Mir Malik Sultan Khan

(Riccardo M.)
Parliamo oggi di uno dei fenomeni più incredibili dello scorso secolo: l’indiano Sultan Khan, un giocatore eccezionale, l’antesignano dell’ondata d’India dei nostri giorni, il precursore di Anand.

(Malik Sultan Khan ad Hastings il 29.12.1929, foto Luc Winants)

Mir Malik Sultan Khan era nato nel 1905 a Mittha Tawana, nel Punjab (attuale Pakistan). Cominciò a giocare a scacchi a 9 anni, avviatovi da un diplomatico, il colonnello indù Sir Nawab Umar Hyat Khan, che nel 1929 lo portò con sé in Inghilterra e che sempre lo considerò come un suo servo o schiavo.

Si dice che Sultan Khan fosse quasi analfabeta, ma per gli scacchi aveva una sbalorditiva predisposizione. Quando arrivò a Londra non sapeva nemmeno leggere l’inglese. Narra un aneddoto che alla sua prima partita di circolo dicesse timidamente al suo avversario, che aveva aperto con 1.e4, che il pedone non si poteva spingere di due passi (in India, infatti, il regolamento non lo consentiva), ma di uno solo. Un’altra regola degli scacchi indiani era che il pedone giunto in ottava poteva venir promosso solo nel pezzo rappresentativo di quella stessa fila (pedone bianco in c8 diveniva quindi per forza un alfiere).

Sultan Khan fu costretto, quindi, a imparare subito nuove regole; ma nonostante ciò fece presto ad affermarsi, pur sempre continuando ad affidarsi esclusivamente all’istinto. In verità lui non era un principiante, avendo vinto nel 1928 il campionato indiano ed avendo già avuto l’occasione di incontrare in India, e battere, due maestri finalisti al campionato inglese (Roughton e Khadilkar).

Essendo il campione indiano in carica, nel 1929 gli fu consentito di partecipare alla finale di campionato britannico, in agosto a Ramsgate. Perse la prima partita e poi, fra la sorpresa generale, recuperò e si aggiudicò il titolo, benché avvantaggiato dall’assenza dei due migliori giocatori inglesi del periodo, Thomas e Yates impegnati a Karlovy Vary (Carlsbad).

Alle Olimpiadi di Amburgo del 1930 ottenne un buon 11 su 17 in prima scacchiera. Fu terzo ad Hastings nel 1930/31, dietro ad Euwe e Capablanca.

Nel 1931 vinse un match con Tartakower a Semmering (+4, =5, -3) e alle Olimpiadi di Praga, ancora in prima scacchiera, totalizzò 11,5 su 17, battendo tra gli altri Rubinstein e Flohr. In quell’anno fu solo secondo, dietro Yates, nel campionato britannico.

Nel 1932 perse di misura a Londra un match con Flohr (2,5 a 3,5). Nel 1932 vinse il torneo di Londra, nel 1932/33 quello di Hastings.

Fra il 1932 e il 1933 fu capace di sconfiggere quasi tutti i più forti giocatori del mondo, compreso Capablanca (l’unica volta che l’affrontò, ad Hastings 1930), il quale non esitò a definirlo subito “un genio”. Mai in un torneo si classificò più in basso del 4° posto, un record difficilmente battibile da chiunque.

Vinse altre due volte, lui che aveva difficoltà non solo a parlare inglese ma anche a trascrivere le mosse, il campionato britannico, nel 1932 e 1933.

Un po’ meno bene gli andò invece alle Olimpiadi di Folkestone del 1933, ove realizzò un umano 7/14, totalizzando 1,5/5 contro i migliori e 5,5/9 contro i giocatori di caratura più debole.

Khan

Malik Sultan Khan rimase una figura caratteristica e particolare nel mondo degli scacchi. Quando non giocava, non era solito commentare né parlare con altri: lo si vedeva semplicemente immerso in profonde e solitarie meditazioni. Il suo limite era l’eccessiva umiltà, quella che altri giocatori che avessero, come lui, sconfitto sia Capablanca sia Alekhine, non avrebbero mai mostrato.

Si racconta che una sera del 1933 il colonnello Nawab Umar Khan invitò a casa sua per cena la squadra di scacchi americana e che, nell’imbarazzo generale, apparve a servire a tavola proprio il nostro Sultan Khan. Era davvero lui il domestico, il servitore: il campione britannico di scacchi! Reuben Fine scrisse: “Eravamo in una situazione ben strana: un grande maestro di scacchi era il nostro cameriere!”.

