Giuseppe Padulli

(Riccardo M.)
I giovani non lo conoscono questo nome, i meno giovani a stento se lo ricordano, qualcuno fra i nostri un poco più anziani lettori forse sì.
Per quale motivo? Facile: Giuseppe Padulli (1898-1932) è stato l’autore di un libricino, “Gli Scacchi”, che ebbe meritatamente tantissima fortuna e che fino almeno agli anni ’50-‘60 è stato il manualetto che si era soliti regalare ai bambini insieme alla loro prima scacchiera.

Gli scacchi non sono un argomento semplice. E’ un’abilità particolare quella di farceli diventare, di spiegare con semplicità, con parole leggere e piacevoli, a volte quasi elementari, come mirabilmente ha saputo fare il Padulli, col suo encomiabile e naturale lavoro che è stato il vademecum di un paio di generazioni di aspiranti piccoli scacchisti italiani di quei lontani decenni.

Così si esprimeva Giuseppe Padulli nella premessa al suo libro: “Una partita a scacchi è una piccola opera d’arte! Piccola, ma che sta meravigliosamente a sé stessa, completa ed organica, tal quale un piccolo bambino ma non per questo men proporzionato e, in certo modo, meno artistico ed interessante….. Osservi così il lettore quei punti della nostra trattazione che interessano quello che invece si potrebbe definire il patrimonio artistico ed ogni volta mutevole del nobile gioco, ed avendo, con profondo studio, meditato su di esso (attraverso la particolare esemplificazione) s’accorgerà, di volta in volta, che noi non gli abbiamo messo sotto gli occhi quadri e filastrocche da dover mandare a memoria, ma idee e concetti che gli rimarranno facilmente impressi, e che pur richiedendo poco spazio per essere enunciati e poca memoria per essere ritenuti, potrebbero costituire ad uno ad uno, titolo di un libro e tema da sviluppare…… Così i nostri apprendisti (che vorremmo fossero miriadi) impareranno, con buona larghezza di idee, quel complesso di nozioni che costituiscono il canevaccio del nobile gioco, e su di esso ricameranno a loro piacere secondo lo stile ed il talento di ognuno, fatti certi però di una cosa: che stile e talento possono produrre ottime opere, solo quando siano saldamente basati su quell’indeformabile piattaforma di cognizioni, che il gioco stesso ha creato, con “sua” logica ferrea, e con sovrana armonia!”

Una premessa che esprime tutto il suo amore per il gioco degli scacchi.

Il “Dizionario” di Chicco e Porreca fa risalire la prima stampa de “Gli Scacchi” di Padulli al 1928. Invece “L’Italia Scacchistica” dell’epoca accredita quale prima edizione quella del 1931 ad opera della piccola casa editrice “Alberto Corticelli”, casa che cessò l’attività nel 1954 quando fu rilevata dalla “Mursia”. Probabilmente fu un’imprecisione l’indicazione “1931”, ma non lo fu senz’altro quella di pronosticare che “Gli Scacchi” di Padulli sarebbero “rimasti per molto tempo un manuale perfetto per i principianti”. Perfetto, è vero. Infatti del volumetto apparvero addirittura una ventina di edizioni, l’ultima delle quali venne stampata sul finire degli anni ’80. Ebbe persino la fortuna di avere una edizione in spagnolo, col titolo di “Ajedrez básico”. La discordanza sull’anno di uscita del libro è probabilmente dovuta al fatto che inizialmente il suo titolo era diverso, ovvero: “Trattato elementare del gioco degli scacchi”. E del resto lo stesso autore terminava la sua premessa firmandola e datandola 10 settembre 1928.

Gli Scacchi (Padulli) – Ed. Corticelli, 1928

Milanese (3 luglio 1898), ricorre oggi l’anniversario della sua morte, avvenuta in Milano il 22 dicembre del 1932 all’età di appena 34 anni, 86 anni or sono.

