Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Giuochi proibiti a Venezia (eccetto gli scacchi)

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Foto di Riccardo Moneta

(Riccardo M.)
Venezia. Ne ho già parlato, qui. Da antico e perduto innamorato quale sono della fantastica città lagunare e dei suoi gioielli. Innamorato delle sue meraviglie, dei suoi abitanti e dei suoi davvero unici … alfieri. Tra questi il mitico libraio/editore Filippi, la cui bottega era la prima tappa delle mie periodiche visite alla città.

Abbraccio l’opinione di Franco Filippi (figlio dell’editore che ebbi il piacere di conoscere personalmente), il quale oggi scrive così: La venezianità non è un certificato di nascita. Venezia è un’idea della mente, è una scelta di vita, un luogo dell’anima.

E mi piace ripetere le stesse mirabili parole dello scrittore Iosif Brodskij tratte da ‘Fondamenta degli incurabili’ e presenti più estesamente nella home page del Blog dello stesso libraio Franco:

“Venezia è la madre. Venezia ama tutti, anche se non sempre è ricambiata. Venezia è una donna che non ti fa sostenere esami, è una donna che non ti giudica. Venezia non ti fa prigioniero, non ti trattiene. Venezia non è mai cinica con i deboli, non è ipocrita, non ha bisogno di nascondersi.
A Venezia non interessa vincere. Venezia non conosce la menzogna, è sincera. Venezia non tradisce. Venezia ti aiuta a parlare, Venezia ti sa ascoltare. Venezia tace e dal suo silenzio comprendi quando è ora che tu vada, da solo, senza parole, senza sbattere le porte. Venezia è un porto, un ventre fecondato dai semi di tutti i popoli. Venezia non tollera, accoglie e tempera.
Venezia è Vergine, incorruttibile, onesta, sincera.
Venezia è abbondanza, distribuisce, dona a piene mani a tutti, ai belli come ai brutti, ai buoni come ai cattivi, come la cornucopia che nonostante l’uso non si esaurisce mai. Come il sole.
Con lei mi sento sempre piccolo, con lei ho il coraggio d’essere allievo, senza di lei potrei morire.
Venezia non ha età, Venezia non muore mai, Venezia è tutto”

Ed oggi, per cambiare, parliamo di giochi e di divertimenti veneziani.

Si legge in “Aneddoti storici veneziani” di G. Nissati [1] (Filippi Ed., 1965):

“Parecchi anticamente erano i Ridotti [2]. Nel 1560 ne ritroviamo uno in Calle dei Ragusei ai Carmini; un altro nel 1580 a S.Moisè in Calle del Traghetto .. un terzo nel 1591 in Calle dei Cinque a Rialto… E si legge che nel 1604, per ordine del fratello Pietro Paolo, venne ucciso con un’archibugiata sulle Fondamenta di S.Lorenzo il nobiluomo Giacomo Battaggia, mentre ritornava “dal Reduto de S.Maria Formosa”. Ma il Ridotto più celebre di tutti fu quello che nel 1638 si aprì a S.Moisè nell’antico Palazzo Dandolo. E’ viva ancora la tradizione della gran folla che v’accorreva, e del giuoco e del libertaggio che vi regnavano sovrani, derivandone perniciosissime conseguenze. Questo Ridotto andò soppresso nel 1774 … il giuoco allora si rifugiò nei Casini … ove si dava fondo alle fortune delle famiglie”.

Naturalmente il giuoco principale era sempre quello delle carte, nel 1774 come nel 1591 come molto tempo più indietro. Leggiamo ancora sul Nissati (cap.XCIII, “i giuochi”):

“Una prova dell’antichità dei giuochi a Venezia può trovarsi nella concessione ottenuta nel 1172 da Nicolò Barattieri che si potesse giuocare di ventura fra le due colonne della Piazzetta…. Troviamo una legge del 1283 che proibiva di giuocare ai dadi sotto la Loggia di Rialto, comminando la multa di L. 10 al giuocatore, e di soldi 40 a chi prestava i tavolieri. Ed un’altra legge del 1294 proibiva di giuocare ‘ad zonos et tabullelas’ sotto il portico della chiesa di San Marco.

