Quattro chiacchiere con Ramesh, CT della Nazionale
(Uberto Delprato)
Prima della presentazione del 2° Training Camp di Bardonecchia di cui vi ho già parlato qualche settimana fa, gli amici di Stay@Chess, e Alessandro Dominici della SSD Alfiere Bianco in particolare, mi hanno concesso il tempo per una rapida chiacchierata con Ramesh R.B. Chi legge abitualmente il blog sa che non è la prima volta che ho occasione di intervistarlo e vi assicuro che è sempre un piacere parlare con una persona competente e gentile come lui.
Questa volta la differenza principale dall’intervista dell’anno scorso è che Ramesh è diventato CT della nostra Nazionale, quindi è ancora più interesssante conoscere meglio la sua filosofia di insegnamento e allenamento, visto che ispirerà non solo il suo lavoro a Bardonecchia, ma anche lo sviluppo dei nostri migliori giocatori.
L’intervista è stata registrata ed è possibile ascoltarla su YouTube e anche rivederla qui sotto.
Riporto la sintesi della nostra conversazione, organizzata attorno a quattro domande, e anche un “fuori onda” sull’argomento FreeStyle, diventato molto di moda.
UD: Ciao Ramesh, è un piacere incontrarci di nuovo dopo Arona un anno fa. In quella settimana c’erano molti studenti e penso sia interessante sapere se sulla base di quella esperienza hai pensato di modificare o aggiungere qualcosa al programma per il Camp di Bardonecchia. So, ad esempio, che è stato aggiunto un corso speficico per gli istruttori con l’obiettivo di far migliorare anche loro.
RR: Grazie Uberto, è un piacere anche per me incontrarti di nuovo. In effetti per quest’anno ci sono alcune cose che vorrei condividere con gli istruttori che parteciperanno al corso. Durante l’ultimo anno ho ampliato le mie esperienze lavorando con giocatori di culture differenti e forza di gioco differente, ho lavorato con ragazzi molto giovani con Elo basso ma in crescita, ma anche con giocatori affermati con più di 2700 punti Elo, come Paggnanadhaa e Aravindh (che ora è il numero 11 al mondo). Basandomi su queste esperienze e anche sul lavoro che ho svolto con studenti europei in Romania, Germania, Norvegia e altre nazioni, cercherò di focalizzare il lavoro con gli istruttori e gli allenatori su come insegnare alcuni aspetti critici del gioco. Ad esempio come insegnare agli studenti come mettere a punto un piano di lavoro a casa, su quali aree lavorare maggiormente, come sviluppare l’atteggiamento mentale migliore per rendere più efficiente il proprio approccio al ragionamento e al processo di calcolo. Questa è la principale novità e il motivo per il quale abbiamo anche organizzato un corso per gli istruttori/allenatori.
UD: Molto interessante questo ampliamento dell’oggetto del Camp. Passando agli studenti che immagino parteciparanno, sappiamo bene come siano molto appassionati del gioco. Gli piace giocare, gli piace studiare… ma se io fossi un giovane di talento, perché dovrei partecipare a un Camp come quello di Bardonecchia anziché continuare a studiare online?
RR: Come prima cosa durante il Camp si studia con allenatori diversi e assieme ad altri ragazzi, ma ci sono anche vantaggi oggettivi.
Intanto non si impara solamente dagli istruttori, dalle posizioni e dai consigli che offrono, ma ci si confronta con altri giocatori all’incirca della stessa forza ed età, osservando come loro affrontano lo studio e l’analisi. Si possono derivare esempi positivi, ma anche negativi, ad esempio riconoscere gli effetti della scarsa attenzione e dei problemi che può creare nell’analisi e nel calcolo. Vedendo invece come altri ragazzi riescono a lavorare bene, è possibile capire le qualità che sono utili e gli atteggiamenti migliori, in modo da poterne fare tesoro e cercare di assorbirli e farli nostri.
Inoltre, cercheremo di offrire un quadro completo, olistico ai partecipanti, per aiutarli a sfrutttare la loro passione per il gioco per migliorare i molti aspetti di cui è composto. I giocatori più giovani hanno naturalmente molte domande riguardo al loro modo di giocare, e non mi riferisco solo all’essere giovani per età, ma anche per esperienza e forza di gioco. Hanno quindi bisogno di sostegno e risposte chiare per scegliere bene, ad esempio, gli argomenti da approfondire a casa, evitando di focalizzarsi solamente sulla soluzione di puzzle online, sul gioco blitz o nel seguire passivamente i commentatori sui media. Studiare solo in questo modo e preparare le partite esclusivamente ripassando le varianti di apertura, non basta. Vorrei far compredere loro che devono fare molto di più e come farlo, aiutandoli nella scelta degli argomenti, suggerendo sulle fonti su cui studiare (libri o database) e il metodo con il quale usare il materiale per migliorare. Tutto ciò inizia nelle sessioni di studio al Camp e deve continuare anche dopo, nelle sessioni di studio a casa.

