Un veneziano allo Steinitz

(Riccardo M.)
Un tardo pomeriggio di dicembre 1982, quando navigavo (ancora per poco) nei primi posti delle classifiche del circolo Steinitz, del quale ero anche il “segretario”, apparve inaspettatamente in sala un signore molto, ma molto, anziano, forse oltre i novanta anni, di bassa statura, con un troppo lungo e pesante cappotto marrone e con baffi e barba rossicci e piuttosto incolti.

Disse di chiamarsi Venanzio e che era lo zio del nostro Stefano Filippetti, uno dei soci del circolo, disse che viveva in Sestier di S.Croce a Venezia e che era di passaggio a Roma; e che desiderava mettere alla prova se i suoi riflessi fossero gli stessi o meno di tanti anni prima. Bene.

La serata era freddina e piovosa, si era appena in quattro gatti al circolo, e già due coppie stavano giocando i recuperi del torneo sociale (Monteleone-Petrucci e Grammatico-Campomori). Nonostante fossi impegnato con l’aggiornamento dell’Elo (a quei tempi non era cosa semplicissima), non mi parve corretto declinare il desiderio dell’ospite e quindi accolsi di buon grado, e con una certa curiosità, la proposta di fare una partitella con lui.

Il vecchio aveva un roco e profondo vocione, e anche un sensibile odore di fumo sul suo “troppo lungo e pesante cappotto marrone”. Pertanto scelsi un angolo tranquillo e riparato della sala. Ovviamente gli concessi i bianchi, senza sorteggio. Mezz’ora a testa.

“Zio” Venanzio aprì 1.e4. Risposi con e5, e seguì 2.Cf3,Cc6 3.Ab5,Cd4, la variante Bird della Partita Spagnola, che avevo studiato a fondo l’anno prima insieme all’amico Catello Del Vasto per un articolo che sarebbe uscito sul bimestrale “Zeitnot”. 4.Cxd4,exd4 e qui il vecchio arroccò: 5.0-0. Evidentemente non era a digiuno di aperture, ed io replicai con Ac5 “un tratto giocato con insistenza attorno alla metà degli anni settanta dal sovietico Pavlenko”. Chissà se Catello se lo ricorda.

Poco oltre, però, e con una mia qualche delusione, egli non oppose troppa resistenza ad una veloce quanto banale iniziativa del Nero sul lato di Re. Più avanti minacciai un doppio a Torre e Donna e lui parve non avvedersene. O forse era un sacrificio? Ma no, affatto, non poteva esserlo. Tuttavia non abbandonò, e la cosa mi sorprese. Ovviamente io, con una Torre in più, continuai a giocare piuttosto deconcentrato e rapidamente, mentre lui seguitava a lasciarsi catturare un pezzo dopo l’altro. L’altra torre cadde, poi anche la Regina, apparentemente invano sacrificata sul mio arrocco lungo. Incredibile. Aveva il Re al centro, indifendibile. Che schifezza di partita!

Ma il vecchio Venanzio teneva fin dall’inizio la stessa imperturbabile espressione. Soltanto un leggero tremolio della mano destra rendeva giustizia alla sua avanzatissima età. Evitai però di cercare il matto (non mi spiego ancor oggi il perché), procedendo nella cattura dei residui pezzi e pedoni del Bianco, augurandomi che abbandonasse da un momento all’altro.

Avevo notato, particolare abbastanza insolito per quegli anni, che il vecchio aveva un tatuaggio sul polso destro, che s’intravedeva ad ogni sua mossa ma il cui significato mi sfuggiva. Dei numeri forse? All’anulare sinistro portava invece un grosso anello dorato, con incastonata una pietra verde riportante il volto di un gatto. Si strofinava di tanto in tanto la barba rossa con l’anello.

Ma quando si sarebbe deciso a lasciare la ormai segnata partita con quell’enormità di materiale in meno? Che speranza ancora poteva coltivare? Mi venne allora in mente una frase del matematico e filosofo Talete, “il più saggio dei sette sapienti”: “la speranza è il solo bene comune a tutti gli uomini”.

Speranze o no, di mossa in mossa si giunse a questa quasi assurda e ridicola posizione:

venanzio-riccardo

Qui il vecchio Venanzio spostò il suo alfiere, l’ultimo pezzo rimastogli, da e6 in c4.

42.Ac4

Càspita, era la sua prima mossa, da inizio partita, che minacciasse seriamente qualcosa, e quindi io non ebbi di meglio che:

42. … bxa3.

Alzai lo sguardo verso il suo e mi accorsi di un lieve sorriso sulle sue labbra e di come gli brillassero i due occhi sottili e incredibilmente chiari mentre spostava di nuovo, con la mano sempre più tremante, il suo alfiere bianco da c4 in b5. Mi sentii d’un tratto in difficoltà. E che difficoltà!

43.Ab5

Ebbene, avevo a disposizione almeno una trentina di mosse per i miei troppi e inutili pezzi, ma nessuna che potesse alla successiva evitare: 44.b4 matto!

Restai senza parole, porgendogli la mano. Il vecchio, in silenzio, si alzò, mi mise una mano sulla spalla, come a consolarmi. Quasi mi abbracciò, poi si sollevò il cappotto fin sopra la testa, uscì e sparì fra le ombre della sera, sotto un fitta pioggerella e nella nebbia, fenomeno davvero insolito nella nostra città.

lewis-walker-mongredien
Mr. George Walker (Londra 1803-1879) tra Lewis e Mongredien

Un attimo dopo arrivarono da me Fabio Petrucci e Antonio Monteleone. Avevano terminato la loro partita di torneo e mi portavano il cartellino.

Ero rimasto quasi impietrito e non avevo fatto in tempo a mandare all’aria i pezzi della mia appena conclusa pazzesca partitella.

Antonio, sempre attento, gettò un’occhiata alla scacchiera dicendo: “E che roba è questa qua?”.

“Ah”, gli risposi “Sai, questa è una … una, beh …. si vede che non conosci l’antico libro di George Walker: “Chess and Chess Players”, del 1850, dove c’è appunto questa posizione tratta da una spiritosa partita di Venanzio il Veneziano …..”

Non lo vedemmo più, il vecchietto rosso. E Stefano Filippetti l’indomani affermò di non avere nessuno zio Venanzio, a Venezia né altrove.

One thought on “Un veneziano allo Steinitz

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  1. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”.

    William Shakespeare, da “Amleto”

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