La sua carriera scacchistica fu pertanto troppo breve e poco fortunata, appena un decennio. Ebbe in pratica inizio col torneo minore di Viareggio nel 1921, dove si classificò 5° insieme a Stalda e Szabados. Nel 1922 giocava nel magistrale al “III Torneo Crespi”, e stava confermando quanto di buono si diceva già di lui, vincendo con punti 6,5 su 8 il suo gruppo eliminatorio. Nella finale, però, febbricitante e stanco, non riuscì ad esprimersi al suo miglior livello e dovette accontentarsi del 4°-6° posto alla pari con Hellmann e Rastrelli, in una strana formula che (bene per lui) assommava i punti dei due gironi eliminatori con quelli della finale. Vinse quel torneo Stefano Rosselli del Turco davanti a Giovanni Cenni.

Ugualmente a causa delle malferme condizioni di salute, a Trieste nel 1923 fu appena 8°-9° su 11 nel torneo vinto a sorpresa da Gastone Daveglia. Toccò invece i suoi vertici al “IV Torneo Crespi” nell’ottobre del 1926, giungendo 2° di appena mezzo punto alle spalle del vincitore (il romano Antonio Sacconi), ma precedendo tutti gli altri migliori giocatori italiani, quali Rosselli del Turco e Monticelli. Bravissimo. Nel 1929 vinse il campionato regionale lombardo.

Non brillò a Firenze nel 1930, ma di nuovo il “V Torneo Crespi” dell’aprile 1931, valido anche come Campionato Italiano, lo vide tra i protagonisti: risultò 4° insieme a Calà, Norcia e Stalda e preceduto solo da Rosselli del Turco, Romih ed Hellmann. Restò di conseguenza fuori di poco dalla chiamata in nazionale per le imminenti (luglio 1931) Olimpiadi di Praga, dove l’Italia (appunto formata dai tre suddetti) giunse però appena al 16° posto su 19 nazioni partecipanti.

I contemporanei definirono il suo gioco “semplice e piacevole”, un po’ come sempre fu il suo stile giornalistico: preciso, concreto e sintetico, ma nello stesso tempo elegante.

Un esempio del suo stile e della sua tecnica espositiva è questo passaggio sullo studio delle “aperture”:

In ogni parte del gioco, ma più specialmente nell’apertura, il principiante dovrà valersi dei principi generali che gli verremo esponendo, non essendo consentito alla sua iniziale conoscenza del nobile gioco di padroneggiare il senso particolare di ogni mossa: il più delle volte, infatti, egli dovrà accettare quello che gli esporremo in questa parte … senza indagare le intime ragioni dell’esposto, non perché ragioni non vi siano, ma perché moltissime mosse poggiano su concetti tattici e strategici che egli, non avendo giocato ancora, non è possibile che abbia; concetti che solo un lento tirocinio gli faran sentire come veri, o quanto meno come i “meno peggio” in una situazione ancora aperta a miriadi di possibilità e perciò stesso duttilissima ma altrettanto pericolosa  …”

Un altro dei suoi meriti è quello di aver sapientemente rovesciato, rispetto all’abitudine di suoi contemporanei, lo studio della partita: prima il finale e poi tutto il resto! E Giuseppe ci spiegava così i motivi: “Cominciamo dall’imparare come si vince una posizione vinta; poi, quando saremo ben sicuri di questo, tenteremo la parte più difficile: “come si arriva ad una posizione vinta””.  

Chissà se oggi alla Società Scacchistica Milanese, che Giuseppe Padulli frequentava assiduamente (la stessa di Giovanni Ferrantes) e della quale fu più volte campione, qualcuno ricorda ancora le sue imprese o ha mai sentito parlare di lui?

Padulli compose anche dei problemi, meno di dieci e principalmente del tipo ‘a blocco’. Ma la sua principale e meritoria attività si dispiegava principalmente nell’opera di divulgazione del nostro gioco. Diresse infatti, già giovanissimo nel 1921 (in sostituzione di Edgardo Codazzi) e per parecchi anni, ben quattro rubriche scacchistiche in altrettanti periodici: “L’Illustrazione Italiana”, la “Lettura”, “Pro Familia” e la “Domenica dei Giochi”.

Giuseppe Padulli fu anche vicepresidente della (da poco nata) Federazione Scacchistica Italiana.

Nell’aprile del 1933 la Società Scacchistica Milanese organizzò un torneo nazionale in memoria di Giuseppe, torneo che fu vinto nettamente da Monticelli. A Padulli la sua Milano ha dedicato anche una via, non lontana dallo Stadio di San Siro: il suo nome e il suo meritevole lavoro non saranno così mai dimenticati.

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