Alekhine: “Scacchi non sono il Baccarat”

(Riccardo M.)
“Gli scacchi non sono il Baccarat”. E, di conseguenza, “Nessuna rivincita alle tue condizioni: il campione adesso sono io e decido io”.
Ci riferiamo ovviamente al titolo di Campione del mondo che il grande Alexander Alekhine conquistò sul finire del 1927 contro l’altrettanto grande Josè Raul Capablanca.

(Nella foto, Alekhine nel 1914 a Mannheim)

Come sapete, le regole per il match o il torneo che deve eleggere il Campione del mondo sono più volte cambiate nella storia. Al di là delle singole opinioni sui vari sistemi di gioco, vorrei richiamare qui l’attenzione comune su un punto: la PERIODICITA’ della decisiva sfida mondiale. Nell’interesse del nostro gioco, essa non dev’essere troppo breve, perché non darebbe il doveroso lustro al Campione in carica, ma neppure troppo lunga, perché sarebbe in tal caso profondamente ingiusta e altrettanto dannosa all’immagine degli scacchi. Il mio personale pensiero è che TRE anni sarebbero ideali. Non so cosa ne pensiate voi lettori.

Fortunatamente non accadranno più le distorsioni dei secoli scorsi, quando ad esempio Steinitz si autoproclamò campione fin dal 1866 e lo rimase fino al 1894, allorché venne sconfitto da Lasker. Né accadrà più di un Lasker che si è praticamente permesso di trattenere il titolo per altri 27 anni, fino al 1921, quando perse da Capablanca. In quei 27 anni lui si scelse tre sfidanti, ma ci furono almeno altri tre o quattro giocatori che avrebbero meritato di aspirare al mondiale e non fu loro concessa l’occasione. Né accadrà più quanto abbiamo visto fra il 1921 e il 1935, quando nell’arco di 15 anni assistemmo ad una sola vera sfida mondiale, quella fra Capablanca e Alekhine, vinta da quest’ultimo a Buenos Aires nel 1927.

Fortunatamente l’arbitrio del campione in carica è ai nostri giorni pressoché tramontato, e regole terze intervengono, giuste o sbagliate, apprezzate o criticate, a determinare i cicli mondiali e l’esito finale sulla corona mondiale. Non esisteranno più le trattative personali fra campione e sfidante.

Di queste ultime si è avuto un esempio significativo in una lunga lettera che Alexander (o Alexandre) Alekhine inviò a Josè Raul Capablanca a febbraio del 1928, novant’anni fa, poche settimane dopo aver strappato il titolo al cubano.

Capablanca-Alekhine 1913
Alekhine e Capablanca a St.Petersburg nel 1913

Ma premettiamo alcuni fatti già piuttosto noti.

Al Horowitz, nel suo “The World Chess Championship” (1973) scriveva così: “la complicata storia degli sforzi infruttuosi di Capablanca per assicurarsi un match di rivincita con Alekhine indica alcuni aspetti dello stato di cose del tempo. I due, che erano stati ottimi amici in precedenza, all’epoca del match del 1927 si detestavano reciprocamente. Dal momento che entrambi erano poco disponibili per natura, ma entrambi “orgogliosi come Lucifero”, le trattative furono lunghe e delicate. Esisteva anche il dubbio se Capablanca davvero desiderasse un match di rivincita. Parecchi ben informati ritenevano infatti che Capablanca desiderasse soltanto che il fallimento dell’organizzazione del match di rivincita venisse attribuito ad Alekhine e che non fosse troppo entusiasta dell’idea di un nuovo incontro”.

Importante è pure la testimonianza di Hans Kmoch (in “Chess Review”, marzo 1954, “Ricordi di Capablanca”), che raccontava: “Capablanca sfidò Alekhine usando me come intermediario. Consegnai a Parigi una busta chiusa ad Alekhine, che la trattenne per un paio di settimane e poi me la restituì dicendo che quello del cubano non era un modo corretto per chiedere una rivincita. Capii così che quella rivincita non ci sarebbe mai stata”.

