Intervista a Ramesh – Uno sguardo al futuro
Arona24 - il Team al completo
(Uberto Delprato)
Si chiude oggi la serie di post che riportano la mia lunga intervista a Ramesh Ramachandran. In questo quarto ed ultimo post parliamo della sua opinione su cosa sta succedendo nelle gerarchie di forza a livello mondiale e su come apparirà tra qualche anno lo scenario ai vertici delle classifiche mondiali. Ci sarà anche un piccolo “cameo” di Jesper Hall, che commenterà brevemente cosa sta facendo Magnus Carlsen in questi giorni.
Nella foto di apertura, l’intero team che ha lavorato nell’International Training Camp che si è svolto ad Arona (NO) dal 18 al 26 giugno 2024. Da sinistra Jesper Hall, Alessandro Dominici, Irene Pulzoni, Sebastiano Paulesu, Aarthie Ramaswamy, Ramesh Ramachandran, Lexy Ortega, Pierluigi Piscopo e Ettore Sibille.
Come si stanno sviluppando i movimenti scacchistici nel mondo
UD: Ramesh, abbiamo parlato della crescita degli scacchi in India e del ruolo fondamentale di Anand come uno dei motivi per cui ci sono così tanti grandi maestri e molti giocatori di successo. Penso che ciò sia dovuto anche alle capacità di insegnamento, grazie alle quali i bambini non solo sono motivati a iniziare a giocare a scacchi vedendo un buon esempio nei molti campioni, ma ricevono una buona formazione quando si rivolgono agli allenatori. Insomma, è una combinazione di molti fattori diversi, credo.
RR: Naturalmente, come ho detto, Anand è un’enorme fonte di ispirazione. Abbiamo un modello a cui vogliamo assomigliare e anche, come hai detto tu, le scuole e una buona etica di studio e allenamento. L’allenamento direi che va interpretato in due modi diversi. Uno è l’allenamento che i giocatori ricevono dagli allenatori e dagli altri giocatori; l’altro, più importante secondo me, è il modo in cui un giocatore impara da solo, perché gli scacchi sono un gioco molto individuale, quindi l’apprendimento deve essere molto personale e auto-motivato. L’etica del lavoro tra i bambini indiani è molto sana: sono molto laboriosi, molto volenterosi, molto fiduciosi e credono di poter diventare i migliori al mondo, quindi lavorano in modo molto positivo.
UD: Mi hai detto che non hai trovato lo stesso atteggiamento in Europa o in altre aree del mondo. Pensi che questo sia uno dei motivi per cui, ad esempio, Russia, Cina, Europa e Stati Uniti stanno attualmente in fase calante per quanto riguarda la forza scacchistica media? Ci sono giocatori molto forti, ma sono spesso casi isolati e la base di partenza non è poi così ampia ad un certo livello.
RR: Direi che non è corretto considerarli tutti allo stesso modo. Penso che la Russia abbia dominato per tutto il secolo scorso, il ventesimo secolo, fino all’arrivo di Fischer che ha sconvolto l’intero mondo degli scacchi, dimostrando che era possibile battere i giocatori dell’Unione Sovietica. Ora la situazione per i giocatori russi è molto difficile a causa della guerra e di conseguenza non riescono più a competere: da qui il loro grande declino.
Per quanto riguarda la Cina, la mia opinione è che sia successo qualcosa, di cui non sappiamo molto, perché non vedo molti giocatori cinesi di alto livello che partecipano a grandi tornei. C’è qualche eccezione come Ding Liren che partecipa a qualche torneo, Wei Yi che sta facendo abbastanza bene, forse anche Yu Yangyi che partecipa a qualche torneo, ma per il resto non vedo la maggior parte dei giocatori cinesi di alto livello giocare fuori dalla Cina e questo è particolarmente evidente dopo il COVID. Ho sentito dire da alcuni amici che il governo cinese non sostiene più gli scacchi come faceva prima, quindi probabilmente manca il sostegno degli insegnanti. Manca un buon sistema ai livelli giovanili in grado di continuare senza un sostegno economico.
In Europa, ma anche negli Stati Uniti, ci sono evidenti casi di grandi investimenti, ma ho notato come i giovani abbiano perso quella volontà di studiare e lavorare che è indispensabile per avere successo. A prescindere dagli investimenti economici, senza ragazzi che lavorano e hanno voglia di sacrificarsi è impossibile che crescano dei campioni. Negli Stati Uniti, poi, è evidente come i giocatori più forti e i giovani più promettenti siano in maggioranza di origine estere.

I diversi approcci di insegnamento
UD: Ma non c’è nessuno che inviti allenatori indiani all’estero? Sappiamo che Sokolov ha lavorato molto bene in Uzbekistan e prima anche in Iran sempre con ottimi risultati, quindi ci sono allenatori che lavorano all’estero. Sei a conoscenza di qualche trainer indiano che lavori all’estero?
RR: Finora non sta succedendo, ma ormai è già un paio di volte che vengo in Europa, lavorando in alcuni Paesi, ma chi insegna all’estero in larga misura non va fisicamente sul posto e non collabora ufficialmente con le federazioni locali, per cui non sta ancora accadendo nulla di simile a quello che ha fatto Sokolov.
Probabilmente in Occidente non ci si rende ancora conto della qualità dell’allenamento che i bambini indiani stanno ricevendo, perché molti degli allenatori, dei genitori e dei giocatori con cui ho parlato in Europa e negli Stati Uniti attribuiscono l’improvvisa crescita esponenziale degli scacchi in India alla nostra numerosa popolazione. Ragionano sul fatto che, a causa della popolazione inferiore nelle loro nazioni, è normale che ci siano pochi forti giocatori, ma non sono d’accordo con questa valutazione. Non è che all’improvviso la nostra popolazione sia esplosa. Abbiamo una popolazione numerosa da molti anni, quindi penso che quello che è cambiato sia l’atteggiamento che hanno le giovani generazioni. Questi ragazzi sono fiduciosi, non pensano di essere inferiori a nessuno negli scacchi, credono di poter diventare i migliori al mondo, e credono anche di avere tutte le qualità necessarie per arrivare in vetta. Posseggono la qualità di saper lavorare duramente, una buona capacità di concentrazione e sanno sviluppare un eccellente autocontrollo. Penso che queste siano le qualità che li stanno rendendo così forti.
Sono sicuro che quando i giocatori indiani inizieranno a diventare ancora più forti raggiungeranno nuove vette, probabilmente saranno tra i primi cinque, diciamo tre di loro tra i primi cinque al mondo. Penso che ciò sia probabile nei prossimi due anni circa, e quando ciò accadrà probabilmente ci sarà una maggiore domanda di allenatori indiani in altri Paesi.
E Magnus Carlsen?
(nel frattempo si è avvicinato Jesper Hall, svedese e uno dei primi allenatori del giovane Magnus Carlsen)
UD: Jesper, prima mi hai detto che per Carlsen è cambiato molto recentemente e probabilmente deciderà di fare qualcos’altro, non essendo più così interessato agli scacchi
JH: E adesso ha anche una ragazza a cui “rendere conto”! (ridendo). Non so quanto durerà, visto quanto è difficile vivere accanto a uno come Carlsen, che pensa costantemente agli scacchi e a ciò che gli ruota attorno. D’altra parte adesso Magnus è molto più rilassato e vive gli scacchi come un qualcosa che gli permette di fare anche altro. Per dire, tra qualche settimana giocherà a Zagabria (NdA: la terza tappa del Grand Chess Tour) e ieri ha chiamato Peter Heine Nielsen per dirgli di andare con lui qualche giorno prima, ma non per gli scacchi: per giocare a golf!

UD: Anche Carlsen è un modello per molti giocatori ed ora è evidente che preferisca altro rispetto al gioco classico a tavolino. Preferisce le cadenze veloci e il gioco online, sperimentando anche aperture dubbie solo per il piacere di giocarle. Come vedi l’evoluzione di Carlsen? Lascerà presto gli scacchi o tornerà per cercare di riconquistare il titolo mondiale?
RR: Secondo me non ha più la motivazione necessaria per giocare alle cadenze classiche contro questi giovani giocatori, perché tutti sono ben preparati, tutti hanno accesso a un buon database e possono costruire un buon materiale di apertura. Tutti possono utilizzare hardware molto potenti, quindi la maggior parte dei migliori giocatori è estremamente ben preparata in apertura. È diventata principalmente solo una questione di memoria ed anche con i pezzi bianchi al giorno d’oggi è molto difficile ottenere una partita in cui puoi giocare per vincere.