Anche il giuoco degli scacchi era molto antico fra noi. Narra Marin Sanuto d’uno scacchiere grande e bellissimo, tutto lavorato in oro e argento con calcedonie, diaspri, ed altre pietre preziose, e cogli scacchi di finissimo cristallo, che una famiglia patrizia intendeva d’offrire in vendita al soldano d’Egitto per 5.000 ducati.

Né minor pregio avevano le carte da giuoco, la prima fabbrica delle quali vuolsi che sorgesse in Venezia. E’ certo che ne abbiamo memoria fino dal 1391, trovandosi nei Registri dei Signori di Notte [3] l’espressione ‘unum par cartarum a ludendo’. Ve n’erano disegnate e miniate da celebri artisti, i quali dimostravano la loro valentia specialmente in quelle che dovevano servire al giuoco del tresette ed altri giuochi… Negli ultimi tempi i Veneziani si sfogavano coi giuochi della Bassetta, del Faraone e del Panfil, che s’annidavano nel pubblico Ridotto e nei Casini”.

I Casini, dunque, come già accennato sopra. Scrive il Nissati che nei Casini si dava fondo alle fortune delle famiglie e ricorda una “lettera” inedita del magistrato Luigi Ballarini (che visse nella prima metà dell’Ottocento), in cui quest’ultimo parlava così del Casino di San Cassiano:

“Questo è divenuto il recapito di tutta la città patrizia, con una mescolanza delle prime signorie colle più infime e miserabili … nessuno nei Casini vuol essere inferiore nell’abito e nel giuoco, il Panfil dominava in ogni angolo. Le povere signore, per pagare e continuare a divertirsi, sono ridotte a divertir gli altri quasi palesamente”.

Non sono da confondere i Casini coi … Casoni, o meglio Casòn. Casòn significava anticamente prigione, tanto che a volte in vecchie carte si leggeva il verbo “incasonare” in luogo di “imprigionare”. Ognuno dei sei “Sestieri” di Venezia aveva un proprio Casòn. Ad esempio, nell’ancor oggi esistente Campiello del Casòn, ai SS. Apostoli, c’era il Casòn del Sestier di Cannaregio. Di solito il Casòn veniva utilizzato per i colpevoli di lievi delitti o per i debitori.

E poi c’erano i Caffè. Ci siamo, qui su UnoScacchista, già occupati dei Caffè di Roma nei quali si giocava (oggi purtroppo non più) a scacchi. E i giuochi avevano in parte preso possedimento dei Caffè anche nella Venezia dell’Ottocento. Prosegue così il Nissati:

“Tra il Ponte dell’Angelo” a San Marco, e quello del Rimedio, sta aperto un modesto spaccio di vino, il quale una volta era un Caffè con sovrapposto locale da giuoco… Frequentatore di questo Casino, ove stava giocando tutta la notte, era il Conte Alemanno Gambara, che si dice reo di molti sanguinosi misfatti. E che in questo Caffè fiorisse grandemente il giuoco lo dimostra il Ballarini scrivendo: “Il Caffè al Ponte dell’Angelo è per metà Ridotto e per metà Casino privato, e colà si giuoca tutta notte: l’ecc. cav. Madre non parte di là che ad ora di terza …”.

Capito? Il cavalier Madre faceva le tre di notte al Casino!

Sul chiassoso e gaio nottambulismo veneziano da caffè, trattoria o casino, aveva scritto Elio Zorzi nel 1928, per i tipi della Zanichelli, aggiungendovi le Osterie con il suo divertente “Osterie Veneziane”. Zorzi raccontava, tra gli altri, questo aneddoto:

Verso la metà del secolo scorso il ritrovo preferito dai nottambuli era il Caffè Florian. Tra i vecchi florianisti che facevano professione di dormir di giorno per passare la notte al Caffè era quel tipico patrizio Priuli che soleva seder solo alle ore più inoltrate della notte a un tavolino sotto le Procuratie.

Cossa fala, Nobilomo?”, gli chiedeva talvolta un passante attardato.

Fazzo tardi”, rispondeva il Priuli.

