Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

La bestia nera

Raymond Savignac gioca a scacchi (1950, Robert Doisneau)

(Tristano Gargiulo)
Quale giocatore di scacchi non ha fatto l’esperienza di avere tra i propri avversari, nelle amichevoli partite di circolo o in quelle più impegnative dei tornei, qualcuno che, pur essendo sulla carta più debole di lui, lo batte più o meno regolarmente? È il caso comunemente conosciuto come la «bestia nera».

Questa espressione idiomatica ha sempre avuto una vasta applicazione nelle cronache relative alle manifestazioni agonistiche dei più vari giochi e sport, peraltro non solo individuali ma anche di squadra. Potremmo dire che una «bestia nera» si definisce primariamente in una relazione antagonistica fra due persone (o due compagini) che hanno avuto più occasioni di mettersi a confronto. Quando chi è teoricamente considerato il più forte dei due vede sovvertito, nella maggioranza degli scontri diretti, il pronostico che lo voleva vincitore, ha nell’altro la sua «bestia nera». L’espressione si usa talvolta anche quando due contendenti sono all’incirca sullo stesso piano, ma i risultati dei loro scontri sono significativamente a favore di uno dei due. Non è necessario che il numero delle partite giocate sia alto, conta di più la percentuale: è noto come la Nazionale italiana di calcio sia la bestia nera della Germania, benché ai mondiali degli ultimi 50 anni abbiano giocato solo due volte, ma sempre con la vittoria dell’Italia.

Negli scacchi ciò può avvenire, per esempio, quando un giocatore ‘soffre’ il tipo di gioco di un altro, perché troppo aggressivo o viceversa troppo chiuso, o perché questi sceglie impianti o varianti che al primo risultano particolarmente ostici; oppure dopo un po’ si può instaurare un trend psicologico reciproco di dominanza e rassegnazione, difficile da infrangere.

Se si è inclini a credere che negli scacchi il fenomeno si manifesti solo a livello amatoriale, favorito dal grado non troppo elevato delle forze in gioco, si rimarrà sorpresi vedendo che le statistiche ci dicono ben altro. Prendendo in considerazione solo i ranghi più alti, scopriamo che Garry Kasparov ha uno score negativo di –3 +1 =3 contro Boris Gulko, sicuramente un top GM ma non tale, per fare un paragone, da vantare risultati altrettanto buoni con altri campioni del mondo: B. Gulko – M. Tal (+0 –5), B. Gulko – T. Petrosian (+0 –3), B. Gulko – A. Karpov (+1 –5).

Boris Gulko

Se il +4 –0 =3 che vanta Andrij Volokitin contro Magnus Carlsen ha un valore relativo perché ottenuto tra il 2004 e il 2008, quando Magnus era ancora non più che diciottenne, i match di semifinale (1965) e di quarti di finale (1968) dei Candidati, in cui Boris Spassky sbarrò per due volte a Evfim Geller la strada verso il titolo iridato, con l’identico (forse troppo severo) punteggio di +3 –0 =5, bastano a fare dell’uno la bestia nera dell’altro [ved. ‘R. Moneta, Geller, il re senza corona’]; laddove poi, per una sorta di singolare circolarità, lo stesso Geller fu, a detta di molti, la bestia nera di Bobby Fischer: Geller aveva con Bobby, in quegli stessi anni, lo score favorevole di +5 –3 =2 (ma bisogna anche dire che, fino alla terza partita del match mondiale, lo stesso Spassky era, ancor più di Geller, la bestia nera di Fischer, che non aveva mai vinto contro di lui, avendo totalizzato solo 2 patte e 4 sconfitte).

E non possiamo non ricordare un caso a noi caro e familiare: le due vittorie (Praja de Rocha 1969 e Venezia 1971) conseguite da un giovanissimo Sergio Mariotti contro un mostro sacro come Svetozar Gligoric. È lo stesso Mariotti, in un breve e affettuoso profilo dell’illustre avversario, a definirsi la bestia nera di Gligoric [Strategia e tattica/18].

Dicevamo che negli scacchi un motivo per cui uno diventa bestia nera di un altro può essere il fatto che giochi aperture che mettono a disagio l’avversario. Ma è possibile modificare questa relazione in modo da affermare che per uno scacchista sia proprio una specifica apertura, chiunque la giochi, a diventare la sua bestia nera? Non è poi così strano che tra giocatori di club, o comunque di caratura non internazionale, si possano avere perduranti difficoltà nell’affrontare l’una o l’altra apertura. Ma di nuovo ci si potrà domandare se anche ai più alti livelli si verifichi mai qualcosa di simile. E qui la sorpresa è ancora più grande, perché la risposta è sì.

