Intervista a Ramesh – L’insegnamento ai giovani
Arona24 - Tutti al lavoro!
(Uberto Delprato)
Questo è il primo di una serie di 4 post che riassumono un’intervista e due giorni passati assieme a Ramesh Ramachandran durante l’International Training Camp che si è svolto ad Arona (NO) dal 18 al 26 giugno 2024. Avevo anticipato il programma del Camp in un mio post di metà Aprile e avevo iniziato a raccontare la filosofia di insegnamento di Ramesh grazie a una breve chiacchierata con lui di qualche settimana dopo. Gli organizzatori del Camp, in primis Alessandro Dominici della SSD Alfiere Bianco, mi hanno gentilmente invitato ad Arona, dove ho trascorso uno stupendo fine settimana tra natura, scacchi, grandi personaggi e promettenti giovanotti.
Oltre a seguire alcune delle lezioni di Ramesh, Jesper Hall e Lexy Ortega, ho avuto anche modo di passare molto tempo con gli amici Pierluigi Piscopo, Sebastiano Paulesu ed Ettore Sibille, oltre a toccare con mano come i migliori giovani sanno analizzare in gruppo (un consiglio: segnatevi il nome di Christian Gloeckler, classe 2011).
Oltre alla lunga intervista, ho parlato con Ramesh di molto altro, che in parte ha trovato posto in questa serie di post. Gli argomenti che abbiamo toccato sono stati diversi e, per comodità di esposizione, li ho raggruppati in quattro “capitoli”, ognuno dei quali costituirà l’oggetto di un post. Nell’ordine si tratta di:
- “L’insegnamento ai giovani“, il primo della serie, che state leggendo
- “L’insegnamento agli adulti“, che uscirà domani
- “I giovani talenti indiani“, che verrà pubblicato venerdì 5 luglio
- “Uno sguardo al futuro“, che sabato 6 luglio chiuderà la serie
Cominciamo quindi con l’argomento che sta più a cuore a Ramesh e che è stato lo spunto del Camp ad Arona.
Ramesh ad Arona
UD: Grazie, Ramesh, per la tua disponibilità a questa intervista.
RR: Grazie a te, Uberto, per l’interesse in quello che faccio: è un vero piacere parlare con te e con i lettori di UnoScacchista.
UD: È la prima volta che vieni in Italia?
RR: Sì, per quanto mi ricordo è la prima volta. Sono stato a Malta due anni fa, ma credo proprio sia la prima volta in Italia.
UD: E qual è la tua prima impressione qui ad Arona?
RR: C’è un’ottima atmosfera: abbiamo un bel lago, montagne meravigliose e un bel tempo. A Chennai fa molto caldo in questo periodo dell’anno, mentre qui il clima è molto piacevole.
UD: E come sta andando il camp? Sei soddisfatto dopo le prime due giornate?
RR: Sì, certo, sono qui da quasi una settimana. I primi tre giorni abbiamo avuto un camp con gli allenatori italiani e un seminario per allenatori in cui ho cercato di condividere il mio modo di insegnare gli scacchi. Spero di aver portato una nuova prospettiva agli allenatori italiani e anche di averli motivati ad essere più ambiziosi e a pensare in termini di produzione di campioni per l’Italia a livello nazionale e internazionale. Era questo il mio obiettivo principale e la linea-guida che ho seguito lavorando con gli allenatori.

Adesso grazie ad Alessandro (NdA: Dominici) sto lavorando nel programma “Talent Level” di Offerspill in collaborazione con l’Italia. Abbiamo 3 livelli di studenti e sta andando abbastanza bene. I ragazzi stanno dimostrando interesse per l’apprendimento. Li abbiamo smistati in tre gruppi di giocatori in base al loro punteggio Elo, in modo da poter insegnare al livello più adatto. La maggior parte dei giocatori sta rispondendo bene, e stanno cercando di adeguare la loro etica di lavoro al modo che gli stiamo insegnando. Devo dire che sono molto motivati ad imparare.
UD: Abbiamo già parlato del tuo approccio all’insegnamento e di come ti aspetti che i ragazzi debbano affrontare lo studio e l’apprendimento. È un punto di vista piuttosto diverso rispetto alla situazione che vedo normalmente in Italia, quindi penso che se avete raggiunto il vostro obiettivo con gli allenatori, sarà una svolta importante.
