Chi non muove è perduto
(Riccardo Moneta)
Nel nostro Blog in tanti anni abbiamo scritto un po’ di tutto, e naturalmente non poteva mancare il tema “orologi di scacchi”. Questo è il post del nostro Mario Spadaro, dedicato alla figura di Tony Fattorini; di quest’altro è autore Daniel Perone (“Uno strano orologio“) e di orologi parlai io stesso in “Orologi e clessidre“, un post in cui accennavo alla clessidra proposta da Luigi Grancelli e concludevo con un banalmente lapalissiano aforisma “chi non muove e si ferma è perduto”. Su questi citati post troverete anche interessanti immagini.
Due tra i più forti giocatori della prima metà del XIX secolo, George MacDonnell e Louis La Bourdonnais, si affrontarono in un match al Westminster Chess Club di Londra nel 1834; la partita solitamente durava da mezzogiorno alle 19,00, poi poteva essere sospesa e ripresa la mattina successiva. La Bourdonnais era lentissimo, ma siccome è normale che quando rifletti non ti accorgi del tempo che passa, fu proprio il francese il primo a lamentarsi della supposta lentezza del suo avversario.
Nel 1843 una partita di 66 mosse fra Staunton e Saint Amant pare si sia protratta per la bellezza di 14 ore e mezza; si calcola che, a quell’epoca, circa 9 ore fosse la durata media di una partita a scacchi, questo nonostante la sporadica applicazione di una regola del limite massimo di 20 minuti a mossa.
Nel 1851 Howard Staunton, campione del mondo non ufficiale, si ritirò durante una partita a Londra contro Elijah Williams proprio a causa del tempo. Williams, ben conscio del carattere spigoloso di Staunton, arrivò a riflettere per ogni mossa anche 2 ore o 2 e mezzo, sicché ogni partita durava tra le 15 e le 20 ore, ovverosia diversi giorni. Staunton, nel libro del torneo, si lamentò del “sistematico indugio del signor Williams su ogni mossa … con violente critiche degli spettatori”.
Senza un controllo del tempo potevano accadere cose folli: anzitutto un giocatore che si vedeva in svantaggio decisivo non abbandonava la partita ma poteva usare la cosiddetta “tattica del sonno”, muovendo ogni ora o più. E così la partita andava avanti per giorni …
Ma la goccia che fece traboccare il vaso si ebbe nel corso del torneo internazionale di Londra del 1851, quando l’arbitro stava seguendo la partita fra Elijah Williams, detto ‘l’indolente di Bristol’ oppure ‘il bradipo di Bristol’, e lo sconosciuto campagnolo James Mucklow. Nel libro del torneo è scritto che “La partita rimase incompiuta, poiché entrambi gli avversari si addormentarono…” e pare che la stessa segretaria addetta alla partita ad un certo punto si fosse assopita! Così annotava sdegnosamente Staunton: “Ognuno dei due giocatori mostra la stessa profondità d’inventiva e la stessa fastidiosa stanchezza nel manovrare i pezzi; tutte le loro partite sono da segnalare unicamente per la invariabile monotonia”.
Urgeva ormai una soluzione al problema deile partite lunghissime, estenuanti, occorreva neutralizzare coloro che i tedeschi chiamavano “Sitzfleish”, ovvero “culo di ferro”. Nel 1852 per un match fra Harrwitz e Lowenthal si adottò il limite massimo di 20 minuti a mossa, tentativo che chiaramente mostrò subito i suoi punti deboli. Del resto già nel 1843, nel citato incontro tra Staunton e Saint-Amant, erano stati adottati i 20 minuti a mossa, con l’aggiunta di una ghinea di multa per chi avesse superato il limite.
Questa misura pecuniaria ‘punitiva’ durò per qualche tempo, ma fu facile accorgersi che ad alcuni giocatori molto benestanti quali l’ungherese Kolisch la cosa faceva un baffo ed anzi consentiva loro di prevalere più facilmente nei tornei. Ignatz Kolisch (1837-1889), barone dell’impero austriaco, aveva una casa principesca sulle rive del Danubio e finanziava con generosità tornei di scacchi quali Baden Baden 1870 e Vienna 1882.
