Quei ‘matti’ che giocavano il Gambetto di Budapest
István Abonyi
(Riccardo Moneta)
“Only the Budapest can be definitely not recommended”. “Solo il Budapest può essere decisamente sconsigliato”. Si era nel 1973. Così scriveva, o meglio sanciva, Tim D.Harding nel suo volumetto “Counter Gambits”, nel capitolo in cui esaminava alcuni gambetti “indiani” quali il Blumenfeld e il Volga.
Eppure mi aveva illuso a quei tempi il G.M. jugoslavo Ljubomir Ljubojevic, il quale aveva subito raggiunto di Nero una posizione invidiabile al torneo di Costa del Sol 1971 contro Bisguier: 1.d4 Cf6 2.c4 e5?! 3.dxe5 Ce4 (la variante Fajarowicz) 4.Cf3 Cc6 5.a3 d6 6.Dc2 d5 7.e3 Ag4; ma forse le scelte dell’americano non debbono essere state le migliori.
Tuttavia mentre scriveva quelle parole Tim Harding un poco se ne innamorò del nostro Gambetto, tanto è vero che parecchi anni più tardi avrebbe pubblicato, proprio sulla variante Fajarowicz, un lavoro dall’eloquente sottotitolo “Una eccitante difesa per il Nero”.

La prima volta che apparve il Gambetto di Budapest (o almeno la prima volta di cui si ha notizia) fu nella partita Adler-Maroczy del 1896, vinta in appena 18 mosse dal campione ungherese.
Mor Adler era però un giocatore dilettante e non venne dato alcun peso a quella strana “novità teorica” di Geza Maroczy, novità che riapparve più tardi sulla scena della pratica dei tornei per merito di due altri ungheresi, István Abonyi (Budapest 18.8.1886 – 5.6.1942) e Gyula Breyer (Budapest 1893 – Bratislava 1921), il quale ultimo la provò contro il forte chirurgo olandese Johannes Esser in un piccolo torneo a Budapest nel 1916.
Abonyi è quella persona che vedete nella foto di apertura insieme alla sua “creatura”. Di lui si conosceva già l’originalità (i “matti” del titolo di questo post naturalmente non sono altro che giocatori originali ed estrosi) avendo presentato nel 1912 per la prima volta mondiale il suo “Abonyi Gambit” (1.Cf3 d5 2.e4!?).
Successivamente egli pubblicò analisi sulla “variante Abonyi” di questo “Gambetto di Budapest” (1.d4 Cf6 2.c4 e5 3.dxe5 Cg4 4.e4 Cxe5 5.f4 Cec6), precisamente nel 1922 sulla rivista Deutsches Wochenschach.
Abonyi ebbe presto degli imitatori e seguaci. Ad esempio a Vienna nel 1917 giocò il Budapest il maestro Josef Krejcik (Vienna 1885-1957) contro Helmer. Krejcik oltre che giocatore fu anche un compositore di scacchi, un arguto giornalista, un teorico, e il suo nome è associabile ad un altro “matto” degli scacchi, essendo infatti legato pure a due originalissimi e velocissimi gambetti che hanno preso il suo nome: quello contro la difesa Olandese: 1.d4 f5 2.g4?! e quello contro l’Alekhine 1.e4 Cf6 2.Ac4!?

