Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Davanti alla scacchiera

Foto di Peter Doggers

(Fabio Lotti)
Riprendo un paio di pezzi scritti molto tempo fa, li rimetto insieme cercando di limarli secondo le esigenze di un vecchietto rinseccolito per i nostri lettori.
Quando la scacchiera è fonte di fantasticherie, volti, ricordi, emozioni…

Ogni tanto mi apparto con la scacchiera. La prendo, dispongo i pezzi, li osservo. Non so cosa fare, se esaminare una partita, se verificare un’idea, una linea di giuoco. Non so nemmeno perché l’ho presa. Una specie di riflesso incondizionato, l’ho preparata tante volte per le mie vecchie partite per corrispondenza! Un contatto continuo, un’amicizia destinata a durare. Tocco i pezzi, li accarezzo, li guardo ancora e mi vengono in mente un sacco di cose. La prima volta che ho conosciuto gli scacchi, il fascino sottile di apprendere le regole, la magia dei movimenti, le combinazioni. Già, le combinazioni. E chi le avrebbe mai viste! Il matto affogato e quello del barbiere e quello delle spalline e l’infilata e l’adescamento e il sovraccarico e quello e quell’altro.  Pezzi che si sacrificano dappertutto, un olocausto glorioso per la vittoria, uno strabuzzamento continuo degli occhi come quando da ragazzetto ammiravo con lingua fantozziana le copertine di “Playboy”. Un’emozione intellettuale che si è via via trasformata in passione. La loro storia, il loro peregrinare di paese in paese fino a giungere dalle nostre parti. I persiani, gli arabi, il Medioevo… (A questo proposito beccatevi La grande storia degli scacchi dell’amico Maestro Mario Leoncini).

Le battaglie da cui hanno tratto origine. Le battaglie, ecco, che mi hanno sempre colpito fin da ragazzetto quando restavo a bocca aperta davanti agli scontri, alle lotte furiose, al nitrire dei cavalli imbizzarriti, al lampeggiare delle spade, all’orribile frastuono degli scudi che si scontrano, alle urla dei soldati, al sangue che scivola silenzioso sulla terra. Alle astuzie. Alle astuzie e ai tradimenti perpetrati con inaudita ferocia, l’invito ad una riconciliazione e all’improvviso il colpo di spada mortale (Machiavelli docet). Scacco matto. Il Re è morto.

Sarkan Ergun (1980 – Campioni del Mondo di scacchi (dal sito “Carolus chess”)

Davanti a lei (la considero come una persona) spesso mi appaiono dei volti. Volti di grandi campioni insieme agli atteggiamenti relativi alle loro persone. Così, all’improvviso, come le truppe dei Lanzichenecchi di manzoniana memoria al ponte di Lecco (passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode…) Spesso mi ritrovo davanti gli occhi ipnotici di Tal dallo sguardo mefistofelico capace di ammaliare certi avversari, oppure il fascinoso, elegante Capablanca, il gigantesco Andersson fautore dell’attacco ad ogni costo, la grinta e il labbro sprezzante di Kasparov come pure quella del terribile Kortschnoj che ce l’aveva con tutti, l’allegro e sorridente Naidorf, il volto sereno di Karpov al quale mando un saluto, il sigaro perennemente piazzato fra le labbra del baffuto Lasker che un colpo di tosse me lo provoca sempre, lo spilungone Marhall che mi fa ritornare in mente il mitico Sherlock e pure, in certe pose, Oscar Wilde, mentre Tartakover spiccicato a Yul Brinner, e poi  il “grattacielo” Lilienthal, il Mangiafuoco Cigorin e altri ancora fino al grande Fischer che, con le sue imprese, mi ha fatto conoscere gli scacchi. Volti, pose, atteggiamenti insieme a sprazzi di frasi famose uscite dalle loro bocche: Lotta, sempre lotta, fortissimamente lotta!;Il gioco degli scacchi è lo sport più violento che esista; L’obiettivo è distruggere la mente dell’avversario; Non c’è fortuna negli scacchi; Ci sono due tipi di sacrifici, quelli corretti e i miei; Durante una gara a scacchi, il campione deve essere una combinazione fra un monaco buddista e una tigre siberiana; L’arma più potente a scacchi è quella di avere la prossima mossa…e altre millanta frasi, battute, pensieri che arrivano improvvise a vorticare dentro la mia mente.

