Un caffé con GB Ramesh
Ramesh e Praggnanandhaa
(Uberto Delprato)
Si è tratttato di un “caffè virtuale”, ovviamente, e per la precisione l’occasione è stata la videoconferenza del 21 aprile scorso organizzata dalla SSD Alfiere Bianco per presentare l’International Training Camp che si svolgerà ad Arona dal 18 al 26 giugno e di cui ho scritto qualche giorno fa. Gli organizzatori, in particolare Alessandro Dominici e Pierluigi Piscopo, mi hanno gentilmente offerto la possibilità di fare qualche domanda a GB Ramesh e io non mi sono tirato indietro.
Dopo avergli fatto gli auguri per il recente compleanno, prendendo spunto dalla cronaca gli ho chiesto un commento sulla prestazione del suo allievo Praggnanadhaa nel Torneo dei Candidati 2024 che, al momento dell’intervista, era giunto alle battute finali. Ho anche cercato di estorcergli una sua previsione sull’ultimo turno, ma lui ha saputo aggirare la domanda.
Praggnanadhaa, uno dei miei allievi, non ha avuto una buona seconda metà di torneo. Era secondo al termine del girone di andata, ma poi ha perso un paio di partite. Cosa mi auguro? Non credo nelle previsioni e, come dico sempre ai miei studenti e agli altri allenatori, credo fermamente che debba vincere chi se lo merita. Se non è uno dei miei studenti perché qualcun altro è più meritevole, allora che vinca. Insomma spero, e ne sarei felice, che vincesse il giocatore migliore.

A questo punto ho pensato di chiedergli quale lezione può trarre, come allenatore, dal torneo di Pragg: dove e come avrebbero potuto fare meglio?
Per me è importante chiarire che non giudico i miei allievi sulla base delle singole partite o dei singoli tornei. Non penso quindi che il risultato nel Torneo dei Candidati sia una battuta d’arresto, ma lo considero un’eccellente opportunità di miglioramento. Ovviamente abbiamo sbagliato qualcosa e paghiamo le conseguenze delle decisioni che abbiamo preso. Dobbiamo tornare alla lavagna, identificare come dobbiamo cambiare il nostro approccio ai tornei, perchè questo non sarà l’ultimo grande torneo che Pragg giocherà. Ci saranno molte altre sfide interessanti nel futuro.
Insomma, dobbiamo imparare da queste lezioni e modificare i nostri metodi di allenamento, le nostre priorità e concentrarci su di esse. In questo Torneo dei Candidati abbiamo avuto nel team anche altri trainers con cui Pragg si è allenato (NdA: uno di loro è stato Peter Svidler). E’ stato adottato uno stile di gioco diverso e, quando sarà finito il torneo, discuteremo anche di ciò.
Come ho detto, la cosa importante è che quando i nostri allievi non ottengono buoni risultati, restino convinti che noi, come allenatori, siamo sempre al loro fianco, che non li giudicheremo negativamente ma che valuteremo il tutto come un’opportunità per capire dove le cose sono andate male e come apportare le correzioni necessarie. Questo sarà il mio approccio.