Nello stesso 1852 un lettore del “Chess Player’s Chronicle” suggerì di porre a fianco dei due giocatori una clessidra ciascuno, della durata di 3 ore, clessidra manovrata da due assistenti che avrebbero dovuto metterla in posizione orizzontale, fermando la sabbia, non appena uno dei giocatori avesse eseguito la mossa. Ecco, in pratica, che per la prima volta si parlava di un limite di tempo massimo per una partita, in questo caso sarebbero state 6 ore.
Era destino che fosse proprio quel giornale ad accogliere poco dopo l’idea più seria e moderna, finalmente tecnologica, che fu quella del barone Tassilo von der Lasa, il quale propose che ad ogni giocatore si dovesse assegnare un orologio, da avviare e poi bloccare una volta effettuata la mossa. Nella sua lettera al Chronicle, von der Lasa spiegava come bastasse un semplice calcolo per dimostrare che, con soli 10 minuti per singola mossa, una partita poteva durare anche 15 ore.
Tuttavia la proposta dell’orologio non fu subito accolta e sviluppata, tanto che nel 1861 nell’incontro fra Anderssen e Kolisch venne usata la clessidra: 2 ore a testa ogni 24 mosse. Nel torneo di Parigi 1867 di nuovo clessidre a fianco della scacchiera, stavolta con il limite di 10 mosse ogni ora ed una penalità di 5 franchi se lo si superava di oltre 15 minuti. E ancora nel 1875 a Philadelphia si utilizzarono le clessidre (15 mosse ogni ora). Tuttavia alcuni giocatori rovesciavano la clessidra inavvertitamente, qualcun altro magari lo faceva anche apposta … un bel problema. Del resto la meccanica stava evolvendosi ed il tempo della sabbia si stava a sua volta esaurendo …
Il primo orologio di scacchi della storia venne realizzato da un socio del Manchester Chess Club, tale Thomas Bright Wilson (1843-1915), che era giocatore dilettante ed ingegnere, e fu utilizzato per la prima volta nel torneo di Londra del 1883 per volontà dell’organizzatore George W. Medley; l’orologio, chiamato ‘fall’ o ‘pendulum’, era prodotto dalla ditta ‘Fattorini & Sons’ di Bradford e aveva già qualcosa degli orologi novecenteschi. Fu Zukertort a vincere quel primo torneo della storia giocato con l’orologio, un grande torneo cui presero parte, tra gli altri, Steinitz, Blackburne e Chigorin. Ma fu soltanto con l’istituzione della FIDE, nel 1924, che si poterono scrivere regole definitive e universalmente accettate sull’uso del tempo e dell’orologio.
Eh, sì, era ormai iniziata l’era dell’incubo del tempo, dell’assillo dello zeitnot, l’era delle 40 mosse in due ore e 30 minuti. Staunton non ha mai saputo quanto è stato fortunato a non conoscerla e a lottare con miseri temporeggiatori quali lo Williams. Così scriveva H.C.Schonberg (1972): “… vengono i brividi pensando a quante partite vinte sono state perdute per colpa dell’orologio; un giocatore di scacchi sudato, tremante, che segua con la coda dell’occhio la lancetta dei minuti all’approssimarsi del momento fatidico, è uno degli spettacoli più penosi dell’universo”.
Leggiamo invece cosa scriveva Giorgio Porreca, in merito a quel primo torneo londinese del 1883 con l’orologio e oltre, nel suo “Dizionario Enciclopedico degli scacchi”: “L’orologio … consisteva in realtà di due orologi ‘a pendolo visibile’, fissati l’uno accanto all’altro ad un angolo di 30 gradi sopra un asse mobile, in modo che, camminando l’uno, l’altro veniva fermato. Nell’anno successivo Amandus Shierwater di Liverpool brevettò (n. 8834) un orologio che indicava non solo il tempo impiegato, ma anche il numero di mosse impiegato da ciascun giocatore: per di più un dispositivo di allarme scattava quando il tempo era spirato. Questo orologio, descritto su Chambers (1886, pg 80) non ebbe molta fortuna e fu soppiantato dall’orologio a doppio quadrante, apparso per la prima volta, come dispositivo ufficiale,nel torneo di Lipsia 1894, e presentato come invenzione di Gustavo Herzog di quella città. La bandierina, che indica con precisione la fine del tempo massimo,fu poi introdotta nel 1899, e fu un’idea di H.D.B. Meijer di Amsterdam, segretario della Federazione scacchistica olandese e organizzatore del torneo di Amsterdam 1899. Dopo il 1899 apparve l’orologio ‘a bottone’, invenzione di Veenhof di Groningen: ogni giocatore, effettuata la mossa, schiaccia un bottone o preme la levetta corrispondente al suo quadrante, e con ciò arresta il proprio orologio e mette in moto quello avversario. La mossa si considera effettuata solo dopo che il bottone è stato schiacciato. Un apposito articolo del Regolamento della FIDE, e precisamente l’art. 14, disciplina l’impiego dell’orologio”.