A Venezia esisteva un caffè in ogni strada, tanto è vero che una legge del 4 ottobre del 1759 giunse a stabilire che essi non dovessero oltrepassare il numero di 206. Narra Giuseppe Tassini (di nuovo nota 1):

“Quantunque le nostre caffetterie fossero da principio basse, disadorne, malissimo illuminate, e perfino mancanti di vetri a schermo delle intemperie, riboccavano, specialmente quelle situate su San Marco, di gente e di maschere. Alcune di esse poi avevano certi camerini appartati nei quali talvolta, oltre al Dio del Giuoco, sacrificavasi a Volupia e Citerea, camerini che a più riprese vennero proibiti dalla Repubblica”.

Tassini si sofferma su alcuni celebri Caffè, tra i quali il “Caffè al Ponte dell’Anzolo” in Corte del Caffettier, ricordando che …

“Eravi qui presso una caffetteria, ora ridotta a spaccio di vino, frequentata negli ultimi tempi della Repubblica da vari patrizii, reduci in gondola dal Maggior Consiglio …. Fortissime erano le partite di giuoco che si facevano in questo Caffè … fino a tutta notte”.

Venezia era infatti una città viva 24 ore su 24. Pensate che, mentre il Priuli e il Madre facevano le tre di notte, ricordava il Zorzi l’esistenza di una trattoria, “l’Antica Adelaide”, situata in Calle Racchetta a S.Felice, dove si soleva pranzare (pranzare!) tra le sette e  nove del mattino. Era frequentata da pescatori e soprattutto dalle donne che a quell’ora mattutina avevano terminato di distribuire il latte in città, giungendo da Campalto e da Mestre “con le caorline [4] cariche di vasi di zinco colmi di latte”.

Tra le tante osterie che ci ha descritto Zorzi nel suo meritorio volume, una delle più note era quella di “Nardo alla Fava”, frequentata da aristocratici, magistrati e musicisti, fra i quali il famoso commediografo Giacinto Gallina (1852-1897).

Leonardo Toneatti fa il conto a Giacinto Gallina nell’Osteria della Fava, da un quadro di Gigi Gasparini (in: Elio Zorzi “Osterie veneziane”)

Venezia capitale del giuoco? No. Forse Venezia è stata più una capitale del divertimento. E anche, diciamolo pure, dei facili costumi. Pensate al ‘libertinaggio delle monache’, che un tempo potevano accogliere nei sacri recinti chiunque avessero voluto. Narra ad esempio Marin Sanudo che “nel 1509 le monache del Convento della Celestia ammisero in convento una frotta di giovani patrizi, coi quali ballarono tutta una notte al suono di pifferi e trombe”.

Capitale del gioco poteva semmai venire eletta Genova, altra “Repubblica marinara”. A Genova infatti nacque nel 1539 il gioco del Lotto, a seguito delle scommesse illegali sui nomi dei candidati al Senato. Nel 1682 il lotto approdò a Napoli, dove fu accolto con grande passione nonostante la condanna della Chiesa. Si dovette attendere invece il 5 aprile del 1734 per vedere a Venezia la prima estrazione del lotto pubblico.

Scriveva Giovanni Marangoni in “Giorno per giorno, tanti anni fa” (Ed. Filippi, 1971): “Gli uffici del lotto avevano sede in Palazzo Donà, nei pressi del Ponte di Santa Maria Formosa, che fu chiamato anche “Ponte dell’Impresa” in quanto le lotterie (o ‘borse’) venivano date in appalto. Vi lavoravano 50 impiegati, divisi in due categorie: caseletti e computisti. Inizialmente le estrazioni erano 9 per anno, col tempo arrivarono a 12: una al mese, con un ricavato complessivo di circa 30.000 ducati, che venivano in gran parte spesi per la illuminazione pubblica”.

“‘Col dilettevol ziogo della mora, al Magazen se la passemo un’ora” (Un’osteria del Settecento, dalle raccolte del Gherro, in Museo Correr, Venezia)

E terminiamo il giuoco con un altro accenno ai nostri amati scacchi, anche questo tratto dal libro citato del Marangoni sotto la data dell’11 novembre 1292:

“(oggi) Proibizione di tutti i giuochi d’azzardo a Venezia, di giorno e di notte, e in qualunque luogo dell’episcopato. Unico giuoco consentito, quello degli scacchi, che godeva di grandissima popolarità”.

