Londra 1983

(Antonio M.)
No, non parliamo di un famoso torneo internazionale di scacchi! Ma di due ragazzi appena diplomati che decisero di fare una vacanza in Inghilterra, uno appassionato di scacchi, io, l’altro che aveva giocato qualche torneino ma ne aveva perso poi ogni interesse.

[Nella foto di apertura, Piccadilly Circus (Colin Pickett)]

Viaggio in treno con zaino di grandi dimensioni ed il minimo indispensabile, con la voglia di staccare da tutto e fare veramente un’esperienza nuova. D’altronde, per il mantenimento della vacanza prevista, dovevamo trovare lavoro, altrimenti passata una settimana di nuovo a casa! Dopo un viaggio infinito, con treno fino a Parigi, cambio ed arrivo a Calais con passaggio della Manica in traghetto, arrivammo a Londra sempre in treno il giorno dopo la partenza. Trovammo alloggio tramite un’agenzia immobiliare gestita da filippini, posizionata al piano sopra l’entrata della stazione di Goodge Street, che ci indirizzò presso un appartamento nel sottoscala di un palazzo a Gower Street, dove viveva una arzilla vecchietta, accompagnata da un uomo alto e corpulento molto più giovane di nome George, che ci affittò una stanza per il solo dormire. Non solo a noi, ma anche ad altre due persone, che stranamente non ricordo di aver mai incrociato nonostante avessimo con loro il bagno in condivisione e le stanze sullo stesso corridoio.

Le giornate di quell’estate di agosto erano bellissime: quasi sempre soleggiate, calde ma non afose e stranamente quasi senza pioggia, come se ci fossimo portati dietro il bel tempo dall’Italia! E sull’onda dell’entusiasmo giovanile, dopo qualche giorno trovammo anche lavoro presso la catena di ristoranti “Spaghetti House” gestita da manager italiani, di Bergamo, che aveva una particolarità: una decina di anni prima un ristorante della catena subì una rapina che finì con il sequestro di alcuni camerieri e lo svilupparsi, durante la drammatica e forzata convivenza tra sequestratori e sequestrati, della famosa “Sindrome di Stoccolma”, con l’epilogo della cattura dei rapinatori senza spargimento di sangue. Il tutto venne ripreso in un film del 1982, con protagonista il grande Nino Manfredi, intitolato proprio “Spaghetti House”. Quello fu il nostro primo lavoro “in regola”! Infatti anche se solo per circa un mese, venimmo assunti con tanto di busta paga (settimanale) e contributi. Il mio ristorante era poi ad una quindicina di minuti a piedi dalla casa, cosa che mi evitò di prendere gli efficienti, ma costosi, servizi pubblici londinesi.

Dopo un paio di giorni, parlando con George gli dissi che, tra le varie attività ed hobby, avevo quello di giocare a scacchi. “Do you play Chess??” ricordo distintamente il volto di George illuminarsi con un sorriso tra il sorpreso ed il compiaciuto, con la scomparsa dello stesso per qualche minuto ed il suo riapparire con scacchiera e set di gioco! Iniziò da quel momento una consuetudine durata per tutto il soggiorno inglese, che prevedeva partite di scacchi, senza orologio, nell’intervallo dalle 15,00 alle 18,00 previsto nell’orario che avevo al ristorante (11,00/15,00 – 18,00/22,00). Io ero seconda nazionale FSI ed il mio avversario mi equivaleva in forza di gioco. La cadenza di gioco era veloce ed anche se senza orologio, le partite potevano essere assimilate ad una via di mezzo tra le lampo e le semilampo. Mentre giocavamo, mi venne in mente che ero nella patria della famosa casa editrice Batsford e che avrei potuto acquistare qualche libro. Chiesi a George se conosceva una libreria che avesse questi libri e lui me ne indicò una nei pressi di Trafalgar Square. Decisi che sarei andato in quella libreria il mercoledì successivo, visto che in quel giorno avevo un pomeriggio libero previsto nell’orario che mi era stato assegnato.

Trafalgar Square nel 1973

Gower Street è una via abbastanza centrale, a circa venti minuti a piedi da Piccadilly Circus e a circa trenta da Trafalgar Square due tra le più famose piazze di Londra; sulla strada, tra l’altro, è presente il Museo Egizio (Petrie Museum), con la più vasta collezione egizia al mondo, e poco distante anche il ben più famoso British Museum. Senza farmi distrarre da altri “inutili” (??) obiettivi, raggiunsi a piedi Trafalgar Square e, dopo un doveroso omaggio all’imponente obelisco con la statua dell’Ammiraglio Nelson ed un giro per la grande piazza, mi avviai verso la libreria. Entrato nel reparto dedicato agli scacchi, mi ritrovai come un bambino in un negozio di dolciumi: lo spazio dedicato era enorme e non sapevo dove voltarmi, saltellando da una parte all’altra senza un attimo di tregua. Alla fine, dopo un paio di ore di movimentata contemplazione, scelsi tre libri della casa editrice inglese: “Sicilian Defence: …e6 and …d6 System di Kasparov e Nikitin”, “Queen’s Indians di Geller” ed un altro di cui non ricordo il titolo segno che non mi deve aver entusiasmato più di tanto. Ritornato a casa, prima di iniziare le consuete partite, parlai con George e gli menzionai i giocatori inglesi che conoscevo: Short, Nunn, Miles, Speelman e lui mi disse che il più promettente era Short ed era anche il più giovane, mentre definì Miles “… a funny player…” e mi sorrise.

