Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Lord Dunsany

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(Adolivio Capece)
Le difficoltà di scrivere su Lord Dunsany sono molte, in primis l’enorme vastità della sua opera (tredici romanzi, centinaia di racconti e poesie, più di quaranta drammi teatrali, dozzine di saggi, cinque volumi di autobiografie, senza contare il grande numero di articoli, critiche letterarie e teatrali, lettere…), secondariamente la relativa oscurità di questo materiale e infine il fatto che gli studi su Dunsany, nonostante gli anni Novanta del Novecento lo abbiano riportato in auge tra gli studiosi di letterature angloamericane e anglo-irlandesi, sono ancora (all’alba del 2018!) poco sviluppati.”

Così la scrittrice Tatiana Martino, che poi in un suo saggio proseguiva:

Edward John Moreton Drax Plunkett, diciottesimo barone Dunsany, nasce nel 1878 al numero 15 di Park Square, nei pressi di Regent’s Park a Londra. E’ un dato importante perché, sebbene i Dunsany appartengano a uno dei ranghi più antichi della Paria d’Irlanda risalente al XII sec, e nonostante Edward passasse molto tempo nel Castello di Dunsany nella Contea di Meath, nei pressi di Tara, i suoi natali inglesi e il suo trascorrere molto tempo a Dunstall Priory nel Kent, lo marchieranno indelebilmente come “scrittore Anglo-irlandese”. I suoi drammi furono presto messi in scena – e riscossero un considerevole successo – all’Abbey Theatre, per giungere fino a Broadway dove nel 1916 fu il primo drammaturgo nella storia ad avere ben cinque drammi in cartellone, in scena simultaneamente. Persino il nostro Pirandello s’interessò a lui. Pirandello inaugurò il suo Teatro d’Arte proprio con una rappresentazione de Gli Dei della Montagna (The Gods of the Mountain, 1911), messo in scena il 25 aprile del 1925 al Teatro Odescalchi di Roma.

Poliedrico e colto, come pochi, ricco di mezzi e di fortune, Dunsany fu anche cacciatore, viaggiatore e soldato. Viaggiò attraverso l’Europa, l’Africa (amava particolarmente il Sahara), e l’India; servì nella Guerra Boera (che grande parte ebbe nell’immaginario di molti scrittori del tempo), fu ferito negli scontri del 1916 a Dublino, si unì a una divisione del War Office durante la Prima Guerra Mondiale e durante la Seconda fu parte della Home Guard. Si candidò senza successo al Parlamento, sposò Lady beatrice Child Villiers, figlia del settimo Conte di Jersy, instancabile assistente oltre che moglie devota e musa dalla quale ebbe un solo figlio, Randal.”

Poi finalmente un rapidissimo accenno agli scacchi:

“Fu un grande giocatore di scacchi, affrontò l’allora campione di scacchi J.R. Capablanca e inventò una variante che porta il suo nome.”

Un po’ pochino visto quanto Lord Dunsany fu importante per gli scacchi, sia dal punto di vista letterario sia dal punto di vista tecnico. Ma a quanto pare con la sua abilità aveva richiamato l’attenzione anche dei non scacchisti e almeno un accenno lo si doveva fare.

Vediamo allora di rendere giustizia al Lord Dunsany (così si firmava e voleva essere denominato) scacchista.

Per prima cosa ricordiamo che fu campione irlandese e fu presidente dell’Unione Scacchistica Irlandese e della Associazione Scacchistica della Contea del Kent; ma soprattutto fu, come vedremo, ingegnoso problemista, tanto che viene spesso considerato il padre del genere “fairy” negli scacchi, mentre nella letteratura è unanimemente considerato il padre del genere “fantasy” in un momento in cui questa forma di romanzo era ancora in cantiere (il fenomeno “fantasy”  esplose infatti più tardi con Il signore degli anelli, di J.R.R. Tolkien).

