L’era classica degli scacchi moderni – Recensione

(Fabrizio Zavatarelli)
Verso la fine del XV secolo, le regole degli scacchi conobbero in pochi decenni – forse in pochi anni – un cambiamento rivoluzionario; l’Alfil e la Ferza, infatti, accrebbero di colpo la loro potenza, diventando gli attuali Alfiere e Donna, dai movimenti lunghi e continui.

[Duca Ernesto di Brunswick e Giovanni Federico I Duca di Sassonia – Jan Cornelisz Vermeyen, 1549]

Questo comportò una serie di altre mutazioni minori, che diedero origine a varianti di gioco in seguito lentamente riassorbite nelle norme in uso oggi. Furono soprattutto italiani e spagnoli a padroneggiare il nuovo modo di giocare, denominato “a la rabiosa”, e com’è noto questa supremazia durò incontrastata fino a Gioacchino Greco, uscito di scena nella prima metà del XVII secolo.

Peter J. Monté (2014), The Classical Era of Modern Chess, McFarland & Company, Inc., Publishers (Jefferson, North Carolina)

Il testo monumentale di Monté, 594 pagine la cui stesura è durata una ventina d’anni, è dedicato proprio a questo lungo periodo. Il libro è suddiviso in tre parti.

  • La prima comincia con un capitolo introduttivo sugli scacchi medievali; segue poi il primo piatto forte, 20 capitoli in cui tutte le singole opere scacchistiche del periodo trattato note ad oggi vengono descritte con passione da entomologo e datate con la maggior precisione possibile; si risolvono vari misteri o almeno si propongono soluzioni; si dà conto dei pochi elementi biografici reperibili su autori, mecenati e protagonisti del gioco; vengono definiti i collegamenti con le opere precedenti. Un paio di altri capitoli sono dedicati all’evoluzione di alcune regole, ad esempio dell’antico salto del Re, che sarebbe presto diventato l’arrocco. Un epilogo sugli scacchi fino al XVIII secolo conclude la prima parte.
  • La seconda, che è anche il secondo piatto forte, è l’opera omnia delle aperture e partite del periodo trattato; in realtà, le une si distinguono dalle altre soltanto perché alcuni autori, in particolare Polerio, hanno avuto la bontà di tramandarci qualche nome dei giocatori e qualche occasione in cui vennero giocate determinate serie di mosse.
  • La terza parte è costituita da appendici (per lo più di concordanze fra testi), dalla bibliografia e dall’indice analitico.

Tutto il lavoro è permeato da una densità informativa altissima, che lo rende da un lato indispensabile per i cultori del periodo, dall’altro leggibile soltanto con un certo impegno.

Pro

Gli studi sugli antichi lavori di scacchi sono andati accrescendosi negli anni, accumulando scoperte a scoperte e ricostruzioni a ricostruzioni; un intervento che riordinasse tutte le informazioni era semplicemente necessario. L’autore offre questo e altro; non mancano ad esempio panoramiche delle opinioni degli storici su diversi punti oscuri o resoconti di come autori e giocatori accogliessero le varianti di gioco. Particolarmente suggestivo è il tentativo di ricostruzione di un testo andato perduto, il “Vicent”, verosimile fonte principale del celeberrimo Lucena.

Leonardo da Cutro e Ruy Lopez giocano a scacchi alla corte di Spagna, 1575 – Luigi Mussini, 1883

Fondamentale è poi la seconda parte, dedicata alle aperture e alle partite. Purtroppo la presentazione, pur con rimandi alla prima parte, è in forma schematica; tuttavia non è soltanto una catalogazione, forse definitiva, della prassi di gioco moderno nel suo primo secolo e mezzo, ma anche una miniera di curiosità: come altrimenti scoprire che 1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ac4 Cf6 4.Cg5 d5 5.exd5 Ca5 non è un’invenzione di Bilguer, ma si trova per la prima volta nei manoscritti di Polerio (seconda metà del Cinquecento), sebbene con un giudizio negativo? O che 1.d4 f5 dovrebbe chiamarsi Difesa Castigliana, dato che appare già in Lucena (1495 circa)? Per qualcuno basterebbe questo centinaio di pagine a giustificare l’acquisto del libro; anzi, se presentato in modo più piano e descrittivo, avrebbe potuto formare un libro autonomo.