Jonathan Speelman, Nigel Short, John Nunn e Tony Miles alle Olimpiadi di Dubai del 1986

Mi disse poi che frequentava un circolo non troppo distante da casa e che era più un amatore del gioco che un’agonista. Le nostre partite si susseguirono regolarmente ed io cominciai a prendere il sopravvento. Lui mi disse che aveva notato che mi piaceva attaccare le sue difese con “g6” contro la mia “1. e4”, con la veloce avanzata del pedone “h” dove era cascato un paio di volte, nella sequenza “Dd2, Ah6, h5 e dopo C:h5 del Nero allora T:h5, g:h5 e Dg5 con matto imparabile ( con il Re Nero in “g8” e l’Alfiere in “g7”)”.

Insomma, gli scacchi che avevo messo in “pausa” per le vacanze mi avevano inseguito in Inghilterra ed io mi ero lasciato catturare! Compreso il viaggio in periferia effettuato un sabato pomeriggio, per raggiungere la casa della signora che lavorava da una ventina d’anni nel ristorante ed alla quale ero stato affidato per imparare i rudimenti del lavoro che dovevo svolgere. Qui bisogna riconoscere che le reti di metropolitane di Londra sono veramente efficaci, con la possibilità di raggiungere anche le periferie in maniera abbastanza agevole e veloce. Lì mi aspettavano i figli, un poco più grandi di me, per giocare qualche partita a scacchi. Loro erano poco più che amatori, e conoscevano qualche mossa iniziale ma niente di più. Il pomeriggio andò avanti tra qualche partita veloce e una piacevole conversazione dove mi veniva spiegato come un’intera famiglia italiana si era trasferita in Inghilterra alla fine degli anni cinquanta. Mi venne poi offerto, mentre giocavamo, un bel boccale di birra nera Tennent’s, presa a stomaco vuoto, che mi creò dei problemi di deambulazione per il ritorno!

Gli Inglesi apprezzavano molto la cucina italiana, e chiedevano spesso piatti e vini della nostra nazione. Lì era molto apprezzato l’Avocado, frutto che non conoscevo e che loro utilizzavano come antipasto, mentre i primi piatti scelti erano sempre quelli tipicamente italiani. Una cosa che non sopportavo era però la loro abitudine a prendere il “grande nero” che è il nostro caffè versato in grandi tazze dove una volta finita la crema si lascia scorrere l’acqua calda fino al riempimento delle stesse. Unita poi alla richiesta, alla fine di pranzi e cene, magari a base di pesce e vino, del nostro classico cappuccino! Roba da far attorcigliare gli intestini.

All’approssimarsi della fine della vacanza, George mi regalò un libro sul match Fischer – Spasski che accettai di buon grado nonostante avessi quello in italiano di Monticelli e ci salutò con un sorriso, chiedendomi poi in modo scherzoso con chi avrebbe giocato dopo la nostra partenza, visto che lo avevo abituato a dei bei pomeriggi scacchistici.

Noi, dopo aver trascorso un mese in Inghilterra, procedemmo per una settimana di tutta vacanza in Scozia finita la quale tornammo a Londra per un paio di giorni, nell’attesa della congiunzione delle varie coincidenze tra gli orari dei treni che ci avrebbero riportato in Italia. Alloggiammo in un Ostello della Gioventù nel quartiere di Kensington pieno di ragazzi di tutte le nazioni. Due giorni passati a girare per Londra ed alla fine del primo, rientrando in Ostello, vidi nella sala comune una scacchiera che non avevo notato prima. Incrociai lo sguardo con un altro ragazzo e gli indicai con gli occhi la scacchiera. Lui sorrise e fece sì con la testa e ci mettemmo a giocare, attirando l’attenzione degli altri ragazzi che fecero capannello intorno alla scacchiera, alternandosi al gioco una volta finite le partite. Insomma, gli scacchi come collante per l’integrazione dei giovani, e non solo, di nazioni e continenti diversi. La cosa più bella era l’attrazione magnetica delle sessantaquattro caselle anche per chi non era un esperto, che aveva però il piacere e la curiosità di cimentarsi “nell’incrociare le lame” sulla scacchiera con gli altri giovani, senza che la vittoria fosse la cosa più importante, sostituita dal divertimento di giocare con gli altri e stare nel “gruppo”.

E mai come in questo caso, oggi mi viene in mente il motto della Fide che tanto si addice al Nobil Giuoco: “Gens una Sumus”.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Powered by WordPress.com.

Up ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: