La cantonata del secolo
(Riccardo Moneta)
Una cantonata è solitamente (cfr. dizionario Treccani) “l’angolo esterno formato dalle mura di un edificio tra una strada e l’altra”. Ma se, a piedi o in bicicletta o con il monopattino o con l’auto, ci sbagliamo e prendiamo l’angolo troppo stretto, la urtiamo, e tale accadimento potrebbe non essere troppo piacevole per noi.
Insomma, “cantonata”, parola che ovviamente non ha origine dalla provincia cinese di Canton ma dal greco “kanthós” (angolo dell’occhio), può essere (“fig.”) anche uno sciocco e fatale errore, talmente sciocco che una normale diligenza e accortezza avrebbe potuto evitarlo.
Negli scacchi, quelle di uno spingipedoni come me non sono mai state cantonate, quelle erano normali errori come migliaia di miei altri, dal momento che io trovavo la mossa migliore una volta circa ogni 15 o 20 mosse: la vera cantonata è quella dei professionisti, quella di Grandi Maestri dai quali mai ti aspetteresti che non si avvedano de “l’angolo esterno delle mura di un edificio fra una strada e l’altra”.
Certi marchiani, stupidi e grossolani errori vengono da altri denominati “cappellate”, che è un termine assai più popolare, un termine vagamente toscaneggiante e secondo alcuni di origine pisana, mentre altri optano per un’origine milanese. “Cappellata” richiama strettamente il “colpo di cappello”, e la sua probabile origine risiede nell’abitudine che tanti decenni fa avevano maestri di scuola, educatori e genitori di dare un ‘leggero’ colpo di cappello (o di berretto) in testa agli alunni o figli che commettevano un gigantesco sbaglio. Oggi tali pedagoghi sono spariti prudentemente dalla circolazione in quanto potrebbero subire, in risposta alla loro avventata azione, un’altrettanto ‘leggera’ pistolettata.
In verità esiste, in specie nel centro-sud d’Italia, anche il termine “cavolata”, e non raramente si ascolta, nella vita di tutti i giorni, anche qualcosa di simile ma un pochino più volgare. “Cavolata” dovrebbe essere più che altro quella scempiaggine compiuta da qualcuno che tradizionalmente viene chiamato “testa di cavolo”, individuo sciocco e disattento per natura.
Cosa c’entra questo ortaggio e com’è nato questo curioso modo di dire? Guardate la foto sotto il titolo: si tratta di un particolare dell’opera “Cucina delle teste di Eeklo”, una bizzarra opera risalente al secolo XVI°. Eeklo è una cittadina delle Fiandre, nei pressi di Bruges, dove vuole la leggenda che sia esistito un panettiere che preparava e cuoceva nuove teste a chi voleva cambiare la propria, provvisoriamente sostituendola, nell’attesa della lavorazione e dell’impasto presso il suo forno, con (appunto) una testa di cavolo verde. L’autore è ignoto, anche se alcuni l’attribuiscono alla scuola di Jan van Wechelen e di Cornelis van Dalem (1550 circa), contemporanei di Pieter Bruegel il Vecchio. Del dipinto, paradigma dell’insoddisfazione umana, esistono oltre una dozzina di copie, una delle quali è visibile presso la “Galleria Sabauda” di Torino.
“Een koolhoofd” è l’espressione che nella vicina Olanda significa testa di cavolo e “een koolbakker” è il forno di cavoli. Con simili espressioni si indicava un qualcosa di terribilmente sciocco e assurdo, proveniente da una “testa calda”, quale appunto è quella di chi vorrebbe cambiare la propria testa (o la testa della propria moglie o del proprio marito) con altra di maggior gradimento, semplicemente recandosi presso un fornaio a ciò specializzato in quanto inventore di una miracolosa sostanza.
Comunque, o cantonata, o cappellata o cavolata che dir si voglia, quel che oggi conta è che sia un termine italiano, dal momento che si ha la sensazione che si stia iniziando a combattere l’abitudine di utilizzare troppi “forestierismi”, abitudine che, alla lunga, potrebbe (chissà?) costarci perfino qualche salata multa.
A me, comunque, fra tutti i termini anzidetti convince di più il termine “cantonata”, e pertanto ve ne mostro qualcuna e intitolo in tal modo l’articolo (non “post”, mi raccomando!) di oggi.
Di cantonate incredibili nella lunga storia degli scacchi ne potremmo annoverare davvero tante, un numero con qualche zero.
Secondo Leonid Bronstein sapete chi avrebbe commesso “la cantonata del secolo” (secolo XX°, naturalmente)? Quasi incredibilmente Leonid si riferiva a se stesso, citando la sesta partita del Mondiale del 1951 fra lui e Mikhail Botvinnik, quando a causa di una grave distrazione alla cinquantasettesima mossa gli sfuggì la patta e con essa la chance (ahi, volevo dire: possibilità!) di diventare campione del mondo.
Probabilmente il buon Bronstein fu troppo severo con se stesso, dimenticando invece la ben più grossolana cantonata commessa proprio contro di lui da un altro Campione del mondo, Tigran Petrosian, ad Amsterdam nel 1956, quando quest’ultimo al trentaseiesimo tratto lasciò la sua Regina in presa.
Un’altra cantonata storica fu quella mostrataci da un altro russo, Yuri Averbakh, a Beverwijk nel 1963 contro il G.M. svedese Gideon Stahlberg. Vediamola.
Stahlberg – Averbakh
Beverwijk 8/1/1963)
Non deve fare troppa sensazione se siano stati proprio campioni ex-sovietici ad esser sovente protagonisti di cantonate nello scorso secolo. Infatti specie in questi ultimi anni altri rappresentanti della terra russa dimostrerebbero che certe terribili cantonate siano una caratteristica di quelle parti. Tanto per non far nomi, non mi riferisco certo né a Daniil Medvedev né a Karen Kachanov, che raramente falliscono una volée (ahi, ci sono di nuovo cascato!…)…
Perdonatemi, siccome queste mie ultime considerazioni con le cantonate o cavolate “c’entrano come i cavoli a merenna” (come diceva il poeta Gioacchino Belli), è meglio se andiamo avanti con le cantonate (o cavolate) sulle nostre amate 64 scacchiere. Ve ne presento altre due celebri.
Ancor più indietro nel tempo, nel 1892, protagonista di quest’altra, che è forse la più grossa cantonata del XIX° secolo, fu per l’appunto un altro russo, Mikhail Chigorin, nell’ultima e decisiva partita del suo match mondiale di L’Avana contro Wilhelm Steinitz. Vincendola, Chigorin avrebbe raggiunto il tedesco sull’11,5 pari. E forse la si poteva vincere, quella maledetta partita. Eccola:
Chigorin – Steinitz
L’Avana, 28/2/1892
Finalmente, nella partita che segue, vediamo che a beneficiare di una stupefacente cantonata/cavolata fu proprio un ex-sovietico, il G.M. Vladimir Savon, in realtà ucraino di Kharkiv, e il benefattore è stato lo statunitense Samuel Reshevsky.
Reshevsky – Savon
Petropolis 16/8/1973
Le cantonate, ricordiamocelo, sono come gli esami: non finiscono mai. Ma per oggi è abbastanza.
Grazie Riccardo! Diciamo che, più terra terra, si possono definire anche cazzate…
Ah, ah! Grazie, Fabio. Certamente. E’ che in questi giorni non volevo sottrarre al misero Trump la soddisfazione di utilizzare quella parola!