Ricordiamo ancora che la dizione ‘fairy chess’ fu proposta nel 1914 dall’australiano Henry Tate in alternativa alla dizione ufficiale della FIDE ‘heterodox chess’ (scacchi eterodossi).

E proprio nell’ambito degli scacchi eterodossi va inserita la variante del gioco da lui inventata cui fa riferimento la Martino: l’ideazione risale ai primi del 1940 (anno indicato da Dunsany stesso, mentre altre fonti parlano del 1942) e oggi porta il suo nome; negli ‘Scacchi di Lord Dunsany’ il Nero gioca con i 16 pezzi  regolamentari mentre il Bianco schiera sulla scacchiera 32 pedoni: muove per primo il Nero che vince se cattura tutti i Pedoni, mentre il Bianco vince se riesce a dare scacco matto.

Quanto alle partite con Capablanca, si sa che lo affrontò due volte in simultanea e una volta riuscì a pattare: la prima volta all’Imperial Chess Club di Londra il 22 novembre 1928, e perse (fonte The Tablet, 15 dicembre 1928); non sono note le mosse. La seconda ancora a Londra, al Selfridge’s, il 12 aprile 1929 che finì patta; Capablanca giocava contro 21 avversari. La partita fu riportata sul Times Literary Supplement del 25 aprile 1929.

Da notare che nella sua autobiografia While the Sirens Slept scritta, sembra, nel 1945, Dunsany definì Capablanca ‘campione del mondo’, mentre come noto il cubano aveva perso il titolo nel 1927 ad opera di Alekhine. Comunque Dunsany fu un grande ammiratore ed estimatore di Capablanca e quando morì gli dedicò un epitaffio in poesia.

Ecco come Lord Dunsany descrisse la simultanea del 12 aprile nella sua autobiografia While the Sirens Slept:

“All’inizio della primavera, Capablanca – forse il più grande scacchista che il mondo abbia mai conosciuto e all’epoca Campione del Mondo [in realtà Capablanca aveva perso il titolo nel 1927 ad opera di Alekhine – NdA] arrivò a Londra per una seduta in simultanea al Selfridge’s. Giocò contro tre rappresentati di ciascuna delle sette contee confimati con Londra, cioè praticamente contro 21 tra i giocatori più forti d’Inghilterra. Mi chiesero di essere uno dei tre rappresentati della contea di Kent.

Ci fecero sedere tutti in fila su una lunga tavolata, con molto pubblico alle nostre spalle: Capablanca camminava su e giù. Io ci tenevo a far vedere che non ero stato scelto soltanto perché ero presidente della Kent Chess Association e l’unico modo era riuscire a resistere per più di mezz’ora.

Ho già detto in altre occasioni che non conoscevo lo teoria delle aperture: contro di me Capablanca giocò la Spagnola (Ruy Lopez) forse l’apertura più complicate dal punto di vista della teoria.

Alla quarta mossa spinsi il Pedone in b5, cosa che secondo la teoria va fatta più tardi. Capablanca approfittò subito del mio errore e cominciai a temere che non sarei riuscito a superare la mezz’ora di gioco.

Ma a quel punto mi misi a giocare seriamente, sacrificai un Pedone e riuscii a liberarmi un po’, anche se giocare con Capablanca con un Pedone in meno non sembrava il massimo.

Curiosamente il mio errore fu anche la mia salvezza: andai avanti a giocare, recuperai il Pedone e dopo quattro ore, quando terminò il tempo previsto per la simultanea, avevo una evidente posizione di patta.

Capablanca con una certa riluttanza concesse la patta anche al mio vicino di sinistra, pure della contea di Kent, mentre un rappresentante di Hertfordshire riuscì a vincere. Tutti gli altri furono sconfitti dal cubano.”

