocò più (se si eccettua la “rivincita” nel 1992) testimonia che probabilmente aveva dato tutto era stato usato e svuotato e null’altro poteva essergli chiesto.
    Caso tipico della cultura economistica americana (quando un titolo non rende più lo si vende).
    Certo lui stesso avrebbe potuto sfruttare meglio la sua immagine, divenire un testimonial pubblicitario molto ben pagato o che so opinionista della tv, o ancora Presidente della FIDE o della Federazione Scacchistica statunitense, o allenatore di nuovi talenti americani o sviluppatore di programmi per scacchi all’epoca molto arretrati, ma dobbiamo tener conto che non siamo tutti uguali e ognuno ha i suoi limiti caratteriali.
    Magari non si è semplicemente saputo “vendere” come a posteriori vorremmo avesse fatto.
    Sicuramente, dal mio punto di vista, è stato un peccato per lo sviluppo della divulgazione degli scacchi soprattutto nelle Nazioni come l’Italia, in questo campo all’epoca piuttosto arretrate.
    Ritengo tuttavia non se ne possa fare una colpa a lui ma solo alla natura umana.
    Con stima
    Gherardo

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