UD: Riconosco in quello che dici la tua filosofia di insegnamento. Ricordo che l’anno scorso eri molto insistente nel suggerire ai tuoi studenti di rimanere “affamati di scacchi” e a guardare oltre a quel che viene loro insegnato durante le ore di lezione. In effetti penso sia utilissimo per chiunque imparare, durante il Camp, come continuare ad imparare una volta tornati a casa. Ricordo che avevi suggerito di formare piccoli gruppi di studio, due o tre giocatori, in modo da imparare l’un l’altro e migliorare assieme. Ci riconosco chiaramente gli aspetti pratici della tua filosofia di insegnamento.
RR: Sì, penso anche che sia importante fare in modo che il processo di apprendimento sia contemporaneamente interessante per i giocatori (che quindi non si annoieranno) e produttivo. Lavorare da soli è molto difficile e per questo credo sia utile formare piccoli gruppi di giocatori di età, forza e attitudine simili. In questo modo si scambierebbero soluzioni pratiche e si motiverebbero a vicenda, scongiurando il rischio della caduta di motivazione quasi inevitabile quando si studia da soli. L’impegno preso con gli altri giocatori del “gruppo” rende più difficile il disimpegno e più regolari lo studio e il miglioramento. Questo atteggiamento l’ho visto applicarsi dopo il Camp di Arona, in particolare tra giocatori delle nazioni del Nord Europa, che sono poi venuti in visita in India per condividere esperienze e nuove sfide.
UD: Questo è molto interessante. Ti vorrei chiedere adesso qualcosa sui tuoi brillanti studenti, come Praggnanadhaa, che hai citato prima. So che li hai conosciuti fin da bambini e vorrei sapere cosa hai visto nei loro occhi per capire che sarebbero potuti diventare grandi campioni, quali caratteristica avevi riconosciuto in loro?
RR: Non credo che si possa limitare l’eccellenza a una sola qualità perché credo che per eccellere in qualsiasi campo sia necessario la combinazione di più qualità.
La prima e più importante è la passione per gli scacchi, perché ci saranno molti momenti difficili, specialmente durante i tornei, come non raggiungere un certo obiettivo a causa di una sconfitta o di una mancata vittoria ed è necessario evitare di lasciar perdere tutto. A domande come “Ma perché devo soffrire così tanto?” o “Forse non sono portato per gli scacchi: farei meglio a fare altro?” si può rispondere solo continuand ad impegnarsi grazie alla passione.
La seconda qualità è l’ambizione. Molti giocatori tendono a sottostimarsi e possono convincersi di non essere “nati per gli scacchi” e credere di non essere destinati a grandi risultati negli scacchi, finendo per cambiare le loro priorità e dedicarsi altre attività, magari legate agli studi accademici. Ho visto molti ragazzi di talento abbandonare gli scacchi nei momenti difficili di cui parlavo prima ed è solo l’ambizione di ottenere grandi risultati (negli scacchi come nella vita) a mantenere la voglia di continuare a studiare e a migliorarsi.
Se uno ha l’ambizione di diventare una grande giocatore devo essere consapevole che per ottenere questo obiettivo devo lavorare per giocare sempre meglio. Ecco la voglia di migliorare costantemente è un’altra importante qualità. Certo, i più giovani devono bilanciare gli scacchi e gli studi e i migliori sono normalmente quelli che ci riescono.
Infine, voglio citare la robustezza mentale, intesa cone a capacità di continuare ad essere concentrati anche nei momenti più difficili.
UD: Sono d’accordo, in particolare per quanto riguarda la forza psicologica di superare le difficoltà, che vale per giocatori di qualunque fascia di età: essere “resilienti” è secondo me una delle caratteristiche principali di uno scacchista e bisogna lavorare per diventarlo.
Grazie Ramesh, sarà bello vedere come questi tuoi concetti verranno trasferiti agli studenti del Camp di Bardonecchia, ma anche, e forse soprattutto, ai nostri migliori giocatori che faranno parte della Nazionale.
Poi, a “microfoni spenti” ho chiesto a Ramesh cosa pensa del Chess960/FreeStyle Chess. Al di là della ovvia considerazione che tutto ciò che porta sponsor, soldi e pubblicità va bene, mi ha detto che i forti GM ne sono entusiasti, ma non tanto i GM “normali” (e immagino anche più sotto) perché da un lato si sta creando una sorta di élite e dall’altro tutto il lavoro svolto per arrivare ad un livello comunque di eccellenza va in parte (per qualcuno in gran parte) perso.
Un punto di vista interessante, che cercherò di approfondire.
Spero che questa ulteriore “chiacchierata con Ramesh” sia stata di vostro interesse e, per chi ancora fosse indeciso se partecipare o no al Camp di Bardonecchia (sia come istruttore, sia come giocatore), abbia contribuito a fargli venire voglia di partecipare a quella che ritengo un’eccellente occasione di crescita e di condivisione.

Potete recuperare informazioni sul Camp dal già citato mio post “2° Training Camp a Bardonecchia, con Ramesh R.B. ed altri grandi nomi” .
1 ha pensato a “Quattro chiacchiere con Ramesh, CT della Nazionale”