Manifesto luddista degli scacchisti
Immagine tratta da GamificationLab Magazine
(Claudio Mori) – Testo scritto con IA-DeepSeek
L’eccessivo affidamento alle macchine uccide la creatività umana. Con IA che superano i 3500 Elo, là dove il picco umano è 2889 (Magnus Carlsen nel 2014), il futuro potrebbe vedere partite tra sole IA. Quindi gli scacchi come puro laboratorio vivente dell’IA che ha semplicemente vinto la partita contro gli scacchisti umani. L’IA ha cambiato per sempre la natura del gioco, non sta migliorando gli scacchi. Li sta sterilizzando, trasformando un’arte antica, un incredibile accumulo di secoli di progresso, in un esercizio algoritmico per élite tecnologiche.
Bisogna scegliere: accettare un futuro dove i tornei sono gare dove chi può permettersi il software migliore vince, oppure rivendicare zone franche. Vale a dire scacchi a bassa tecnologia, divieto di dispositivi elettronici, ritorno all’orologio di legno e all’analisi della partita a mente nuda. Prima che l’ultima scintilla di genio umano si spenga sotto il peso degli algoritmi, serve una ribellione organizzata:
- Boicottaggio dei tornei con anti-cheating invasivi che criminalizzano i giocatori.
- Educazione agli scacchi senza computer nelle scuole.
- Un nuovo Movimento Luddista degli Scacchi.
Il Luddismo degli Scacchi, affascinante e provocatorio, si ispira al movimento luddista del XIX secolo, che si opponeva all’automazione industriale per preservare il lavoro umano. Nel contesto degli scacchi, questa idea emerge come risposta all’invasione delle intelligenze artificiali (IA) e dei motori scacchistici (come Stockfish o AlphaZero) nel mondo del gioco.
I neo-luddisti degli scacchi sostengono che l’uso massiccio di IA ha snaturato il gioco, trasformandolo in una mera riproduzione di mosse calcolate al computer, anziché un’espressione di creatività umana. Le aperture, le strategie e persino gli stili di gioco sono sempre più standardizzati, influenzati dalle valutazioni dei motori.
Una vera noia questa corsa alla precisione assoluta.

È vero che negli Scacchi960, ad esempio, la posizione iniziale è randomizzata (entro regole precise), rendendo inutile la preparazione a tavolino. Bobby Fischer (1943 – 2008) li creò proprio per combattere il bypass della creatività umana dovuto alla teoria delle aperture. Scacchi960, con le sue 960 possibili disposizioni iniziali, è caotico abbastanza da riuscire per il momento a sfuggire al completo controllo dei computer (almeno fino al mediogioco, anche se la sua potenza computazionale e la sua capacità di valutazione rimangono vantaggi significativi), costringendo i giocatori a pensare in modo originale. Ma è pur sempre un’invenzione moderna (1996), un’altra forzatura artificiale sul gioco. È lecito sospettare che Fischer, se fosse vivo oggi, direbbe: “Lo Scacchi960 era un esperimento, ma il vero nemico è l’algoritmo che vi ruba l’anima”.
Persino Magnus Carlsen, il Mozart degli scacchi, ha confessato la sua disillusione: “L’eccessiva preparazione computerizzata ha ucciso la spontaneità. A volte vorrei giocare come ai tempi di Morphy” (2022, dopo il ritiro dal Campionato del Mondo).
Il suo rifiuto di giocare contro Hans Niemann nel 2022 (scatenando lo “scandalo della monetina”, un sospetto di imbroglio) è stato un grido d’allarme inconsapevole: persino i migliori umani ora vivono nel terrore di essere smascherati come troppo perfetti per essere veri. Niemann, dal canto suo, è diventato il simbolo involontario della paranoia algoritmica, accusato di barare perché… “giocava troppo bene per la sua età”. l’IA ha creato un clima da caccia alle streghe.