Si può partire da un episodio ricordato su queste colonne da Riccardo Moneta [‘Quei ‘matti’ che giocavano il Gambetto di Budapest’]. Nel torneo quadrangolare cui parteciparono, nel 1918 a Berlino, Akiba Rubinstein, Carl Schlechter, Milan Vidmar e Jacques Mieses, gli ultimi tre giocarono tutti, col Nero, in risposta a 1.d4 di Rubinstein, un’apertura nuova, allora agli albori, il Gambetto di Budapest. Vidmar vinse in 24 mosse e Mieses in 31; solo con Schlechter Rubinstein riuscì a pattare. Sicuramente contarono, sull’animo fragile di Rubinstein, l’effetto sorpresa e il contraccolpo psicologico della prima sconfitta con Vidmar, rafforzato dalla sfrontata insistenza dei suoi avversari nel riproporre la medesima difesa; ma che un giocatore come lui non trovasse un antidoto efficace per ben tre volte di seguito la dice lunga sulle difficoltà che una scelta indovinata dell’apertura possa creare in un avversario anche fra i primi del mondo.

Un altro caso di bestia nera è in qualche modo legato al Gambetto di Budapest. Negli anni tra il 1925 e il luglio del 1927, Alexander Alekhine giocò quattro volte con il cecoslovacco Karl Gilg, che sulla carta non avrebbe dovuto impensierirlo (la FIDE gli riconobbe non più del titolo di Maestro Internazionale): la prima volta durante un tour di esibizione di Alekhine in Cecoslovacchia (la partita fu giocata in simultanea e alla cieca), la seconda al torneo di Semmering del 1926, e le ultime due al torneo di Kecskemet tra il giugno e il luglio del 1927, pochi mesi prima che avesse inizio il match per il titolo mondiale contro Capablanca. Gilg vinse le prime due (a Semmering di Nero con un Gambetto di Budapest!) e pattò le altre due (può essere interessante notare che, a Kecskemet, Alekhine di Bianco contro di lui giocò 1. d4 Cf6 2. Cf3 e non la per lui più consueta 2. c4: forse proprio per evitare il Gambetto di Budapest?).

Darga e Fischer al torneo di Bled del 1961; dietro di loro Petrosian e Tal

Il caso forse più eclatante e interessante di rapporto difficile tra un campionissimo e una apertura, anzi, meglio, una variante di apertura, credo sia quello tra Bobby Fischer e la variante Winawer della Difesa Francese. La cosa è ben nota. Larry Evans, nel suo medaglione introduttivo alla ventiquattresima delle 60 partite da ricordare (Fischer-Darga, 1960, vinta dal Bianco), afferma: «La variante Winawer ha sempre causato molti guai a Fischer. Egli ha sempre trovato molta difficoltà nello spezzare lo scudo difensivo del Nero, e le sue vittorie non sono mai convincenti». Edmar Mednis, nel suo curioso ma non malevolo libro dal titolo How to beat Bobby Fischer, p. XV, offre un concreto bilancio: «Unusual is the high number of losses against the French». Ma lo stesso Fischer è il primo a non nasconderlo; nei propri commenti alla succitata partita, fa importanti considerazioni al riguardo. Innanzitutto spiega la sua scelta, da cui si discosterà solo raramente, della variante con 7.a4: «La mossa preferita da Smyslov, e certamente causa dell’abbandono da parte di Botvinnik della Winawer. Più rischiosa è 7. Dg4. Intuivo che lo scudo protettivo del Nero avrebbe potuto essere spezzato posizionalmente, ma i miei risultati sono stati spesso scoraggianti». Ancora più esplicitamente, nella nota alla mossa successiva del Nero, dopo aver citato le sue partite degli anni 1960-1962 contro la Winawer, dichiara che il suo giudizio negativo su tale variante nasce dal suo senso posizionale, ma nello stesso tempo ribadisce le sue perplessità nel non riuscire a confutarla nella pratica: «I risultati di queste analisi dovrebbero indurmi ad ammettere che la Winawer è buona [«sound»: sana, corretta]: ma, in realtà, io ne dubito, poiché è una difesa antiposizionale, che indebolisce il lato di Re».


