Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Le 100 lire del Pinci

(del MF Pierluigi Passerotti)
Roma, 1967, forse 1968, vicinissimo alla breccia di Porta Pia nel bellissimo bar Fassi.
Un vecchio signore panciuto è pesantemente seduto al bel tavolo di legno e ha davanti la scacchiera pronta per le solite sfide pomeridiane con chi lui considera un utile avversario.
Utile…

Il giorno prima il giovane era in piedi e osservava il panciuto Pinci giocare con uno meno vecchio e meno grasso. Il Pinci era sempre concentrato, inespressivo ma talvolta faceva smorfie prima di muovere o quando commetteva quelli che gli sembravano errori. La posta in gioco tra i due anziani era 100 lire. Alla terza sconfitta l’altro si era alzato evidentemente inviperito buttando sulla scacchiera tre monete mentre esclamava: “Pinci hai solo culo! E sei così lento che alla fine uno si annoia e sbaglia, ora me ne vado che è tardi, troppo tardi. Accidenti, avresti dovuto abbandonare invece che continuare inutilmente.” Il Pinci, con un sorrisone antipatico, aveva risposto: “Inutile? Mi pare che ho vinto l’ultima e non solo. Mi hai lasciato trecento lire!


Il panciuto Pinci è lì tranquillo, aspetta un pollo, come tutti i pomeriggi.

“Posso giocare con lei?”
Smorfia, doppio mento traballa e le larghe mascelle si schiudono per dire: “Sì, ma gioco 100 lire a partita, tu ce le hai?”
“Sì. Posso stare un paio d’ore poi devo prendere l’autobus, abito poco prima di Montesacro.”
“Da quanto giochi a scacchi, come ti chiami?”
“Piero, cioè Pierluigi e ho imparato a otto anni ma solo l’anno scorso a tredici mi sono appassionato giocando con un mio compagno della terza media su una scacchierina sotto il banco senza farci accorgere dai professori.”
“Di solito come finite, cioè chi vince?”
“Un poco io un poco lui.”

“La mossa geniale”, 1924

Il Pinci prende il Bianco senza nemmeno fare il sorteggio come si usa, nascondendo un Pedone bianco in una mano e uno nero nell’altra. Protestare? No, come contraddire un esperto scacchista del bar Fassi? Questa è la sede più rinomata degli scacchisti romani dopo il bar Branca, almeno questo è quello che ha sentito dire Piero. La partita inizia 1. e4 con l’ovvia replica 1… e5 ma dopo poche mosse la situazione si mette male, in breve il pancione guadagna un Pedone. Scoraggiato Piero ne perde un altro dopo un quarto d’ora di inutili tentativi di attacco. Sconfitta e pagamento di cento lire.

Rivincita con il Bianco. 1. d4 è l’apertura che Piero sta tentando, al posto di 1. e4, da quando ha comperato il libro “La Partita Ortodossa” di Porreca. Con trepidazione fa il gambetto di Donna quando il Pinci risponde 1… d5, ma dopo 2. c4 ha la sorpresa dell’accettazione 2… dxc4 del vecchio. Accidenti, perché quello mangia abbandonando il centro? Dopo qualche secondo Piero prosegue coraggiosamente con 3. e4 b5 ma guarda come il vecchio taccagno si difende il Pedone 4. a4 c6 5. axb5 cxb5 6. Cc3 Ab7 lasciare il Pedone centrale per quello b5 non è proprio il caso, ma come proseguire?

Non ricordo come proseguii, ricordo però che persi e furono duecento lire lasciate al Pinci. Salutai e andai a prendere il primo autobus tra il 62 o il 36 all’angolo tra via Nomentana e Piazza di Porta Pia pagando 25 lire al bigliettaio. A quei tempi c’era un umano con mazzetto di bigliettini arancione o verde chiaro con stampato l’importo di 25 lire.

Tutte le volte che facevo il Gambetto di Donna il vecchio pancione lo accettava e se lo difendeva testardamente quando iniziai a giocare 1. d4 d5 2. c4 dxc4 3. Cf3 (eh… sì la più accreditata dalla teoria) b5 4. a4 c6 5. Cc3 sia con Ad7 che Aa6. L’avaro pancione intascava spesso le 100 lire, ma senza ridacchiare. Mi sembrava un comportamento dettato da poca soddisfazione, come invece provava con il suo avversario abituale di mezza età. Doveva proprio considerarmi poco e ciò mi faceva arrabbiare e sbagliare di più.

