Scacchi, poveri e ricchi

(Riccardo M.)
Secondo il rapporto della Confederazione internazionale di organizzazioni no-profit “Oxfam”, pubblicato nel gennaio di quest’anno alla vigilia del Forum economico di Davos, le otto persone più ricche del mondo (Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffett, Carlos Slim Helù, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison e Michael Bloomberg) possiedono tanta ricchezza quanto la metà più povera della popolazione mondiale.

[Immagine da “Topolino”, numero 2336 (5 settembre 2000) – Storia “Tanti saluti da Brigitta e Battista” scritta da Antonella Pandini e disegnata da Guido Scala]

Ormai l’1% più ricco della popolazione mondiale deterrebbe una ricchezza maggiore del restante 99%. Per fare un altro esempio impressionante: in Vietnam l’uomo più ricco guadagna in un giorno di più di quello che la persona più povera guadagna in dieci anni.

La Oxfam ha citato, viceversa, il caso virtuoso della Danimarca, dove una distribuzione più egualitaria della ricchezza nazionale è essenzialmente l’effetto di una politica fiscale redistributiva.

E sapete chi pronunciò le prossime parole?

“L’assenza di efficaci limitazioni, a livello statale, contro un arricchimento iniquo tende a creare una classe ristretta di uomini enormemente ricchi ed economicamente potenti, il cui primario obiettivo è conservare e incrementare il proprio potere [….] occorre un’imposta di successione graduata sui grandi patrimoni [….] che cresca rapidamente in conformità con le dimensioni del patrimonio”.

No, non sono di un sindacalista, sono parole di Theodore Roosevelt (1858-1919, 26° presidente USA, premio Nobel per la pace nel 1906), nel suo famoso discorso del 1910 sul “Nuovo Nazionalismo”.

Sono trascorsi 107 anni, e il problema si ripresenta.

Agli inizi del ‘900, infatti, negli Stati Uniti la concentrazione in poche mani della ricchezza spinse vari economisti, tra i quali si distinse Irving Fisher (1867-1947), a chiedere un pesante utilizzo della politica fiscale per un’equa redistribuzione della ricchezza. E ci si riuscì. Soprattutto grazie a Roosevelt e a forti imposte sulle successioni che arrivarono fino al 50%.

Oggi in parecchi stati del mondo occorrerebbero nuovi Fisher e nuovi Roosevelt, che sappiano prendere simili coraggiose decisioni, altrettanto pesanti (e impopolari).

Scriveva nel 2014 l’economista statunitense Paul Krugman (premio Nobel 2008, autore di “Peddling Prosperity“, 1994) sul New York Times (qui con traduzione a fronte):

“Noi non sappiamo quanta ricchezza sia ereditaria. Ma è interessante osservare la lista della rivista Forbes sugli americani più ricchi. Secondo un mio calcolo approssimativo, circa un terzo dei primi 50 ha ereditato grandi fortune. Un altro terzo sono sessantacinquenni o più vecchi ancora, cosicché verosimilmente stanno per lasciare grandi fortune ai loro eredi. Non siamo ancora una società con una aristocrazia ereditaria di ricchi, ma, se niente cambia, lo diventeremo in un paio di decenni”.

Venendo a discorsi meno impegnativi, non sappiamo se in quell’ 1% di ricchi del mondo siano compresi giocatori di scacchi. Probabilmente ci saranno senz’altro degli appassionati di scacchi, come lo fu il miliardario californiano Robert Mc Culloch (1911-1977). Costui si fece costruire, verso la metà degli anni ’50, una mega villa presso Los Angeles, spendendovi 750.000 dollari (il che equivale a circa 17 milioni di dollari di oggi). In quella villa c’erano tutti i comforts che la tecnologia di allora poteva offrire. Non mancavano piscine, campi da tennis e campo da golf, e nemmeno una scacchiera gigante all’aperto. I pezzi di alluminio erano alti circa 60 centimetri e rappresentavano delle deità indiane. E’ famosa una sua immagine di proprietà di GettyImages, dove lo stesso Mc Culloch sta giocando con la consorte.

Per concludere con qualcosa di più leggero sugli otto uomini più ricchi del mondo, sappiamo che nel 2014 Bill Gates perse in 71 secondi (secondi, non mosse!) con Magnus Carlsen e che lo stesso Carlsen è stato insegnante di Mark Zuckerberg.

Per quanto riguarda Michael Bloomberg, lo ricordo destinatario, in quanto sindaco di New York, di una missiva (14.9.2010) del Presidente FIDE Kirsan Ilyumzhinov che proponeva la costruzione di un Centro Internazionale di scacchi nelle immediate vicinanze di Ground Zero, con una scuola scacchi gratuita per i bambini e tornei annuali in memoria delle vittime dell’11 settembre 2001. La FIDE avrebbe investito ben 10 milioni di dollari. “Il mio sogno”, scriveva Ilyumzhinov, “è che gli scacchi diventino l’unico campo di battaglia tra Oriente e Occidente”.

Ignoro quale sia stata la risposta di Bloomberg.

Non so nulla del rapporto con gli scacchi degli altri cinque super-ricchi. Io, ad ogni modo, sto con Fisher (Irving).

2 thoughts on “Scacchi, poveri e ricchi

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  1. Caro Riccardo, se ricordi bene già in passato abbiamo dialogato sul tema delle disuguaglianze; entrambi convenimmo che una tassazione dei redditi fortemente progressiva ed una forte imposizione sulle eredità sono i correttivi minimi necessari per rendere un pochino più accettabile il capitalismo rampante dei nostri tempi, basato purtroppo sulla “fede” assoluta nel cosiddetto libero mercato e nei suoi provvidenziali effetti taumaturgici.
    Ma il discorso su quale sia il sistema economico-sociale più equo e valido è ancora tutto da fare e da dimostrare.

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