Ho letto e studiato con passione le vite di questi grandi campioni. L’inizio, le prime vittorie, il successo, l’onore, la fama, la gloria insieme a certi momenti duri e difficili, talvolta penosamente drammatici che possono affiorare nel corso di una esistenza. Miti che esplodono, miti che si afflosciano lasciando una scia malinconica nel cuore. Come la fine di Akiba Rubinstein in un ricovero psichiatrico. Abbandonato da tutti, dalla moglie e i due figli, spesso solo nella sua stanza a muovere i pezzi della scacchiera tascabile. O come quella straziante di Wilhelm Steinitz e di altri ancora…

Quando mi siedo davanti alla scacchiera vengono fuori anche volti meno famosi, meno noti, ma non per questo meno cari, di amici e persone incontrate nei tornei. Un tourbillon di sguardi, di occhiate, di labbra contratte, di sorrisetti, di smorfie, di mani che sorvolano la scacchiera, di pugni che sorreggono il mento, di improvvisi aggrottamenti della fronte, di sospiri, di forti o flaccide strette di mano, insomma di tutte le forme espressive che si formano durante e alla fine delle partite. Dove talvolta serpeggia il grido angoscioso del perdente Avevo vinto! Con una dimostrazione, la sua, completa e convincente. Una stupida distrazione, un banale errore, una svista imperdonabile ha fatto sì che la vittoria meritata gli sfuggisse di mano. Chiaro, logico, lampante e lapalissiano…

Per dieci anni ho insegnato gli scacchi alla scuola media di Rosia diventata, tra l’altro, centro di incontro per l’annuale torneo regionale. L’ho già scritto in un altro pezzo ma mi piace ricordarlo ancora una volta. Che gioia! Che soddisfazione! E allora ecco altri volti a farmi compagnia. Volti di ogni tipo, giovani, spigliati, sorridenti di ragazzi e ragazze che mai avresti creduto pensierosi davanti alle sessantaquattro caselle. Occhi vispi e furbetti diventare all’improvviso dubbiosi e contratti, corpi frenetici bloccati, almeno per un po’, sulla sedia. Un piccolo miracolo di Re e Regine…

A volte arriva pure una fanciullesca identificazione (ma a chi non è mai avvenuta?). Il Lotti-Fischer che sbaraglia i più forti avversari del mondo. Poi mi guardo intorno. Qualche targa, qualche coppa…

Cartolina sovietica, il bambino vince

A volte, invece, fantastico sul destino dei pedoni e dei pezzi costretti a muovere lungo una direttrice già segnata. Il Cavallo che salta, l’Alfiere che si dirige per traverso, la Torre che va dritta in lungo e in largo, la Regina che si muove da tutte le parti, il Re che traccheggia…e insomma ognuno con la sua regola, ognuno con la sua caratteristica. Tutto deciso, tutto fissato. E gli uomini? Avranno anch’essi un percorso già prestabilito? Potranno ribellarsi a quel movimento a cui sembrano essere destinati? Sono veramente liberi? E la vita non sarà una immensa scacchiera?…

Pensieri un po’ banali, un po’ sciocchi, risaputi, scontati. Eppure è così. Mi piace prendere la scacchiera, sistemare i pezzi, guardarli lasciandomi trascinare da queste fantasticherie, da queste pseudo-riflessioni. Aspettando, magari, una risposta.

Talvolta, quando mi siedo davanti alla scacchiera, rivedo i volti dei miei nipotini ai quali ho cercato di insegnare questo giuoco. Quello di Johnny un po’ teso e preoccupato, quello di Jessy più sorridente e aperto, soprattutto quando esclama eccitata “Matto, nonno!”. Ora stanno crescendo, sono presi soprattutto dalla scuola e, giustamente, dallo sport. La vita continua.

Forza, ragazzi!


Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.

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2 pensieri su “Davanti alla scacchiera

  1. Secondo me dovresti tornare a giocare,tutta questa malinconia non ti fa bene. Guarda avanti,te lo dico con il cuore.
    Non la dare per persa

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