Prendendo poi spunto da ciò che aveva detto in precedenza sulla sua filosofia di insegnamento, basata sullo sviluppo di tre aree del giocatore (tecnica, agonismo e psicologia), gli ho chiesto di spiegare meglio a che età è giusto secondo lui cominciare a inserire elementi di psicologia nella formazione di un giovane scacchista e se ciò non rischia di andare in conflitto con l’idea che primariamente i giovani scacchisti dovrebbero divertirsi. La risposta è stata lunga ed articolata.
Secondo me è molto importante il modo con il quale si impara a giocare e si considera lo sviluppo dell abilità scacchistiche. Di solito discuto di queste cose molto presto con i miei allievi, talvolta quando hanno anche solo otto anni. Chiaramente non parlo di importanti principi di psicologia da applicare, ma gli spiego i concetti principali e che ci sono alcune cose molto importanti che se capiscono e adottano ad un’età molto giovane… saranno basi molto solide per il loro sviluppo futuro.
Per esempio, una delle lamentele più frequenti che sento da molti allenatori è “i miei studenti non si allenano abbastanza a casa”. I ragazzi vengono alle lezioni di gruppo o a quelle individuali e mostrano un vivo interesse in classe, ma quando poi tornano a casa… non continuano ad allenarsi, tornano dopo 3 o 4 giorni per la lezione successiva e così via. Questo è un problema che va affrontato subito, perché, se non lo facciamo, nel giro di 3-4 anni avranno probabilmente un Elo molto basso proprio perché non studiano scacchi se non quando sono con noi. Imparano con noi, ma non lo fanno senza di noi. In questo modo, l’apprendimento non è costante e se questo prosegue per qualche anno si convinceranno che “non sono in grado di imparare gli scacchi da solo, qualcuno me li deve insegnare”: a quel punto, cosa possiamo fare per fargli cambiare idea? Ben poco. Penso sia importante imparare l’atteggiamento giusto da bambini. Bisogna spiegargli subito come vogliamo lavorare e quale pensiamo sia il metodo giusto, parlarne con loro e spiegargli come è giusto applicarsi.
Di solito dico ai miei ragazzi che negli scacchi è possibile imparare tutto ciò che vogliono imparare e ciò gli dà molta speranza. Gli dico anche che non devono considerare se stessi bravi a fare solo alcune cose e non altre. Diventano incapaci di fare certe cose se negli anni giovanili si convincono che “non so giocare i finali” oppure “non sono un bravo attaccante” o anche “non sono capace di calcolare le mosse”; se sviluppano queste percezioni negative di loro stessi, finirà che cercheranno di giocare solamente ciò che pensano di saper fare bene. E quando per anni lasceranno stare quegli aspetti del gioco dove non si sentono a loro agio, perderanno la fiducia in loro stessi e consolideranno le loro aree di debolezza. A quel punto sarà molto difficile convincerli che possono imparare quelle cose proprio per il fatto che non l’hanno fatto prima.
Il messaggio è chiaro: far capire ai ragazzi che negli scacchi è possibile imparare tutto ciò che si vuole, a patto però che ci si impegni per farlo. Questo tipo di impegno deve diventare una priorità per loro e noi dobbiamo fargli capire che c’è così tanto da imparare negli scacchi che non può essere imparato solo nelle poche ore trascorse con noi. Da imparare c’è molto e noi gli spiegheremo quali cose devono studiare e come farlo, anche da soli. Gli diremo che questo è un modo per apprendere più di quanto facciano gli altri ragazzi e per avere quindi un vantaggio su di loro fin dalle prime competizioni agonistiche. Insomma, dobbiamo dare ai ragazzi una spiegazione chiara di ciò che ci aspettiamo da loro, facendogli anche capire che hanno tutte le possibilità per imparare tutto. In questo modo non penseranno più “Non sono bravo in questo, non sono bravo in quello”.
Una delle cose che non mi stanco mai di ripetere è che ciò che loro credono sia una debolezza, non lo è realmente. E’ semplicemente una “mancanza di forza”. Questo significa che non si sono ancora irrobustiti in una certa area del gioco, ma non che sono realmente deboli: devono solo dedicare un po’ di tempo ad imparare ciò che va imparato e si sentiranno capaci e abili anche in quell’area. Ciò dà speranza ai ragazzi e coltiva i valori di una buona etica del lavoro e i vantaggi della curiosità di imparare nuove cose. Incoraggiarli in questo modo è estremamente utile.

Come potete da questo brevissimo colloquio, Ramesh ha le idee molto chiare su come impostare non solo la formazione di base, ma anche l’allenamento e la preparazione agonistica dei giovani. E’ una vera fortuna che abbia accettato di venire a portare questo suo metodo in Europa e, ancora meglio, in Italia!
Nei miei anni giovanili ebbi la fortuna di partecipare a un ciclo di lezioni dei MI Alvise Zichichi e Stefano Tatai per i giovani scacchisti romani e ancora ricordo quanta influenza ebbero su di me (ma sono sicuro di parlare a nome di tutti i ragazzi che furono invitati) le loro spiegazioni sui principali piani di mediogioco e sui modi per ottenere e sfruttare un certo vantaggio. Penso che partecipare a uno stage con Ramesh, Jesper Hall, Lexy Ortega, Pierluigi Piscopo e Sebastiano Paulesu sia un’occasione che non perderei per nulla al mondo se fossi un adolescente.
E, allo stesso modo, cercherei sicuramente di partecipare al “FIDE Trainer’s seminar” se fossi un insegnante o un allenatore motivato a far crescere i nostri ragazzi. Non capita tutti i giorni che i migliori del mondo vengano in Italia a condividere le loro esperienze: approfittiamone e facciamo in modo che abbiano voglia di tornare.