Gran parte dei giocatori si specializza in una o due aperture, tutti giocano le stesse linee ed è molto difficile ottenere qualcosa da queste aperture. Tutti sono ben preparati, ben allenati e partita dopo partita finisce che giochi sempre le stesse aperture. Con il Bianco è ormai molto noioso: se giochi 1.e4 ci sono almeno 2-3 aperture contro le quali è molto difficile ottenere qualcosa. È quasi come se la maggior parte delle idee creative si siano ormai esaurite e quindi appena fuori dall’apertura le partite sono pari e piatte, tanto che anche per Magnus è molto difficile vincere.
UD: Anche se è uno dei migliori a vincere posizioni aride!
RR: Sì, ma non puoi farlo per più di un decennio, anzi, nel suo caso lo ha fatto per più di un decennio! Probabilmente si sta solo annoiando e, se potesse scegliere, non gli dispiacerebbe giocare a cadenza classica contro giocatori che sperimentino nuove idee di apertura, magari rischiose in modo da creare chances per entrambi.
Questo è il motivo per cui sta cercando di giocare più spesso il Fischerandom, oppure con controlli di tempo più brevi. In alternativa, sta suggerendo sistemi di punteggio non simmetrici, anche dando al nero più punti in casi di patta. Sta insomma cercando di trovare idee creative per rendere il gioco più interessante, ma non so immaginare cosa ne pensano gli altri.
UD: Capisco, e sono certo che Carlsen sia molto influente anche nella sperimentazione di questo tipo di nuove regole per i tornei.
RR: In un certo senso, Carlsen sta cercando di mantenere il gioco interessante per se stesso e sta escogitando nuovi modi per farlo. Gli organizzatori si sentono “obbligati” a considerare le sue idee perché è il miglior giocatore del mondo e riesce ad attrarre gli sponsor, così vediamo tutti come molti tornei stiano cambiando.
Sul fatto che Carlsen si allontani dagli scacchi… penso che potrebbe accadere in un periodo fra i tre e i cinque anni. Passano gli anni anche per Magnus e fra qualche anno sarà più vecchio, mentre tutti questi ragazzi che sono oggi negli anni dell’adolescenza saranno attorno ai 20 anni, in crescita rapida, credo ancora più di quello che stiamo vedendo oggi. Saranno insomma molto vicini a Magnus in termini di forza e quando quel divario si ridurrà, allora sarà interessante vedere cosa Magnus vorrà fare: affrontare tutti questi giovani leoni o concentrarsi solo su alcune cadenze?
UD: O dire addio agli scacchi, cosa abbastanza logica, naturalmente. Magnus ha dato molto agli scacchi, e ha ricevuto molto dagli scacchi.
RR: Il mio punto di vista è semplice: è il giocatore più forte di tutti i tempi.
Grazie Ramesh!
UD: Bene, grazie molte Ramesh per il tempo che hai passato con me. È stato davvero un piacere e abbiamo parlato di molte cose, non tutte riportate in questa intervista. Sono stati davvero momenti ricchi che ricorderò. Ti auguro tutto il meglio per i prossimi giorni qui ad Arona e per il tuo futuro.
RR: Sono io che ti ringrazio per questa opportunità e per le meravigliose conversazioni che abbiamo avuto oggi pomeriggio e durante questa intervista. Spero avremo l’occasione di incontrarci di nuovo.

(fine dell’dell’intervista)
Precedenti parti pubblicate dell’intervista a Ramesh:
L’International Training Camp è stata un’occasione imperdibile per incontrare Ramesh, ma bellissima è stata tutta la settimana di insegnamento per istruttori e giovani talenti: non posso che augurarmi che questa iniziativa venga ripetuta in un prossimo futuro.)

Bel quadrittico di articoli su uno dei più interessanti Istruttori di Scacchi oggi esistenti, che ha condiviso con noi in Italia le sue idee e i suoi metodi. Non la classica intervista “asettica” di chi fa domande e di chi risponde, ma vissuta dal vivo condividendo con Ramesh, e gli altri noti Istruttori italiani, momenti che si possono definire unici e preziosi per chi sa vedere oltre. Non possiamo non ringraziare UnoScacchista per questa ulteriore dimostrazione di passione, impegno, voglia di divulgare e d’informare, il tutto legato al nostro amato mondo, fatta da chi non è un giornalista professionista, ma da chi scrive e affronta contenuti importanti come se lo fosse. Ad maiora!