E torniamo allora al primo contatto post-match 1927, contatto che ebbe inizio con una lettera inviata a febbraio 1928 da Capablanca ad Alekhine e al Dr. Rueb, Presidente della Federazione Scacchistica Internazionale, in cui il cubano chiedeva che nel match di rivincita non esistesse più la regola delle 6 vittorie, ma che si limitasse il match alla distanza delle 16 partite, e che si rivedesse anche il controllo del tempo.

Alekhine rispose molto duramente da Parigi, con lettera datata 29 febbraio, della quale riporto anzitutto quello che ritengo sia il passo più saliente (e divertente), questo:

“Io mi sono assoggettato alle condizioni da Lei stabilite ed ho vinto contro di Lei 6 partite. In verità può Ella credere che in un match di rivincita con Lei, oppure in un altro qualsiasi match per il Campionato del mondo, accetterei delle condizioni che farebbero degli scacchi un giuoco di fortuna come il Baccarat?”

E, dopo una serie di esempi sull’andamento del match di Buenos Aires, il russo/parigino concludeva così la lunga lettera:

“Per riassumere brevemente: dopo il match mi dichiarai pronto ad una rivincita con Lei, ma soltanto alle stesse condizioni. Su questo Ella era del tutto d’accordo. Evidentemente Ella ha nel frattempo mutato la sua idea e tenta una modificazione, per Lei favorevole, delle condizioni del match. Mi sembra che Ella mi conosca poco, se può credere che io mi induca a cambiare un punto di vista che stimavo giusto e sportivo. Io ho vinto in una lotta difficile e leale sei partite contro di Lei ed io riconoscerò superiore a me soltanto colui che mi avrà parimenti vinto sei partite. Quando qualcuno, fin tanto che è campione del mondo, pone delle condizioni che rendono più difficile una sfida, ed appena ha perduto il titolo non si perita di distenderne subito altre che gli faciliterebbero la sfida e che darebbero un sicuro ascendente alla fortuna, solo per questo egli perde ogni simpatia nel mondo sportivo. Questa è la mia opinione.

Con stima, A. Alekhine”

Io … Ella … io … Perbacco, però: che caratterino! Ma mi sa proprio che avesse ragione Al Horowitz ad insinuare che, per opposte ragioni, nessuno dei due volesse più incontrare l’altro in un match.

Era appena il 1928 ….. e già nel 1929 lo scrittore Vladimir Nabokov scorgeva (ne “La difesa di Luzhin”) “tutto l’orrore delle insondabili profondità degli scacchi”. Forse Alekhine, grande giocatore come pochi, non sapeva che in realtà le vere regole del gioco e della vita a dettarle è qualcun altro, e che il nostro destino è forse, sì, scritto da qualche parte, ma che poi a firmarlo siamo noi stessi.

L’esilio di Parigi non fu l’ultimo per il russo. Sciaguratamente amico dei nazisti e da anni dichiaratamente antisemita, nel 1944 riparò prima in Spagna e poi in Portogallo. Venne per lui davvero il momento inatteso del “Baccarat”: a 53 anni, povero e solo, qui morì il 24 marzo del 1946, in un albergo di Estoril, soffocato durante la cena da un pezzo di carne. Ma parecchi parlarono di suicidio. In ogni caso, niente rivincite.

2 thoughts on “Alekhine: “Scacchi non sono il Baccarat”

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  1. Scusa Riccardo, se non ricordo male, nel 1929 ci fu il match mondiale tra Alekhine e Bogoljubov, forse perché Alekhine volle tacitare i suoi detrattori (senza rischiare troppo, perché in quel periodo era nettamente più forte di Bogoljubov). Certo sarebbe stato bello, da un punto di vista sportivo, un incontro di rivincita tra i due grandissimi: ma credo sia ormai impossibile districare il groviglio di motivazioni che lo impedì.

  2. Sì, grazie, Fabrizio (il mio testo era in verità un po’ troppo incentrato sul rapporto fra i due campioni). Gli incontri mondiali Alekhine-Bogoljubov furono due, nel 1929 e 1934, largamente dominati (15,5-9,5 e 15,5-10,5) da Alekhine, il quale ben sapeva, come esattamente tu scrivi, che in quel modo non avrebbe rischiato più di tanto il suo titolo.

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