RR: Credo che la maggior parte degli allenatori abbia capito che è giunto il momento di aggiungere nuovi modi di insegnare ai ragazzi ed anche con loro sto cercando di sottolineare che dovrebbero essere molto “affamati” di imparare cose nuove e disponibili nell’accettare cose diverse a cui non sono abituati. Quando la predisposizione a ricevere è più alta è facile imparare: questo è ciò che sto cercando di fa capire agli studenti.
Gli inizi da allenatore
UD: Mi racconti qualcosa della tua precedente carriera di scacchista, gli anni da Grande Maestro?
RR: Sembra che sia passato così tanto tempo! È una vita completamente diversa ed è molto difficile immaginarmi come giocatore adesso.

Ho iniziato a giocare a scacchi quando Vishwanathan Anand è diventato il primo grande maestro indiano alla fine del 1989. All’epoca avevo 12 anni e sentivo che forse avrei potuto imparare anch’io a giocare a scacchi. All’epoca in India gli scacchi erano uno sport non molto importante. Erano però la mia passione, mi piacevano, mi rendevano felice, quindi appena potevo a casa di amici e giocavo con loro. Ho scoperto poi c’erano tornei e competizioni ed ho iniziato a giocare più seriamente. Sono diventato Maestro Internazionale nel 1996 e poi Grande Maestro nel 2003. Nel 2008, all’età di 32 anni, mi sono ritirato dal gioco competitivo e mi sono dedicato a tempo pieno all’insegnamento, ma avevo già allenato molti giocatori dal 1998 al 2008, quindi curca 10 anni, prima di decidere di abbandonare la carriera di giocatore e diventare allenatore di scacchi a tempo pieno.
UD: Fu una decisione presa insieme a tua moglie?
RR: Sì… in effetti la mia prima allieva è stata mia moglie, o meglio colei che poi è diventata mia moglie. Quando eravamo giovani, ci conoscevamo come giocatori, abbiamo viaggiato insieme in giro per il mondo, giocato l’uno con l’altro e così via. A un certo punto, nel 1998, sua madre mi ha chiesto se potevo lavorare con Aarthie, mia moglie, come allenatore e io ho accettato. Abbiamo iniziato ad allenarci insieme e l’anno successivo, nel 1999, ha vinto i campionati mondiali femminili under 18. È arrivata prima anche ai campionati indiani under 18. Quando vinse il mondiale under 18, non era tra le prime dieci nel tabellone iniziale, e non ci aspettavamo quel risultato, ma giocò veramente bene. Insomma, in un solo anno di allenamento con me è arrivata la medaglia d’oro ai campionati mondiali giovanili, poi partecipò ai mondiali assoluti. Ho capito allora che forse sarei potuto essere più efficace come allenatore che come giocatore.
La Accademia di scacchi “Gurukul“
RR: In seguito, ho iniziato ad accettare molti studenti che si rivolgevano a me per lavorare con loro. All’epoca la maggior parte di loro era composta da giocatori da 2300 e oltre che cercavano di diventare IM e GM. Andando avanti ho cercato di lavorare con giocatori di livello sempre più basso, perché come allenatore volevo imparare, capire come pensano i giocatori di livello diverso, quali sono le sfide dell’apprendimento, le differenze tra ragazzi e ragazze, cercando soluzioni ai problemi che tipicamente si affrontano ai vari livelli. Volevo insomma ottenere una buona visione d’assieme, un quadro generale per cercare di trovare il mio personale modo di affrontare queste sfide.
UD: E gli studenti sono venuti da te, senza che dovessi essere tu a cercarli?
RR: Si (sorridendo), a quel tempo non c’erano molti allenatori in India, quindi… c’era un’enorme richiesta.
UD: Se ho capito bene, la tua scuola di formazione è il luogo in cui si recano gli studenti; non sei tu ad andare a casa degli studenti o nei circoli, ma fondamentalmente gli studenti vengono da te.
RR: Sì, in generale la maggior parte dell’addestramento, soprattutto dopo il COVID, avviene online, perché abbiamo studenti provenienti da tutti i continenti del mondo e abbiamo molti istruttori che insegnano online, ma, come hai detto tu, abbiamo un’Accademia fisica a Chennai, dove i ragazzi vengono dopo l’orario scolastico e si allenano.