Utile avversario. Chi è? uno che a fine pomeriggio gli faceva recuperare il pagamento di caffè o gelato del bar Fassi.

Forse trovai al bar Branca, dove andavo la domenica accompagnato da mio padre, qualcuno che mi diede qualche dritta così che tornato a sfidare il Pinci quello iniziò a rabbuiarsi e pensare più del suo pur lungo tempo prima di protendere la mano grassoccia sulla scacchiera. Non avevamo l’orologio per imporre pensate ragionevoli e il Pinci quando si accorgeva di passarsela male pensava, pensava, pensava… sperava di innervosire l’avversario più che trovare qualche genialata.

Erano tempi romantici e si poteva litigare per pezzo toccato non mosso o cambiato di casa dopo averlo lasciato.

Villa Calderai, sede dell’Hotel Washington. Il bar Fassi era ospitato nelle ex-scuderie (Rerum Romanarum)

All’inizio della primavera si usciva dalle sale interne del Fassi per andare a giocare nella veranda rialzata in mezzo al bellissimo giardino privato. Un poco mi dispiaceva lasciare quell’ambiente stile liberty con mobilio mogano, alle pareti specchi con il piombo un poco corroso ai bordi e la luce soffusa e giallastra, forse mi sembrava di stare al Café de la Régence dove si sfidavano quei campioni di cui leggevo nel “Libro Completo degli Scacchi” di Chicco e Porreca. Ma era favoloso stare tra le piante del giardino con i glicini che iniziavano a fiorire e le mura di Roma ben visibili oltre il Muro Torto, trafficatissimo già allora, la breccia che ricordava la presa di Roma, quei tempi di eroi come Garibaldi e delle vittorie per la creazione dell’Italia unita… respiravo un’atmosfera epica mentre combattevano pezzi di legno le mie battaglie sulla scacchiera.

Villino Calderai, salottino (Archivio Soprintendenza Speciale di Roma)

Oltre al Pinci c’erano Glidewell padre e figlio, il greco Pratafatakis, il pittore Franz Borghese, prima nazionale (!) e la moglie Daniela Romano sedicente campionessa italiana femminile, talvolta qualcuno del bar Branca, probabilmente più spesso l’avvocato Bivini. Ci passava anche l’allievo dell’ex campione italiano Nestler, il quasi mio coetaneo Tristano Gargiulo. Certamente qualche comparsata di Tatai e Zichichi soprattutto nei giorni estivi, nel tardo pomeriggio – sera. Ma c’erano anche il Maestro Palombi e i candidati maestri Meo e Boschetti. E i maestri figlio e padre Roberto e Giuseppe Primavera. Un maestro ci era particolarmente simpatico a me e il mio amico Giuseppe Valenti, che divenne più tardi mio compagno di studi della Siciliana: Remo Calapso, un grassoccello anziano Remo Calapso che spesso diceva: “… il Pedonicchio, il Pedonocchio, ti mangiano il Pedonicchio e poi si pedde…” aveva qualche debolezza a pronunciare la r.

Passavano talvolta “stranieri” come il maestro milanese Magrini, un giovane simpatico dongiovanni.


Mi ci volle qualche mese per sentire il Pinci rifiutarmi la partita a 100 lire: “No, facciamo 50 lire… oggi non mi sento bene”. Ma continuò a sentirsi poco bene per un po’, anzi peggio, al punto di scendere a 25 lire a partita. Poi un pomeriggio, tirando fuori dal taschino del gilè un orologio (sì un orologio da film con tanto di catenella), scrutando con attenzione le lancette come se non sapesse leggere bene e presto l’ora: “No, no, sta arrivando il mio vecchio avversario, facciamo un’altra volta!” Volta che non venne mai più, perdeva troppe 100 lire, troppe 50 e pure le 25, ero diventato una sanguisuga per il panzone.

Di una cosa sono certo, avevo smesso 1. d4 d5 2. c4 dxc4 3. e4 per giocare 3. Cf3 ma non ricordo bene come feci passare la voglia al Pinci di mangiarmi il Pedone c4. Lo scoglio nettamente più duro fu poi Pratafatakis e soprattutto Bivini che tatticamente mi rubava tante partite dove ero certamente in vantaggio strategico. Mi bruciava perde posizioni vinte ma proprio per questo mi fu d’insegnamento giocare con lui. Mi stavo dimenticando l’altro avvocato che frequentava tutti i circoli, il Maestro Internazionale Giustolisi. Vederlo giocare con Bivini o meglio con Zichichi era interessante.