Per un neolatino, infine, i numerosi passi lasciati nelle lingue originali, per lo più italiano e spagnolo (seguiti dalla traduzione in inglese) servono a sentirsi a casa e, forse, a percepire lo spirito del tempo in cui si svolsero le gesta narrate.

Contro

Stranamente, manca un’esauriente catalogazione cronologica dei partiti (gli antenati dei problemi e degli studi) analoga a quella delle aperture e delle partite. Ciò è parzialmente compensato sia dalla citazione di molti diagrammi nella prima parte sia dai raccordi fra le opere nella terza.

Non si può negare che la sistematicità dell’approccio porti al ripetersi della struttura espositiva nei vari capitoli; questo rende inevitabilmente l’esposizione piuttosto monotona.

L’autore dimostra una sicura padronanza delle lingue nelle traduzioni e nelle interpretazioni, ma è un peccato che le trascrizioni dagli originali contengano molti errori, soprattutto dopo le prime 200 pagine; ecco alcuni esempi.

  • p. 234: “no[n] vi nasce suttilità, nè primore di nessuna sorte”; il Devoto-Oli non riporta la voce “primore” e la traduzione fornita da Monté, “sally”, non è di alcun aiuto per ricostruire la versione originaria.
  • p. 246: “a doverli dedicare questa mia operetta”; la pagina precedente riporta come illustrazione l’originale, in cui si legge chiaramente “doverle”; più avanti si ha “mi offero raccomando”, mentre nell’illustrazione si legge “mi offero e raccomando”.
  • p. 251: anche qui l’illustrazione permette il confronto: “fu sempre grande ‘l [sic] desiderio in servire” si corregge in “l’desiderio mio in servire”; “per mia buona fortuna la benegnità” si corregge in “per mia buona fortuna conobbi la benegnità”; “raccolte in divese parti” si corregge in “diverse”.
  • p. 418: l’autore scrive “Luigi Guicciardini wrote Comparazione del Giuoco degli Scacchi all’note militare discorsa”, ma il titolo dato da Guicciardini è “Comparazione del giuoco delli scacchi alla Arte militare”.

Naturalmente simili smarrimenti sono comprensibili, se si pensa che l’autore è olandese, che doveva decifrare manoscritti antichi, a volte in fotocopia, e che in vent’anni di stesure è impossibile che non ci sia una stratificazione di errori; l’effetto d’insieme tuttavia ne risente.

Conclusioni

Se siete interessati unicamente a manuali come Diventa grande maestro in 2 lezioni o Vincere con 1.h4, lasciate perdere: questo libro non fa per voi.

Se vi siete mai gustati Il libro completo degli scacchi di Chicco & Porreca, il sito Chess Notes di Edward Winter o una qualunque antologia di un qualunque grande, l’acquisto dipende dalle vostre finanze e dall’interesse che avete verso un allargamento dei vostri orizzonti storici.

Se la Storia degli scacchi in Italia di Chicco & Rosino, la Oxford Encyclopedia of Chess Games di Levy & O’Connell e le riviste antiche ristampate dalla Moravian Chess vi mandano in sollucchero, mettete mano al portafoglio, anche se dovrete mangiare pane e cipolle per un mese (il prezzo dell’editore è di 65 dollari.)


Fabrizio Zavatarelli, nato (nel 1964), vissuto e affezionato a Milano, tenta di insegnare matematica applicata alle superiori. Si interessa di storia degli scacchi da sempre e da una dozzina d’anni ha deciso di concentrarsi su quella prenovecentesca, cosa che lo ha portato a pubblicare quattro libri e qualche articolo sull’argomento.

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