Boicottaggi di fine anno

(UnoScacchista)
Da quando, alla fine dell’800, il Capitano inglese Boycott fu vittima di un’azione concertata contro di lui da parte dei braccianti irlandesi e divenne suo malgrado eponimo di una particolare strategia di confronto, il boicottaggio è stata usato molte volte. In questa fine Dicembre 2017 vorrei parlarne a riguardo di scacchi, ius soli e compagnie aeree.

Oggi inizia il Campionato Mondiale Rapid a Riyad, la cui organizzazione è stata oggetto di polemiche contro la FIDE e prese di posizione da parte di alcuni giocatori di rilievo, prima fra tutte Anna Muzychuk (attuale Campionessa del mondo Rapid e Blitz) e Hikaru Nakamura. Molte voci si sono levate contro le condizioni di gioco e le restrizioni per le giocatrici e, più in generale, alla impossibilità per i giocatori di alcune nazioni (Israele, Qatar e Iran in particolare) di ottenere i visti di ingresso in Arabia Saudita, ma poche azioni pratiche sono seguite.

Pur dando atto alla FIDE e agli organizzatori che molto è stato fatto per ridurre l’impatto di queste condizioni (per il torneo non è obbligatorio per le giocatrici indossare l’abaya durante le partite e i visti di ingresso sono stati garantiti ai giocatori di Qatar e Iran), sono rimaste tutte le limitazioni culturali e legali riguardo alle donne, ed è stato negato il visto ai giocatori israeliani.

Ha emozionato e fatto notizia la dichiarazione che Anna Muzychuk ha fatto tramite la sua pagina FaceBook.

Dichiarazione A.Muzychuk su Riyad

Tra qualche giorno perderò due titoli di campione del mondo, uno dopo l’altro. Questo solo perché ho deciso di non andare in Arabia Saudita. Di non giocare secondo le regole decise da qualcuno, di non indossare l’abaya, di non dover essere accompagnata per uscire, e sorattutto, di non sentirmi una creatura inferiore. Esattamente un anno fa ho vinto questi due titoli e sono stata forse la persona più felice nel mondo degli scacchi, ma adesso mi sento davvero male. Sono pronta a sostenere i miei principi e saltare l’evento, nel quale in cinque giorni avrei guadagnato più che in una dozzina di eventi messi insieme. Tutto ciò è fastidioso, ma la cosa più sconvolgente è che a quasi nessuno importa davvero. È una sensazione davvero amara, non sufficiente comunque a farmi cambiare opinione e a derogare dai miei principi. Lo stesso vale per mia sorella Mariya, e sono davvero felice che la pensiamo allo stesso modo. E sì, per quei pochi che si preoccupano, torneremo!

L’amara realtà è che, come avevo previsto, non c’è stata alcuna defezione “di principio” oltre a quella delle sorelle Muzychuk e di Nakamura. Rispetto a Doha 2016 tra i top players mancano solo Dominguez e Jakovenko, e il torneo è mediamente anche più forte. Niente boicottaggio da parte “di più di 150 giocatori” (come dichiarato da Newsweek) e nessuna ragione per Emil Sutovsky (presidente della ACP – Association of Chess Professionals) di dichiararsi deluso per la partecipazione di Magnus Carlsen; il confronto con i principali giocatori statunitensi (che secondo Sutovsky “hanno quasi tutti boicottato l’evento“) non regge, visto che Caruana e So non parteciparono neanche l’anno scorso e non hanno rilasciato nessuna dichiarazione in merito.

Ha ragione Anna Muzychuk: a quasi nessuno importa davvero. Il presunto boicottaggio è fallito ma, volendo stare ai fatti, bisogna riconoscere che alcuni passi avanti, a loro modo storici, sono stati fatti per le condizioni di gioco. Non abbastanza, certo, ma chi sostiene che gli scacchi possano essere anche uno strumento di democratizzazione ha qualche argomento da sostenere. Non ne ha comunque la FIDE, a mio parere, visto che ha deciso di organizzare i Campionati (non solo nel 2017 ma si dice anche per i prossimi 2 anni) in una nazione che applica per legge discriminazioni incompatibili con il suo stesso statuto, ma questo è un altro discorso.

