Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Ma gli scacchi rendono felici?

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Amici Sumus in allegria? (foto da archivio privato)

(Antonio M.)
Sì, può sembrare strano, ma le quattro persone nella foto d’epoca dello scorso secolo sopra riportata, sono degli scacchisti! Non sembra? Non rispondono ai cliché che comunemente si ha di loro? Non sembrano essere quei tipi strani, spesso con sguardo torvo ed assente, con altrettanti strani tic e atteggiamenti che denotano anche una certa superstizione, spesso introversi e solitari e che sembrano essere anche un poco paranoici ed un “po’ toccati” ed alla fine, diciamocelo chiaramente, destinati ad una più o meno precoce pazzia? E nella foto, invece, niente di tutto ciò sembra trasparire, anzi, è evidente che i quattro si stiano divertendo un mondo, alla faccia di tutti i luoghi comuni!

I più acuti di voi potrebbero notare l’assenza nel gruppo di donne, ed i più burloni potrebbero pensare: “… Ecco perché sono così allegri!…”, oppure ancora più malignamente: “… Certo, gioco per maschi, in luoghi frequentati solo da maschi, questi scacchisti oltre che strani sono anche fondamentalmente, e forse inconsciamente, tutti omosessuali …”, ma qui si potrebbe aprire un vaso di Pandora di altri luoghi comuni, di cui il secondo tendente alla discriminazione ed alla omofobia, sui quali è meglio glissare. Di sicuro il rapporto Uomini-Donne-Scacchi non è, e non è mai stato, tra i più facili a meno che le donne non condividano con voi la stessa passione, per la gran quantità di tempo che questi richiedono se giocati ad alto livello o con un impegno mirato ai risultati; tempo sottratto, giocoforza, alla compagna ed eventualmente alla famiglia ed il tutto giustificato, ed in parte tollerato, solo se di questi se ne faccia una professione. Indubbiamente però, le donne sono l’altra metà “della mela” che siamo portati a ricercare, donandoci altri tipi di felicità, come le emozioni ed i turbamenti dei primi amori, le passioni e gli stravolgimenti ormonali di quelli successivi, e come la gioia della paternità che è uno dei fini del nostro esistere. Ma spesso chiedono al compagno tanto, tantissimo, come la massima attenzione sempre e costante e mal sopportano qualsiasi attività che sottragga loro tempo. Si compone così il trinomio, letale per gli scacchi, degli uomini comuni: 1. Donne; 2. Lavoro; 3; Figli. E la storia si ripete poi costantemente: una volta giunti al “fatidico passo”: l’uomo accantona uno dei suoi primi amori e lo tiene lì in naftalina per decenni rimembrando spesso quei tempi in cui sorrideva sulla scacchiera, venendo però poi travolto dagli impegni del vivere quotidiano nel suo nuovo universo.

Ci racconta Riccardo, l’autore della foto, di averla scattata di sorpresa agli altri amici, con solo uno di loro ad accorgersi, visibilmente divertito, dell’imminente scatto traditore! Ma gli altri, in realtà, di cosa stavano parlando da non contenere il riso in maniera sì contagiosa? Di donne? Forse; di scacchi? Probabile; di situazioni imbarazzanti o originali createsi in entrambi i casi? Chissà; sicuramente però i loro volti fanno trasparire chiaramente che anche loro sanno divertirsi e di non essere dei tristi e patetici “musoni” come nell’immaginario collettivo.

I cinque si trovavano in quel di Riva del Garda in una soleggiata, fredda ma non freddissima, mattinata di un fine ottobre di fine secolo scorso, in una gitarella distensiva prima del turno pomeridiano del torneo di scacchi al quale si erano iscritti: quello di Arco di Trento.

Giocatori tutti di categoria nazionale, dalla terza alla prima, e qui qualcuno potrebbe anche disquisire: “Ah, ecco perché sembrano normali, perché sono ancora a dei livelli amatoriali!”, ma la verità è semplicemente un’altra: i luoghi comuni sono, appunto, luoghi comuni, e la realtà spesso è ben diversa ed a volte più semplice di come uno se la immagina, come quella di giovani non professionisti che si dedicano al loro hobby preferito ma non in maniera esclusiva ed ossessiva, impegnando il proprio tempo anche in altre attività, per il puro piacere di farlo.