E arriviamo a Berlino nella primavera del 1918, quando si svolse un torneo a girone doppio all’italiana fra Akiba Rubinstein, Carl Schlechter, Jacques Mieses e Milan Vidmar. Pare che quest’ultimo al primo turno non sapesse cosa giocare di Nero contro Rubinstein e che avesse chiesto consiglio proprio ad Abonyi, il quale non ebbe difficoltà a mostrargli il suo nuovo Gambetto di Budapest. Milan Vidmar, che pure aveva uno stile di gioco posizionale, accettò il consiglio e batté Rubinstein in appena 24 mosse. Rubinstein ebbe di conseguenza un crollo psicologico e successivamente, di fronte a Mieses e a Carl Schlechter, i quali gli giocarono apposta la stessa difesa, racimolò appena una patta (contro Schlechter).
Resterà quello il momento di maggior gloria per il Gambetto di Budapest, che fu subito oggetto di sperimentazioni ed analisi. Sempre nel 1918 Schlechter pubblicò una monografia “Die budapester Verteidigung des Damengambits” che senza dubbio fu il primo serio libro su questo divertente gambetto. E così, sulla spinta delle due vittoriose partite di Vidmar e Mieses e dell’immediato lavoro di Schlechter, ecco che negli anni seguenti crebbero le apparizioni del ‘Budapest’ anche in forti tornei, al punto che qualche giocatore che desiderava evitarlo decise addirittura (strano ma vero!) di cambiare il proprio ordine di mosse di apertura in: 1.d4 Cf6 2.Cf3.
E divenne piuttosto noto in quel periodo anche il suo propugnatore Istvan Abonyi, che va ricordato anche per essere stato uno dei i 15 fondatori della FIDE il 20 di luglio 1924, nel corso della Prima Olimpiade di scacchi (non ufficiale) di Parigi.
Era logico che il centro dell’attenzione analitica nei confronti del nostro Gambetto si concentrasse a Budapest, grazie alle iniziative di giocatori quali Zsigmond Barász, Elek Bakonyi e Gyula Breyer.
Ma anche altrove apparvero proseliti. Fra questi il tedesco di origini ucraine Sammi Fajarowicz (Lipsia 1908-1940), il quale lasciò il suo segno dando il nome alla variante 1.d4 Cf6 2.c4,e5 3.dxe5 Ce4 che intendeva concentrare il gioco del Nero su di un rapido sviluppo dei pezzi. Tuttavia la “variante Fajarowicz” venne presto considerata inferiore alla principale 3… Cg4.
Xavier Tartakower utilizzò spesso questa difesa, che attrasse per un momento l’attenzione anche del grande Alekhine; ma col Bianco Alekhine seppe dimostrare i peccatucci dell’impianto, grazie ad alcune convincenti analisi e soprattutto alle vittorie ottenute al torneo di Baden Baden nel 1925 contro Ilya Rabinovich in appena 23 mosse e ad Hastings 1925-26 contro Adolf Seitz.
Ma i ‘matti’ che continuarono ad utilizzare il Gambetto di Budapest non sono mai mancati. Il primo di quello che possiamo chiamare “il secondo gruppo” fu, e si palesò con coraggio proprio contro Alekhine (doppiamente “matto”, insomma!), il cecoslovacco Karl Gilg.
Il M.I. Gilg aveva già affrontato e battuto nel 1925 Alekhine quando questi si esibì a Mährisch-Ostrau in una simultanea ‘alla cieca’ e lo stesso Gilg fu uno dei due giocatori che lo affrontarono esibendosi anche loro ‘alla cieca’. Nel 1926 al torneo di Semmering Gilg non ebbe timore nel giocare contro Alekhine di nero il Gambetto di Budapest, dal campione russo appena “confutato”.
Qui riporto le fasi iniziali di quella partita, che posero qualche dubbio sulle asserzioni di Alekhine.

Karl Gilg sarebbe curiosamente rimasto una ‘bestia nera’ per Alekhine, in quanto il campione del mondo l’anno successivo (1927) al torneo di Kecskemét non andò oltre la patta in entrambi gli incontri con il forte cecoslovacco.
Ora però è il momento di presentarvi la partita Rubinstein-Mieses, della quale sopra si è detto, accompagnata da una particolarità: il commento è vecchio come la partita, essendo stato scritto da un (per me) anonimo redattore della “Revue Suisse d’Echecs”, commento che venne tradotto in italiano qualche anno più tardi (dicembre 1921) dalla redazione della nostra “L’Alfiere di Re”. Non c’erano motori, e qui soprattutto si fonda il fascino del lavoro dei commentatori dell’epoca.
Il Gambetto di Budapest è sempre più un ospite raro nei tornei dei nostri giorni, eppure è stato, sia pure episodicamente, utilizzato da grandi giocatori quali, ad esempio, Szabo, Mamedyarov, Ivanchuk, Short e Shirov (gente che davvero “matta” non era). In particolare uno dei successi in questo secolo ottenuti col Gambetto di Budapest è quello del secondo turno del Tata Steel Chess del 2014, quando (guarda caso!!) un altro ungherese, Richard Rapport, batté Boris Gelfand.
E lo vedremo ancora, questo eccitante gambetto, specie se (perché no?) qualcuno di voi lettori vorrà approfondire e mettersi a guardarlo seriamente. Non vi preoccupate: nessuno vi darà del ‘matto’ (io scherzo …).
Come ricorda il GM bulgaro Kiril Georgiev (lo richiamava un articolo di Martin Neubauer pubblicato nel dicembre 2020 su Chessbase) il Gambetto di Budapest offre tra l’altro un vantaggio a chi non ha troppo tempo o voglia per studiare a fondo le aperture: ingloba infatti un repertorio limitato di idee strategiche, con pochi e lineari piani assai comprensibili, in ciò favorito da una struttura dinamica dei pezzi e da una costruzione pedonale difensiva e poco sbilanciata.
Datevi da fare, allora, e ricalcate senza paura le orme di István Abonyi…