Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Sammy Reshevsky, un po’ cobra e un po’ asino!

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(Claudio S.)
Samuel “Sammy” Reshevsky (1911-1992) è stato uno di quei giocatori che hanno segnato la storia degli scacchi nei difficili anni ’30, ’40 e ’50 del secolo scorso, in Europa (lui era di origine polacca) e nel mondo (lui naturalizzato statunitense).

Il nostro periodico “L’Italia Scacchistica” dedicò in pratica a lui un curioso articolo nel numero di agosto del 1953. L’articolo non portava il nome dell’autore, mentre il titolo era “Come sono i campioni di scacchi”, sottotitolo esplicativo “condensato da Time”. Probabilmente Time, le cui parole erano indirizzate al generico e poco colto lettore (e lettrice) amante di espressioni romanzate e di particolari coloriti e forti, aveva focalizzato il suo interesse sul campione di casa, prendendolo a modello valido per i campioni di scacchi in generale, visto che di altri maestri forse non ne parlava per nulla; o forse non ne parlò la trasposizione in italiano che fece la nostra benemerita rivista. Non sappiamo.

Mi piace in ogni modo riproporlo qui integralmente, quell’articolo, perché nel campione americano paiono davvero condensarsi diverse delle caratteristiche medie di un forte giocatore di scacchi, e poi perché il buon Sammy ha avuto una carriera lunghissima (e fortunata): dal 1915, quando, enfant prodige, fu indirizzato al nostro gioco, al 1918, quando (per nulla intimidito) sconfisse un presuntuoso generale tedesco, al 1934, quando vinse il suo primo forte torneo a Margate, precedendo niente meno che il grande Capablanca, fino al 1974, quando a Nizza conquistò il bronzo olimpico con la squadra USA.

Vediamo perciò anche noi in che modo Time descriveva gli scacchi e un campione come Reshevsky nel 1953.

1968, quarti di finale dei “Candidati”; foto di Ron Kroon, in Chess Base – gennaio 2018

“Ci sono in tutto il mondo molti giocatori di scacchi, ferventi cultori di un gioco antichissimo che dà le maggiori soddisfazioni intellettuali tra quanti ne sono stati inventati. Ma per lo più i giocatori di scacchi, da Einstein ad Humphrey Bogart, sono dei “Patzers”, parola tedesca che si potrebbe tradurre col termine di “schiappini”. Parecchi milioni di anni luce al di sopra di loro ci sono i maestri scacchisti, e più in alto ancora c’è un piccolo numero di Grandi Maestri. Nel mondo ce ne sono a malapena una dozzina e uno di loro è Samuel Reshevsky, un ometto lindo sui quaranta, calvo, con dita delicate. Porta gli occhiali, è alto poco più di un metro e mezzo, e di solito ha l’aria timida e inoffensiva. Ma alla scacchiera, fumando sigarette e centellinando litri di acqua ghiacciata, gioca con la letale impassibilità di un cobra. Un solo avversario ha detto: “Credo che quell’acqua ghiacciata gli vada dritta nelle vene”.

Tutti i grandi scacchisti hanno a un dipresso una pari conoscenza della tecnica, delle aperture e delle varianti di gioco. Perciò le loro partite si riducono in genere a una guerra di nervi: già nel Cinquecento, il vescovo spagnolo Ruy Lopez consigliava di far sedere l’avversario con la luce negli occhi. La calma gelida di Reshevsky produce lo stesso effetto sconvolgente. Ma la sua calma è soltanto superficiale; dopo una partita persa, non riesce a prender sonno: “La ripasso tutta in mente, alla ricerca della mossa sbagliata. Se la trovo, rimango sveglio a darmi dell’asino. Se non la trovo, l’insonnia è ancora peggiore”.

Reshevsky discende da una famiglia rabbinica polacca, e ha imparato gli scacchi stando a guardare seduto sulle ginocchia paterne. A sei anni giocava con il padre dandogli un vantaggio e vinceva facilmente. A nove anni fu condotto negli Stati Uniti, e ben presto sconfisse una squadra di ufficiali, in partite simultanee, a West Point. Quando ebbe undici anni, qualcuno scoperse che il fanciullo prodigio non aveva mai frequentato una scuola. Sei mesi di lezioni private lo portarono al livello della scuola media, e seguitò a studiare fino a laurearsi all’Università di Chicago. Eccettuato il bernoccolo della matematica, era uno studente come gli altri.

Una volta laureato, Reshevsky s’impiegò come economo, e seguitò a giocare a scacchi. Vinse cinque Campionati degli Stati Uniti, e sconfisse il celebre cubano Josè Raul Capablanca in un torneo. Nel 1948, Reshevsky, tre grandi maestri sovietici, e il campione olandese Max Euwe si disputarono il titolo di campione del mondo rimasto vacante per la morte di Alexander Alekhine. Vinse il russo Mikhail Botvinnik: Reshevsky si qualificò terzo ex-aequo con un altro giocatore sovietico. Egli non è stato mai sconfitto in partite singole, al di fuori dei tornei.

Reshevsky ha lasciato l’impiego e si dedica oggi completamente agli scacchi. Reshevsky analizza le partite importanti giocate nei principali tornei, a cominciare dal Campionato di Londra del 1851. Deve avere sulla punta delle dita tutte le posizioni notevoli verificatesi in centinaia di partite storiche, passate e presenti. Un’idea delle combinazioni che deve tenere a mente si può dedurre dal fatto che le prime dieci mosse, da una parte e dall’altra, possono venir giocate in 169.518.829.100.544.000.000.000.000.000 maniere diverse. Quando gli si chiede quante mosse pensa in anticipo in una partita, risponde semplicemente: “Una più del mio avversario”.

Nessuno può spiegare in modo soddisfacente cosa occorra per diventare un grande giocatore di scacchi. I maestri provengono da tutte le classi sociali, e comprendono psicologi, commercianti di carni all’ingrosso, chimici, giornalisti, studenti universitari, farmacisti, soldati ecc… L’impassibilità e la fiducia in sé, due doti essenziali dopo la perizia, non fanno  certo difetto a Reshevsky. Quando uno spettatore gli chiese come mai il punteggio fosse tutto a suo favore contro il campione argentino Najdorf, il maestro rispose: “E’ semplicissimo, Najdorf gioca contro Reshevsky””.


Di sicuro oggi, a distanza di oltre 56 anni, alcune di queste espressioni ci fanno sorridere e capire quanto il mondo degli scacchi (e non solo) sia completamente cambiato: “di GM nel mondo ce ne sono a malapena una dozzina….”, “ripasso la partita alla ricerca della mossa sbagliata …” “… commercianti di carni all’ingrosso e soldati” eccetera.

Ma adesso lasciamo Time, lasciamo il suo redattore non troppo addentrato negli scacchi e lasciamo le pagine della Italia Scacchistica.

Andiamo invece a gustarci ora una partita di Sammy Reshevsky, il quale qui effettivamente sembra più un cobra che un asino. Si tratta di una partita del torneo di Buenos Aires 1970, dove Reshevsky, già alla soglia dei 60 anni, terminò imbattuto (10,5/17), dividendo la quarta piazza con Miguel Najdorf, di lui più anziano di un anno. Quel torneo argentino restò celebre per il successo stratosferico di Robert Fischer (15/17 dopo un iniziale 11,5/12!) e per la discreta prova del diciassettenne brasiliano Enrique Mecking (8,5), il quale fu l’unico a sfiorare il punto pieno contro il campione americano.

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