Anche il Marangoni, ugualmente al Nissati, riporta come il cronista Marin Sanudo (o Sanuto) menzionasse una famiglia patrizia che possedeva una scacchiera d’oro e d’argento, lavorata con pietre preziose, del valore di 5.000 ducati.

Sbagliereste adesso a identificare i cittadini di Venezia con persone per lo più dedite al giuoco, al divertimento, al Carnevale, a spensieratezze e passatempi notturni. Il segreto della millenaria storia della Repubblica di Venezia risiede invece nella fierezza e nei sacrifici dei suoi abitanti, nella saldezza delle sue istituzioni democratiche, nell’essersi sentiti parte (al contrario dell’Italia di oggi) di una medesima comunità con i medesimi interessi, nella capacità dei veneziani di ogni categoria sociale di saper fare le scelte più giuste e coraggiose nei momenti più critici del loro lungo percorso. In questo probabilmente una spesso balbettante Repubblica italiana, dove il progresso non ha assolutamente allontanato l’ignoranza, dovrebbe avere ancora qualcosa da imparare.

Un esempio su tutti lo riscontriamo in un altro episodio riferitoci dal Marangoni. Era il 19 dicembre del 1800 quando a Venezia si effettuò la prima vaccinazione antivaiolosa. Scoperto da poco tempo dal medico inglese Edoardo Jenner, il vaccino contro il vaiolo stenta ad affermarsi in Europa dovendo lottare ovunque contro lo scetticismo e l’ignoranza. E’ una famosa nobildonna e letterata veneziana, Isabella Teotòchi Albrizzi, a sottoporre, senza alcuna esitazione, il suo unico figlio di 15 mesi al primo esperimento di vaccinazione a Venezia. “Fatta una leggerissima incisione (dice il bollettino medico) venne inserito nel braccio destro del bambino un filo vaccino preso all’Istituto di Londra, fondato il 2 dicembre del 1799″. L’esperimento riesce felicemente, e a Venezia dilegua ogni pregiudizio in proposito.

In chiusura, e ancora in tema di scoperte scientifiche, dovrei infine ringraziare Venezia (o meglio Murano) in quanto i loro cittadini sono stati i primi, nella prima metà del Duecento, a fabbricare le cosiddette “lapides ad legendum”, senza le quali neppure potrei vedere i tasti che sto utilizzando per battere questo articolo.

Ugone da Provenza nel dipinto di Tommaso da Modena

Le “lapides ad legendum”, subito chiamate a Venezia “roidi da ogli”, sono semplicemente i nostri occhiali. La più antica rappresentazione pittorica di persona con occhiali si trova nella Sala capitolare del Convento di S.Nicolò a Treviso: è il ritratto del cardinale Ugone da Provenza, eseguito da Tommaso da Modena nel 1352.

Invio l’articolo in Redazione e depongo le mie “lapides” nel cassetto, sperando che gli amici lettori di UnoScacchista non mi “lapidino” per aver oggi parlato poco di scacchi e molto “del più o del meno”. Prima di lapidarmi, però, ricordatevi che vi ho parlato di una città che deve la sua salvezza proprio agli scacchi! Lo sapevate? No? Avete letto questo?

Arrivederci!

P.S.: ove non diversamente citato, le immagini appartengono all’autore.


Note:

[1] “G. Nissati” non è altri che lo storico Giuseppe Tassini (1827-1899). Appartenente ad una vecchia famiglia della borghesia veneziana, fu autore nel 1863 della monumentale “Curiosità Veneziane”, una fortunata e impareggiabile (a mio avviso insostituibile per il viaggiatore non frettoloso che voglia approfondire) opera che ebbe numerose edizioni.
[2] il “Ridotto” era, come il più importante “Casino”, un luogo nel quale i veneziani s’incontravano per praticare il giuoco d’azzardo. Nel Settecento se ne contavano in città oltre 130.
[3] i “Signori di Notte” erano 6 patrizi che avevano, a partire dal 1260, competenza e poteri su quanto accadeva durante la notte nella città.
[4] la “caorlina” era un’imbarcazione con prua e poppa tondeggianti e con più vogatori, utilizzata per il trasporto di pesce, frutta, verdura ed altri alimenti.

2 thoughts on “Giuochi proibiti a Venezia (eccetto gli scacchi)

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