José Raúl Capablanca – Lord Dunsany
Selfridges, Londra – 12.04.1929


E veniamo ai racconti di Lord Dunsany in cui si trovano menzioni degli scacchi, per esempio Le due bottiglie di salsa (The Two Bottles of Relish, 1932) e Cruciverba incompleto (The Clue, 1952), oltre al racconto Il Gambetto dei tre Marinai (The Three Sailors Gambit).

Il Gambetto dei tre Marinai è un vero e proprio tributo di Lord Dunsany agli amati scacchi. Racconto breve, classico, inerente al genere fantastico ma che per molti versi anticipa le partite di scacchi tra i più forti giocatori del mondo e il computer: lo scrittore anglo-irlandese porta in scena una bizzarra sfera di cristallo, acquistata a Cuba, che ripropone la partita a scacchi e suggerisce le mosse vincenti.

Ma un racconto interamente dedicato agli scacchi lo troviamo nel mirabolante e bellissimo Il nuovo padrone (The New Master), racconto che divenne fonte di ispirazione per molti autori che dopo di lui hanno scritto in materia di robot versus uomo.

È incluso nella raccolta di racconti fantastici The Little Tales of Smethers and Other Stories (Jarrolds, 1952).

The New Master si apre sul sofferto dibattito interiore della voce narrante, uno scacchista amatoriale, che dovrà deporre per l’amico Allaby Methick. Lui conosce la verità ma dichiararla, oltre a essere giudicata inverosimile, indurrebbe la Corte a considerarlo un pazzo.
Entrambi frequentano il Circolo Scacchistico di Otbury. Un giorno Allaby Methick invita l’amico a casa sua e gli dice che ha costruito una macchina in grado di batterlo a scacchi. Il nostro protagonista accetta l’invito e gioca con il robot, statico ma munito di braccia.

Naturalmente viene sconfitto.
Ma non è la sconfitta che lo allarma, quanto le reazioni di offensiva superiorità della macchina verso l’uomo. Tanto da indurlo a considerazioni molto più generali che presagiscono un’incrinatura nella libertà dell’essere umano: “Vidi che le macchine stavano già diventando i padroni privando l’uomo del suo dominio sulla terra. Dovunque volgessi lo sguardo potevo distinguere, chiarissimi, i segni di ciò. Non era consolante pensare che era stato l’Uomo stesso a creare la macchina”.
Per essere un racconto degli anni Cinquanta, anni ancora esenti dalla tecnologia digitale e da internet, il racconto si configura con un punto di vista molto moderno, proponendo domande di primario interesse attuale.


Arriviamo così ai problemi e alle bizzarrie, alla cui composizione Lord Dunsany si dedicò saltuariamente. Ne abbiamo selezionai solo alcuni, particolarmente rappresentativi.

Per poter risolvere i due problemi che seguono è necessario ricorrere alla retroanalisi (analisi retrograda) e risalire all’ultima mossa del Nero.

Vediamo il primo.

Matto in 2 mosse

L’Ad8 non può aver mosso proprio come i Pedoni a7, b7, c7 e d7 che si trovano ancora sulla casa di partenza, il Pa3 proviene chiaramente da e7 dopo quattro catture, il Pf4 non può provenire da e5 in quanto avrebbe dovuto effettuare una precedente cattura da f6 in e5, facendo salire il totale delle catture nere a 6 ma poiché i pezzi bianchi sulla scacchiera sono 11, il Nero può al massimo aver effettuato 5 catture.

Stesso discorso per il Ph2: non può provenire da g3 a meno di non ipotizzare un’altra cattura da h4 a g3.

L’ultima mossa del Nero è stata perciò la spinta g7-g5 (g6-g5 ovviamente è impossibile per via del Re bianco che con il Pedone in g6 sarebbe stato sotto scacco) e questo autorizza il Bianco a giocare 1. hxg6 e.p.! (presa al passo) e a proseguire dopo qualunque risposta del Nero con 2. g7 scacco matto.


Vediamo il secondo problema. Venne pubblicato nel 1924 su The London Times Literary Supplement e l’enunciato era ‘matto in una mossa’.