Quando chiuse il Branca, per la morte di Arienti (il suo storico presidente), oltre il Fassi il punto di ritrovo fu il bar pasticceria Cyrano, in piazza Lecce. Ci passavamo ore ed ore Sandro Meo, (che si vantava di essere mio maestro), Boschetti che mi prese in simpatia tanto da portarmi con la sua famiglia a San Benedetto del Tronto per il mio primo torneo internazionale (avevo quattordici anni). Non solo il campione Giustolisi lo frequentava, ma ci passavano anche Zichichi e Valenti, l’eterno avversario di Bivini, anche quest’ultimo frequentatore del nuovo club. Io giocai centinaia di partite lampo con Giustolisi, blitz a 5 minuti, cosa rara invece al Fassi dove l’orologio bisognava portarselo.

A diciassette anni mi assunsi il ruolo di segretario del circolo Cyrano dopo aver vinto, a 15 anni, il titolo di campione degli studenti medi romani. Poco dopo andammo alle semifinali del campionato italiano assoluto di Rovigo Gargiulo, Valenti ed io. Tristano fu primo, io secondo e terzo Valenti. Di quel torneo ricordo bene una partita, ne ero fiero per un bel sacrificio di Torre e altri sacrifici che univano motivi strategici e tattici, inoltre avevo massacrato un maestro milanese… Magrini.

Pierluigi Passerotti – Riccardo Magrini
Semifinale del Campionato italiano
Rovigo, 3 ottobre 1970


Più che la serie di mosse successive è il sacrificio di Torre che ancora mi fa ricordare questa partita a distanza di 55 anni. Nel rivederla capisco che avrei dovuto giocare meglio ma ero un sedicenne immaturo con tanta voglia di attaccare e … dimostrare che…

Magrini mi era simpatico ma il desiderio di batterlo era forte non solo per la classifica e qualificazione alla finale del Campionato Italiano ma per un altro motivo.

… Dimostrare che… gli scacchi romani erano i primi in Italia!

Sentivo la responsabilità di superare un maestro milanese, io che ero una categoria nazionale.

Scacchi erano sangue e lacrime, simpatie e antipatie, ma ho sempre valutato oggettivamente la bravura degli scacchisti anche a me antipatici. Quando scoprivo la goliardia, l’eccentricità, la stranezza negli scacchisti me ne sentivo subito amico e in tal senso spero che i miei lettori non siano scandalizzati dall’aver usato per Pinci le parole pancione, panciuto, vecchio, smorfie, doppio mento. Eravamo così: Valenti chiamava Tatai “Bolso”, “Porco” un altro che non svelo, e me un “rompi…*****”.

Pierluigi Passerotti e Tristano Gargiulo, Rovigo 1970

Per finire con Rovigo, fu per me spiacevole il pareggio con l’anziano maestro bolognese Palmiotto di cui ricordo la bonomia, la moglie e soprattutto la figlia. Pareggio che mi costò l’arrivo dietro Tristano.

Il fiorentino Mariotti fece capolino a Roma e al Cyrano e dopo pochi anni il neo Grande Maestro fece concretizzare l’idea di Zichichi: convincere il presidente del Banco di Roma a costituire la squadra del Banco di Roma assumendo anche Valenti e me, finito il servizio militare.

Roma era la capitale degli scacchi italiani con Mariotti, Tatai, Zichichi, Giustolisi, io, Nestler, Gargiulo, Valenti, Coppini e giovanissimi esordienti come Sibilio, il piccolo D’Amore e qualche anno ancora dopo Marinelli, Bellia, Corvi.

Il mio “Mondo di ieri” parafrasando il libro di Stefan Zweig.

Un mondo che penso con nostalgia, perduti tanti personaggi come il Pinci, e tanti luoghi romantici come il signorile bar Fassi e il popolare simpatico bar Cyrano dove talvolta si rifugiavano delle prostitute facendo finta di giocare a scacchi se c’era qualche poliziotto nei paraggi. Che sintonia tra il nome del club e del personaggio sbruffone e romantico Cyrano de Bergerac. Bar dove Mariotti prendeva in giro crudelmente gli avversari che batteva giocando 1 minuto contro 5 con battutacce alla toscana e dove io mi divertivo un mondo.


[Nota della Redazione] Per sapere qualcosa di più sul Caffe Fassi, potete leggere il post “Storia del “Caffè Fassi”” di Riccardo Moneta.

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