Quattro personaggi in cerca d’autore: cosa ci aspetta al prossimo turno? (foto da archivio privato)

Il torneo si svolse in una enorme sala del Casinò Municipale di Arco di Trento, e qui affiorano le prime crepe ai ricordi sbiaditi. Prima, però, diamo spazio a quelli più nitidi: la sala di gioco. Come detto enorme, immensa in tutte le sue dimensioni, da rimanere a bocca aperta, soprattutto se confrontata con la nostra prima sede di gioco, sita in un angusto sottoscala di un quartiere periferico di Roma, con un soffitto molto basso, e tavolini smontabili, da posizionare ogni volta che il circolo apriva e richiudere a fine attività, perché in condivisione con un’altra struttura, quella del SUNIA, un’associazione di supporto e tutela degli inquilini di case in affitto. Una sede di gioco che però rappresentò per noi, successivamente, una sorta di emblema dei nostri “tempi eroici” ed alla quale siamo sempre rimasti affezionati; luogo dove la concretezza, la passione e la voglia di giocare e di essere lì con gli altri, prese il sopravvento sulle difficoltà e le scomodità di un posto forse non ideale ma di riferimento per gli scacchisti della zona.

Invece la sede di gioco di questo torneo era tutta spropositatamente più grande. A partire dall’edificio in stile Liberty, di sicuro effetto, alla su citata sala di gioco con interminabili file di tavoli, tutti ben ordinati come da teutonica organizzazione, con sopra le scacchiere e gli orologi pronti ad essere usati. Insomma, un piccolo paradiso per ogni scacchista!

La sala del Casinò Municipale di Arco di Trento negli anni Duemila pronta per un torneo di scacchi (foto tratta dal blog “My Lovely Travel”)

Ed ora via alle crepe nei ricordi sopra accennate. Era il 1983, e non c’è traccia nella mente del torneo magistrale e, soprattutto, della finale del XLIII Campionato Italiano Assoluto che si disputava in contemporanea al Festival e che era iniziata qualche giorno prima. O, perlomeno, non ricordo di aver visto i tavoli con le scacchiere dove si giocavano i due tornei, né di aver girovagato, mentre la mossa toccava al mio avversario, tra detti tavoli per osservare “le partite di quelli forti”. Forse si sono giocati in un’altra sala dell’enorme palazzo o addirittura in un altro edificio, ma qui la nebbia dei ricordi cala inesorabile. Mi ricordo solo che l’accesso alla sala dei maestri non era stata resa molto agevole, per evitare la calca delle persone che poteva disturbare i giocatori, ma quello di cui non mi capacito è perché non abbia assistito almeno alla premiazione di un torneo con i migliori giocatori italiani. Qui purtroppo la nebbia si fa sempre più fitta ed è inutile continuare a cercare tra i ricordi se non chiedendo l’aiuto di chi era presente.

I turni si susseguirono uno dopo l’altro, fra alti e bassi un po’ per tutti noi, e la mattina era sempre dedicata a qualcosa di non scacchistico: corsetta con il classico vapore che usciva dal naso e dalla bocca, caratteristico di quando si fa sport in climi freddi, e visite nei luoghi circostanti a dimostrazione di essere tutti amanti del gioco ma non solo.

Il Castello di Arco di Trento (foto da archivio privato)

Una mattina decidemmo di andare a piedi al Castello di Arco, che si trova in cima ad una collina, in posizione dominante rispetto alla sottostante Valle del Sarca da dove, secondo l’amico Emilio esperto di storia, passarono le onde barbariche dei popoli germanici nelle invasioni che si ebbero quando l’Impero Romano cominciò inesorabilmente ad implodere e sgretolarsi.