Altra curiosità di “casa Khan”: un’altra domestica, tale Fatima, giocò il British Women Chess Championship nel 1933 e lo vinse facilmente.

In realtà la FIDE non assegnò mai a Sultan Khan il titolo di grande maestro, benché i suoi contemporanei non abbiano avuto difficoltà a considerarlo il primo grande maestro asiatico della storia.

Il sentimento di Sultan Khan verso la terra inglese fu sempre d’indifferenza se non di odio. Di salute fragile, colpito da malaria e da frequenti raffreddori, lo si vedeva spesso nei tornei con in dosso grosse sciarpe (muffler) di lana al collo, e non di rado persino con un turbante sul capo.

Khan contro Tartakower
Eccolo, ancora col turbante, contro Tartakower a Semmering nel 1931

Quando, nel 1933, il colonnello Umar Khan tornò in India, se lo riportò per sempre indietro con sé, come un suo eterno schiavo, “privando (scriveva Claudio Sericano) il mondo scacchistico di chissà quante altre belle partite”. Sultan Khan fu accolto in patria quasi come un conquistatore.

Da quanto si sa, una volta tornato a casa, Sultan Khan s’apprestò a fare l’agricoltore. Infatti il colonnello suo mecenate/padrone, che sarebbe deceduto nel 1944, gli regalò una piccola fattoria, dove egli si stabilì. Lui praticamente depose in soffitta la scacchiera, rispolverandola per pochi giorni solo nel febbraio del 1935, quando fu organizzato un match con il co-campione indiano di quell’anno, il veterano Khadilkar. E Sultan Khan stravinse per 9,5 a 0,5.

khan 6

In India, dopo quel match del 1935 con Khadilkar, non giocò più a scacchi fino alla morte, giunta per tubercolosi, a Sargodha (nel Punjab), il 25 aprile del 1966.

Si rifiutò persino d’insegnare il gioco ai figli, ai quali diceva che occorreva guadagnarsi da vivere in altro modo.

Esiste su di lui un volume (“Mir Sultan Khan” di R.N.Coles, 1965) con note biografiche e partite commentate. Coles riferisce che all’inizio degli anni ’60 un visitatore inglese incontrò Sultan Khan nella sua casa vicino a Lahore, Pakistan. Sultan Khan era seduto sotto un albero e fumava un narghilè (che è ancor più potente e dannoso del normale tabacco), e gli offrì di fare una partita.

Coles, tra l’altro, sottolineava, di Sultan Khan, “… la sua completa incapacità di leggere un libro di testo europeo sul gioco”. Se riflettiamo su ciò, riusciamo forse a comprendere quanto fosse grande il valore scacchistico di quest’uomo eccezionale.

khan (Libro)

Harry Golombek, che lo conobbe, lo definì un giorno piuttosto criticamente “poco educato, piuttosto pigro e con un senso infantile dell’umorismo”. Altri invece lo definivano semplicemente “allegro e modesto”.

Un altro libro su di lui è quello di Anatoli Matsukevich, edito a Mosca dalla “Ripol Klassik” nel 2003: “Kometa Sultan-Khana”. In questo volume sono raccolte ben 120 delle 198 partite che Sultan Khan giocò durante il suo soggiorno europeo.

Finiamo con una domanda: chi, tra i giovani giocatori indiani di oggi, potrà raccogliere l’eredità di Sultan Khan e quella di Anand?

One thought on “Mir Malik Sultan Khan

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  1. Bella domanda! Di “geni puri”, come Sultan Khan, pochi ne nascono. Dico “puri” perché Sultan Khan, non sapendo quasi leggere, non avea certo modo di erudirsi su libri a tema scacchistico per affinare le sue capacità. Come sottolinea l’articolo giocava d’istinto: un istinto davvero notevole, geniale! Mi ha colpito il fatto che, ad un certo punto, abbia relegato la scacchiera in soffitta, come se quel gioco, in cui eccelleva, non gli appartenesse, in realtà. Immagino il tormento interiore che lo avrà accompagnato nella sua vita per quella sua incapacità di leggere (o di saper poco leggere) e resto meravigliata dell’umiltà e della consapevolezza che il suo ruolo dovesse avere dei limiti (del resto è stato trattato/considerato sempre come un servo), benché grande campione di scacchi. Un personaggio davvero notevole e imperscrutabile.

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