Da contraltare a questo atteggiamento è la notizia del boicottaggio dei voli Emirates in arrivo e in partenza dalla Tunisia, decisione presa dal Ministero dei Trasporti a causa dell’imbarco negato ad alcune viaggiatrici tunisine per non precisati motivi di sicurezza. Sorprendente in quanto inatteso: che sia un primo, tangibile segno di critica all’interno del mondo arabo?

Senato semivuoto
Foto di archivio (LaPresse)

Una sorta di boicottaggio che invece è pienamente riuscito è quello, tristissimo, riservato al dibattito in Senato intorno alla legge sullo “Ius Soli“. Senza entrare nel merito della legge né nelle convinzioni dei singoli senatori, è deprimente come lo strumento scelto da chi era contrario alla legge non è stato un voto contrario in Parlamento, ma semplicemente non presentarsi e far mancare il numero legale in aula. Ripeto, non è una questione di schieramento politico né di giudizio sulla legge, ma vedere il principio della rappresentanza politica bistrattato e (ab)usato come un qualsiasi trucchetto legale mi deprime profondamente. Nessun voto popolare ha dato mandato ai parlamentari per NON discutere di argomenti all’attenzione dell’aula o di far fallire un disegno di legge fuggendo dal dibattito, senza neanche esprimere le proprie convinzioni.

“Ignavia” è la parola che mi viene in mente. Evitare di discutere di qualcosa e gioire, vantandosi del risultato, quando, grazie agli strumenti tecnici che la Costituzione mette ancora a disposizione del Parlamento, il dibattito naufraga prima ancora di partire? No, la parola boicottaggio è fin troppo coraggiosa per quello che si è visto (o meglio, non visto) la settimana scorsa al Senato. Alla fine, chi boicotta paga le conseguenze del suo gesto: che sia un bracciante irlandese del 1880 o la Campionessa del Mondo Rapid e Blitz del 2016. A chi invece scappa dalle responsabilità per le quali è stato eletto non succederà nulla, per adesso. Saremo noi a dovercelo ricordare quando ci chiederanno il voto per essere rieletti.

2 thoughts on “Boicottaggi di fine anno

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  1. Come sempre un articolo interessante e che porta a considerazioni molto profonde… mi (ci) stai abituando troppo bene…
    Purtroppo però, almeno per il primo, temo che abbia ragione la Muzychuk: nessuno se ne interesserà e solo chi è stato assente ne pagherà le conseguenze. Ma avrà almeno la soddisfazione di non essere sceso a compromessi con i propri princìpi. Quelli che invece sono riusciti a “vincere” rinunciando la battaglia, i princìpi non sanno nemmeno cosa siano.

    1. Grazie, Mauro – troppo gentile.
      Oggi la notizia della presa di posizione della Muzychuk (e di sua sorella ex-Campionessa del Mondo) è arrivata anche su “La Repubblica”. Ciò non cambia però la sostanza: giocatrici e giocatori da tutto il mondo sono andati a Riyad a giocare senza problemi. Da un lato si potrebbe dire che “money make the world go round”, dall’altro che essere riusciti a far ottenere il visto ai giocatori di Qatar e Iran e a evitare di indossare l’abaya alle giocatrici durante il torneo sia un bel risultato ottenuto dagli scacchi (grazie alla risonanza dell’evento), che farà da apripista a concessioni maggiori in futuro. [Il fatto che mi sia venuto da scrivere “concessioni” spiega molto, vero?]
      Ma anche rimanendo nel mondo degli scacchi, sono proprio il ruolo e le decisioni della FIDE che in realtà mi fanno pensare che anche questi parziali successi siano solo specchietti per le allodole. La FIDE ha dato più volte dimostrazione di guardare solo al denaro: è da lì che le cose dovrebbero cominciare a cambiare, non dalle decisioni dei singoli, Muzychuk o Carlsen che siano. E i cambiamenti in FIDE non sono decisi dai giocatori, ma dalle Federazioni.

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