La Valle del Sarca (foto da archivio privato)

Mentre camminavamo verso la nostra meta, incontrammo solo soletto il forte maestro pontino Giancarlo Gervasi, che, assorto nei suoi pensieri, ci precedeva verso la Rocca. Lo invitammo ad unirsi a noi e lui accettò. Facemmo insieme un tratto di strada e ci parlò del torneo e di come stava andando dopo l’insperato risultato del primo turno, dove aveva sconfitto uno dei pretendenti al titolo, il Maestro Internazionale Stefano Tatai, già pluricampione italiano, risultato di sicuro prestigio. Lui era, in quel momento, in piena corsa per la conquista del titolo e pieno di belle speranze alternate ai fatidici dubbi amletici da cui si viene assaliti in simili momenti. Noi lo incoraggiammo, assicurandogli il nostro tifo per la simpatia nutrita nei confronti di un giovane emergente della nostra regione che si confrontava contro i titolati “Mostri Sacri” presenti nel torneo; ad un certo punto, quando stavamo per arrivare al Castello, ci salutò e tornò indietro di nuovo solitario ed avvolto nei suoi pensieri, come alla ricerca di un equilibrio che solo lui stesso si poteva dare. Dopo quel nostro incontro riuscì anche a battere l’altro Maestro Internazionale del torneo, l’indimenticato Alvise Zichichi, ma incontrò sul suo percorso gli altrettanto emergenti e fortissimi maestri Cocozza e Sanna che gli sbarrarono inesorabilmente la strada. Il Campionato fu vinto proprio da Tatai per spareggio tecnico su Cocozza che sfiorò l’impresa. Alla fine, Gervasi dovette accontentarsi di una posizione di rincalzo, terminando il torneo in quinta-sesta posizione ad un punto e mezzo dai primi in classifica.

Il titolo venne assegnato a Tatai per spareggio tecnico

Da notare che, dopo Tatai, Zichichi vinse il Campionato Italiano l’anno successivo, come a dare un ulteriore valore ai due illustri “scalpi” conquistati da Gervasi e forse alimentando qualche piccolo rimpianto per quello che poteva essere e che non è stato.

In ricordo di quell’incontro con il Maestro solitario e pensieroso, di seguito la partita che Gervasi vinse contro Tatai al primo turno, e che forse un poco lo illuse.


Che cosa rimane di quel torneo? Un pizzico di delusione di un risultato sportivo non all’altezza delle aspettative, ma un bellissimo ricordo di luoghi e momenti vissuti insieme ad altri amici con i quali condividere la propria passione.

Ed eccoci arrivati al punto di rispondere alla domanda del titolo di questo articolo, facendo prima una piccola digressione su cosa sia la felicità, essendo questa spesso un’interpretazione soggettiva del vivere e per ognuno di noi percepita in maniera diversa, anche se è da distinguerla dal piacere, con il quale spesso viene confusa, legato più a fattori esterni e di breve durata. Forse, per avere qualche idea più chiara ci si potrebbe far aiutare dai filosofi del passato:

  1. Non c’è strada che porti alla felicità. La felicità è la strada” (Siddarta Gautama)
  2. La felicità dipende da noi stessi” (Aristotele)
  3. La felicità è come una farfalla; più cerchi di inseguirla, più ti eluderà. Ma se sposti la tua attenzione su altre cose, si siederà dolcemente sulla tua spalla” (Henry David Thoreau)
  4. Più un uomo medita su pensieri buoni, migliore sarà il suo mondo e il mondo in generale.” (Confucio)

Che dire? Non tutti i quattro punti sono veramente calzanti con gli scacchi, tipo il quarto, ma a me sono piaciuti ed ho deciso d’inserirli lo stesso! In ogni caso la felicità è uno stato d’animo, un qualcosa che viene dal nostro interno, dal nostro profondo e di sicuro, pur partendo da una nostra positiva predisposizione, ci sono delle attività che possono contribuire al suo raggiungimento.

E poi, e poi dopo tanto scrivere ecco illuminante il pensiero di un altro grande personaggio vissuto tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo: “Gli scacchi, come l’amore e la musica, hanno il potere di rendere gli uomini felici” (Siegbert Tarrasch). Sì, il grande scacchista e pensatore tedesco, un po’ dogmatico e fautore della linea classica in antitesi alla scuola ipermoderna di Nimzowitsch e Reti che io preferivo, con il quale questa volta, però, mi ritrovo perfettamente d’accordo.

Quindi, alla fine di questa disquisizione, e dopo il suggerimento dell’illustre scacchista del passato, la risposta al quesito iniziale non può che essere una: “Sì, gli scacchi possono decisamente contribuire a renderci felici!”.

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