Matto in una mossa!

La retroanalisi del problema ci suggerisce che l’ultima mossa del Nero è stata l’arrocco: potete infatti verificare che il Nero non può aver mosso nessun altro pezzo altrimenti il Re bianco sarebbe stato sotto scacco, né può aver giocato la mossa f5xe4 per la mancanza di pezzi bianchi da catturare (14 sono sulla scacchiera, uno è stato catturato sulla colonna “a” da un pedone e il pedone nero “e” non può quindi essere arrivato in f5).

Il Re deve però aver già fatto una mossa in precedenza: la spiegazione è abbastanza complessa. Sulla scacchiera ci sono 8 pezzi e 6 pedoni per parte, quindi entrambi hanno potuto effettuare solo 2 catture. Sicuramente il Bianco ha catturato un pezzo nero sulla colonna “b” e il Nero ha catturato un pezzo bianco sulla colonna “a”. Essendoci tutti i pezzi sulla scacchiera, sia il Bianco sia il Nero hanno promosso almeno un pedone. Il Bianco ha anche catturato il pedone “h” del Nero (direttamente o dopo che questi ha catturato un pezzo bianco sulla colonna “g”) quindi la promozione del Bianco deve essere avvenuta senza altre catture e perciò in e8 o in d8 (passando per d7): in entrambi i casi il Re del Nero deve essersi spostato da e8, per poi tornarci.

L’arrocco è quindi una mossa illegale e per regolamento il Nero deve ricollocare il Re in e8 e la Torre in h8, dopodiché è obbligato a muovere il Re.

Se … Rf8  1. Txh8 scacco matto, e se … Rxd7  1. Axc6 scacco matto.


Il terzo problema che presentiamo fu inserito insieme ad altri di Dunsany nel Week-end Problems Book, di Hubert Phillips, pubblicato nel 1932.

Il Bianco muove e matta in 4 mosse

Allo scacchista attento non dovrebbe sfuggire la posizione di Re e Donna neri, scambiati di posto.

Questo fa capire che, per far sì che la posizione sulla scacchiera non risulti illegale e impossibile, la scacchiera stessa deve essere ruotata di 180 gradi.

Dopodiche la soluzione, doppia, è facile:

1.Cc6 (Non va bene 1. Ca6 ? per 1… Ch3 !  Infatti dopo 2. Cb4 Cf4 non si riesce a dare # in 4 perchè nessun pezzo riesce a catturare il Cf4) 1… Cf3 (Adesso 1… Ch3 prende matto anche prima delle 4 mosse a causa del seguito 2.Ce5 e dopo qualsiasi mossa nera 3.Cd3/f3#) 2. Cb4 Ce5  3. Dxe5 e poi 4. Cd3 scacco matto

oppure

1.Cd7 Cf3 2. Cc5 Ce5  3. Dxe5 e poi 4. Cd3 scacco matto


Concludiamo con un’altra partita giocata da Dunsany il 30 marzo 1929 e riportata dal Brooklyn Daily Eagle, del 1 agosto 1929.

Si tratta di una ‘partita vivente’ giocata durante il congresso scacchistico di Ramsgate. I ‘pezzi viventi’, a differenza di quel che accade di solito, non riproducevano le mosse giocate su una scacchiera di dimensioni normali posta tra i due avversari, ma si muovevano in base a comandi diretti dei due giocatori che li gridavano guardando la scacchiera gigante stando seduti su alti sgabelloni tipo quelli usati dell’arbitro nelle partite di tennis.

Montague Jones – Lord Dunsany
Scacchi viventi, Ramsgate, 30.03.1929


Molto altro ci sarebbe da dire su Lord Dunsany, che meriterebbe sicuramente più attenzione da parte degli scacchisti.

Noi terminiamo ricordando che è sua una celebre frase di solito attribuita a Ellery Queen: “C’è più mistero in una partita a scacchi che in dieci delitti.”

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