UD: Questo significa anche che i genitori devono avere molta fiducia per far andare nella tua Accademia i loro figli, magari anche per camp di alcuni giorni. Al di là della volontà dei figli, è anche una questione di fiducia nell’allenatore che deve essere anche un educatore per i bambini. Qualcosa che si vede raramente da noi.
RR: (ridendo) In India è assolutamente normale.
L’insegnamento ai giovani
UD: Cosa ti aspetti dai ragazzi, anche giovanissimi, che vengono da te per imparare a giocare a scacchi?
RR: Come prima cosa, io posso contare su un’etica dello studio che devo dire non ho trovato in Europa. I ragazzi sanno di essere a scuola e si comportano di conseguenza, con dedizione, rispetto e concentrazione. Questa è una condizione fondamentale per imparare: essere disposti a studiare, applicarsi, faticare, perché senza impegno non si può arrivare da nessuna parte. E i ragazzi lo devono capire subito. Qui ad Arona ho chiesto ai ragazzi più giovani cosa si aspettassero di ottenere da un Camp di cinque giorni e in molti mi hanno risposto “di fare nuovi amici”: ecco, secondo me non basta. Per fare amicizia non servono i miei camp, non serve venire alla mia Accademia. Con me si studia, si lavora verso un obiettivo e se il ragazzo non ha questo ben chiaro in mente, è difficile che otterrà risultati.
UD: Quanto pensi di poter incidere sulla crescita di un ragazzo?
RR: Credo che circa il 25% di ciò che un giocatore deve imparare provenga dagli allenatori e del restante 75%… un 25% lo imparano dai tornei che giocano e dai tornei in cui competono. Un altro 25% proviene dai libri, dall’ambiente, dai genitori, dagli allenatori… imparano osservando gli altri giocatori. Il restante 25% è interno, è ciò che il singolo giocatore vuole imparare e la spinta che ha a crescere, quella che chiamiamo motivazione. Quindi, secondo me, gli allenatori devono guidare i ragazzi, spingerli nella direzione che per la quale debbano imparare gli scacchi da soli, perché non tutto quello che un ragazzo vuole imparare gli verrà insegnato dagli allenatori. Qualcosa verrà imparato grazie agli allenatori, al resto devono pensarci da soli.

UD: Insegni della storia degli scacchi ai tuoi studenti?
RR: Chiedo agli studenti di studiare i classici. Ci sono molti buoni libri, quindi cerco di incoraggiare gli studenti dando loro un piano, ad esempio quali sono le diverse aree su cui devono lavorare. Una delle principali è lo studio dei classici, ad esempio le partite dei giocatori del passato. Ci sono molti giocatori meravigliosi del passato e di ogni parte mondo, e li incoraggio a studiare. Ogni mese suggerisco di scegliere un giocatore o guardare da tre a cinque partite di quel giocatore ogni giorno: a gennaio magari Alekhine, a febbraio Michail Tal… qualcosa del genere. In questo modo, piuttosto che insegnare loro i classici, li incoraggio a fare questo lavoro da soli. Naturalmente, quando insegno altri argomenti, cerco di prendere partite di generazioni diverse. Prendo partite dell’inizio del 1900, diverse partite da torneo, cerco di scegliere un po’ di tutto..
UD: Stai parlando però di partite, non di storia nel senso dell’evoluzione del gioco dalle origini e dei libri del passato.
RR: Di solito confido che questa parte dell’educazione sia curata dagli allenatori prima che i ragazzi vengano da me. Molti di loro sono giovani, molto giovani e nuovi al gioco ed è in quel momento che tutte queste storie sulla storia saranno più interessanti, diventano più curiose. Nel mio caso non parlo mai solamente dei giocatori. Ad esempio, se mostro le partite di Karpov, parlo un po’ di Karpov, del suo stile di vita, della sua personalità, ma più che altro parlo del suo approccio al gioco, di come pensa, ed è su questo che cerco di concentrarmi, piuttosto che su quando è nato, dove è nato e su questo tipo di fatti storici. Credo che i ragazzi possano impararli da soli o che li conoscano già da piccoli, quindi cerco di usare solamente giocatori come esempio. Ogni volta che lo faccio cerco di parlare della sue caratteristiche che lo hanno reso forte, del suo approccio al gioco e di tutto il resto, in modo da dare loro una nuova prospettiva.
(fine della prima parte dell’intervista – domani parleremo dell’insegnamento agli adulti)