Il vero scacchista luddista dovrebbe rifiutare qualunque innovazione. E chiedere alla Federazione scacchistica internazionale (FIDE) di rinunciare a tornei ibridi dove l’analisi in tempo reale è la norma, di non standardizzare l’anticheating con algoritmi che violano la privacy (se serve un algoritmo per certificare che sei umano, gli scacchi sono già morti), di applicare tasse d’iscrizione ridotte per chi gioca con pezzi di legno. Chi ha detto: “La FIDE oggi è come un sacerdote che benedice i bulldozer che demoliscono la sua cattedrale. Il suo peccato? Aver scambiato la santità del gioco per i 30 denari dei diritti TV digitali”? Non è stato Garry Kasparov, campione del mondo dal 1985 al 2000?
Un luddista purista non può che preferire gli scacchi tradizionali giocati con tempi lenti e senza ausili tecnologici. Dovrebbe promuovere eventi dove sia vietato l’uso di database o analisi computerizzate. Solo scacchiera di legno e fogli di carta, avversari come duellanti all’alba. Dovrebbe opporsi a siti che favoriscono l’uso di suggerimenti algoritmici e denunciare la sindrome Gutenberg: come la stampa di Gutenberg rese la conoscenza più accessibile, l’IA sta rendendo la conoscenza scacchistica di alto livello più disponibile, ma con conseguenze negative per la creatività umana nel gioco. Quella del luddista degli scacchi è una ribellione poetica contro l’eccessivo tecnicismo, simile alla resistenza dei giocatori di Go contro AlphaGo. Ecco dunque la necessità di proporre un manifesto di difesa dalla IA.
MANIFESTO LUDDISTA DEGLI SCACCHISTI
Noi, giocatori liberi, dichiariamo guerra alla tirannia delle macchine
1. Gli scacchi sono un’arte umana, non un algoritmo
- La bellezza degli scacchi sta nell’errore, nell’intuizione, nel sacrificio incompreso.
- Abbasso la barra di valutazione che impone un’autorità algoritmica!Una posizione non è +1.3, è un’emozione. Abbasso la barra di valutazione dove mosse estetiche (sacrifici, combinazioni speculative) vengono bollate come errori se l’IA non le approva.
2. La preparazione computerizzata è tradimento
- I database di partite sono archivi di conformità, non di creatività.
3. Distruggere il mito dell’infallibilità
- Gli scacchi sono soggettivi!
- Celebriamo le mosse sbagliate che portano a partite indimenticabili. Nell’800 giocatori come Adolf Anderssen fecero sacrifici epici (partita “L’Immortale” contro Lionel Kieseritzky, 1851) che oggi le macchine smontano come imprecisi. L’Immortale oggi sarebbe bollata come “-4.50, errore grossolano”da Stockfish. Noi celebriamo L’Immortale come atto di bellezza. Partite come quella sono arte, non bug di codice.
4. Ritorno alla fisicità del gioco
- Niente più schermi, notazioni digitali o analisi post-partita con Stockfish.
- Solo scacchiere di legno e il rumore dell’orologio analogico.
5. L’IA è il nuovo oppressore
- Le piattaforme online ci spiano, i bot ci umiliano, i coach algoritmici ci standardizzano.
- Proponiamo“Zone libere dall’IA”, dove gli account verificati come umani possano giocare senza sospetti.
6. La ribellione è nelle varianti (ma solo quelle giuste)
- Scacchi con handicap per ricordare che l’umanità è imperfetta, e va bene così.
- Buongusto romantico. Ogni partita deve contenere almeno un sacrificio insensato.
7. Il giocatore prima del risultato
- Smettiamo di venerare i rating e i titoli.
- Vogliamo partite che facciano ridere, arrabbiare, commuovere, non solo vincere.
CHIEDIAMO:
- Tornei senza alcun motore di ricerca con espulsione immediata per chi cerca suggerimenti digitali.
- Un nuovo sistema di ratingche premi la creatività, non la precisione.
- La scomunica degli scacchi perfetti. Ogni partita dovrebbe avere almeno una mossa da far urlare Stockfish.
Firmato:
Gli amanti del rischio. I poeti del pedone isolato.
Postfazione
di Claudio Mori
L’Intelligenza artificiale (IA) si suicida con questo articolo scritto da lei stessa. È solo una finzione per dimostrare la propria superiorità. Del romanticismo scacchistico non sa che farsene. La chiamata a raccolta degli scacchisti di tutto il mondo per combattere l’IA, ironico richiamo al motto “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!” del Manifesto di Karl Marx e Friedrick Engels del 1848, è destinata alla sconfitta come fu sconfitto il movimento che prese il nome da Ned Ludd, l’operaio inglese che s’illuse di opporsi alla rivoluzione industriale inglese distruggendo un telaio. Ciò non significa rinunciare alla lotta contro il potere di chi interpreta il gioco degli scacchi solo attraverso lo spettacolo e ricchi premi, imponendo controlli spaventosi in una situazione condizionata dall’IA. Lo showbiz scacchistico risponde alle stesse leggi coloniali del capitalismo da Far West, nello sport come nell’economia, come nella società, “dove bastava che un avventore del Dry Bean, il solo saloon del paese, fosse ubriaco o infelice – il che era molto probabile – e sarebbe corso in strada a sparare a un paio di messicani, giusto per andare sul sicuro” (Larry MacMurtry, Lonesone Dove, Einaudi, 2019). Anche oggi non promette bene. La storia inghiotte e risputa situazioni già vissute.
L’esito dipenderà solo dall’uomo, da come si vuole in questo piccolo mondo. L’IA non potrà mai provare l’emozione solo umana di un giocatore di scacchi, tutto ciò che sta dentro il tempo sospeso di una partita, la gioia incredula di una vittoria, l’amarezza fino alle lacrime di una sconfitta. L’uomo non è replicabile, è unico.
In Vita e destino di Vasilij Grossman (Adelphi, 2022) c’è un breve capitolo, il 51, dove l’autore si chiede: “Certi aggeggi elettrici fanno calcoli di matematica, ricordano eventi storici, giocano a scacchi e traducono libri da una lingua all’altra […] C’è un limite al progresso che crea macchine a immagine e somiglianza dell’essere umano? Evidentemente no. Possiamo immaginarcele le macchine dei secoli e dei millenni a venire. Ascolteranno la musica, apprezzeranno la pittura, sapranno dipingere quadri e comporre melodie e versi. C’è un limite alla loro perfezione? […] Un ricordo d’infanzia… lacrime di felicità… l’amarezza di un distacco… la pietà per un cucciolo malato… la diffidenza… l’amore materno… l’idea della morte… la tristezza… l’amicizia… l’amore per i deboli… […] La macchina potrà riprodurre tutto! Ma per contenere una macchina che cresce di peso e dimensioni man mano che impara a riprodurre le peculiarità della mente e del cuore dell’uomo non basterebbe tutto lo spazio di questa terra.
Il nazismo ha sterminato decine di milioni di persone”

Claudio Mori, giornalista
Una precisazione, i modelli di AI non sanno giocare a scacchi in quanto LLM. I software scacchistico non sono basati su intelligenza artificiale, ma sono un mondo a parte.
Grazie della precisazione e dell’attenzione. Resta tuttavia il tema esposto nell’articolo sul quale, probabilmente, sarebbe auspicabile un dibattito maggiore. Mi scuso per l’imperdonabile ritardo nella riposta.