Vale la pena, per valutare correttamente queste asserzioni, di esplorare più in dettaglio la presenza e il trattamento della Francese, e in particolare della Winawer, nella carriera agonistica di Fischer.

Nella prima fase di essa, fino alla fine degli anni Cinquanta, in risposta a 1.e4 e6 Bobby giocava l’Attacco Indiano. Quando cominciò a cimentarsi con giocatori più titolati, passò a giocare 1.e4 e6 2.d4 d5 3. Cc3. Ma la Francese gli procurò subito ripetute delusioni. Nell’arco di poco più di tre anni, fra il 1959 e il 1962, con la Winawer perse contro Ivkov (Santiago 1959), Uhlmann (Buenos Aires 1960) e Mednis (Campionato degli Stati Uniti 1962), pattò con Padevsky (Olimpiadi di Varna 1962) e con Uhlmann (Interzonale di Stoccolma 1962). Delle due partite che giocò nel 1962 con Tigran Petrosian  (Interzonale di Stoccolma e Torneo dei Candidati di Curaçao), pattò una Francese Classica (3. Cc3 Cf6) e perse una McCutcheon. Dopo gli strascichi polemici del Torneo di Curaçao, si sa che  Fischer nel 1963 e 1964 si astenne dal partecipare a tornei internazionali importanti, compreso l’Interzonale e le Olimpiadi.

Passò tutto il 1964 tenendo varie simultanee in giro per gli Stati Uniti: parecchi avversari gli giocarono 1…e6 e, in risposta a 3. Cc3, proseguirono con la Winawer. In non pochi casi riuscirono a riportare la vittoria, forse contribuendo ad acuire con ciò i suoi dubbi. Nello stesso tempo, però, queste partite, pur in sé poco significative, gli diedero l’occasione di fare le prime prove con la variante 4.a3, grazie alla quale anni dopo riuscirà a battere Uhlmann.

Alla metà degli anni Sessanta, dopo un isolato tentativo, non riuscito, di sperimentare 3. Cd2 contro Robert Byrne (Campionato degli Stati Uniti 1965), che gli giocò una variante minore, la Guimard (3. Cd2 Cc6), e vinse, Fischer tornò all’Attacco Indiano, con cui ottenne buoni risultati: si prese una rivincita su Ivkov (Santa Monica 1966), batté Myagmarsuren (Interzonale di Sousse 1967) e Panno (Buenos Aires 1970), e pattò con Hort (Olimpiade di Siegen 1970) e Hübner (Interzonale di Palma di Maiorca 1970).

Nel 1970 e nel 1971, nel pieno del suo fulgore, Fischer decide di riaffrontare i suoi antichi fantasmi e i conti in sospeso che aveva con la Francese e gioca più volte la Winawer in occasioni importanti. Nel 1970, a Rovinj Zagabria vince finalmente con Uhlmann, non con la variante principale che aveva impiegato nei loro due precedenti incontri, ma adottando la sottovariante 4.a3. La ripropone anche due turni dopo contro Kovacevic: questi però gli dà un grosso dispiacere, infliggendogli una sconfitta che fa scalpore, perché Fischer non perdeva da tre anni e di quello stesso torneo è trionfatore con due punti di vantaggio e senza subire nessun’altra sconfitta. Pochi giorni prima, al blitz di Herceg Novi aveva battuto Petrosian e Uhlmann (giocando proprio 4.a3), perso con Korchnoi e pattato con Bronstein.

Fischer-Larsen a Denver nel 1971

La sua tormentata storia con la Winawer si conclude in bellezza: l’ultima che Fischer giocherà sarà infatti la magnifica vittoria contro Bent Larsen, nella prima partita della semifinale dei Candidati del 1971, che spianerà la via a quell’incredibile e travolgente risultato di 6-0. Nella successiva finale con Petrosian, questi prudentemente rinuncerà a entrare nella Winawer, pur avendo scelto la Francese due volte. A 1.e4 e6 2.d4 d5 3. Cc3, infatti, il sovietico risponderà, come nei loro primi incontri, con 3…Cf6. Non ci saranno altre Winawer né altre Francesi nella vita di Fischer.

Nel match del 1972, Spassky, anche quando si troverà in difficoltà, non farà mai ricorso alla Francese. Ogni giocatore di Francese, da allora, non ha smesso di domandarsi perché.

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