In verità l’idea di Meijer della bandierina, nonostante la sua indubbia utilità e spettacolarità (anche per gli spettatori) non ebbe un favore immediato e divenne di uso comune solo dopo una ventina di anni dalla sua invenzione. Si dovette superare una difficoltà di natura psicologica nell’utilizzo della bandierina, come del resto per lo stesso limite di tempo: vincere per il tempo in quegli anni era generalmente considerata cosa abbastanza antisportiva. Una curiosità: la bandierina nacque di colore rosso e per sempre rimase rossa.

Alcune edizioni del “Guinness dei primati” assegnavano il titolo di giocatore più lento della storia a Louis Paulsen (1833-1891), che avrebbe una volta impiegato undici ore per giocare una mossa. Ma forse si tratta di un errore, benché fosse ben nota la lentezza del tedesco, basti pensare a questo aneddoto: Partita P.Morphy-L.Paulsen, tocca al Nero muovere ma il Nero non muove … finché parlò Morphy: “perdoni, ma perché non muove?”, e Paulsen, meravigliato: “Ah! Tocca a me?”.
L’avvento degli orologi, in ogni caso, non tolse subito di mezzo i concorrenti furbetti o sleali, quali quelli che provavano a muovere con una mano e a schiacciare l’orologio con l’altra. L’onestà è sempre da ammirare, come quella di un concorrente del torneo di Hastings 1947 che andò dall’arbitro per segnalare che il suo orologio camminava … all’indietro!
Tra i giocatori dell’ultimo mezzo secolo che più hanno avuto problemi con l’orologio, lasciate che il sottoscritto ne citi due, per vari motivi abbastanza noti benché non universalmente celeberrimi. Uno è il brasiliano di Porto Alegre Francisco Ricardo Terres Trois (1946-2000), maestro internazionale e arbitro internazionale, che aveva nell’orologio da scacchi l’avversario per lui più temibile in assoluto. Si racconta che in una partita di un torneo internazionale (quindi con l’orologio!) ebbe a riflettere la bellezza di 2 ore e 20 minuti su di una sola mossa… L’altro è il romano di Monte Sacro Antonio Monteleone: il nostro Antonio, fin da quando lo conosco e cioè da ragazzino, “vede” sempre al volo la mossa migliore da giocare, in qualsiasi posizione, poi però gli piace mettersi ad analizzare troppo a lungo un po’ di altre varianti per sentirsi più sicuro della scelta, o forse soltanto per il piacere di analizzare, e così talvolta … patatrac! Se avesse avuto il tempo a disposizione che aveva Elijah Williams, beh, Antonio sarebbe stato da un bel pezzo un Grande Maestro di livello mondiale.
… E se noi tutti avessimo avuto più tempo a disposizione una quarantina di anni fa non avremmo abbandonato una bellissima iniziativa di gioventù, questa:

Gli orologi cosiddetti analogici o meccanici trovano ormai spazio solo in qualche scrivania o studio privato, magari in bella mostra a fianco di un trofeo, o in alcune fotografie: anche loro sono entrati a far parte della storia degli scacchi; il passaggio è avvenuto intorno agli anni Novanta dello scorso secolo col sopraggiungere degli orologi digitali che hanno apportato un ulteriore, significativo cambiamento nelle modalità del gioco agonistico. Sembra che il primo orologio da scacchi non meccanico sia stato prodotto a Kiev nel 1964, mentre è famoso il brevetto ottenuto da Bobby Fischer per un suo orologio digitale nel 1988.
Alla fine di tutto c’è un solo, unico, grande protagonista che ha saputo rimanere saldo, granitico e immutevole di fronte alle rivoluzioni apportate dalla tecnologia e dai regolamenti. E questo, glielo riconosciamo, è il TEMPO. E adesso vi lascio perché anche oggi il mio tempo sta per scadere ed è ora che mi muova da questa sedia…