La carta è finita

(Riccardo M.)
Soltanto la carta? No, era finito il latte, e il sale, e l’olio e …

Un lettore ci ha scritto dicendosi meravigliato che a volte pubblichiamo qualche breve articolo che apparentemente “non ci azzecca molto” con gli scacchi. Si riferiva, ad esempio, a quello del 25 aprile scorso, quando in appena due righe abbiamo pensato di ricordare l’anniversario della “Liberazione” e la fine dell’incubo della seconda guerra mondiale.

Purtroppo le guerre, e la rovinosa politica che le determina, a sua volta determinata dai pazzi, “ci azzeccano” eccome con la nostra vita di tutti i giorni, anche quando non siamo con le armi in mano. E pertanto scegliamo di riparlarne a distanza di un mese esatto.

Mia madre mi è stata davvero madre/maestra di vita, più di qualunque professore, lei che alla sera, quando non esistevano ancora televisori e tantomeno cellulari, mi raccontava episodi di vita della sua famiglia negli anni ’40. Si era sposata in quel periodo, ma un qualsiasi viaggio di nozze le fu concesso solo di sognarlo. Lei mi parlava di come nella sua abitazione di montagna tutto fosse limitato o assente negli anni della guerra, perfino l’acqua, e come occorresse lavare i panni nel vicino fiume e poi appenderli ad asciugare dove capitava (foto sotto il titolo). E della mancanza del latte per i bambini, del sale, dell’olio (che veniva sostituito dal lardo), delle povere cene arrangiate grazie alle erbe selvatiche che si raccoglievano nei campi ….

Nonostante tutto questo, mia madre era sempre stata felice lo stesso, perché aveva salvato la vita, perché si era salvato anche mio padre e perché tante privazioni e sofferenze le avrebbero di più fatto apprezzare quanto avrebbe conquistato, sempre con tanta fatica e sacrifici, nei (comunque non facili) anni successivi.

Dall’archivio CIDRA di Imola

Gli echi della guerra, se non proprio i lutti, giungevano dolorosamente in ogni casa e in ogni lavoro, in ogni pagina della vita di persone meno fortunate. Quasi ovunque si avevano privazioni, sacrifici, razionamenti. Anche chi li subiva in misura minore, o chi per convenienza cercava di minimizzarli, non poteva che parlarne, accorgersi di quanto accadeva intorno a sé: la fila davanti ai forni del pane … le tessere della fame…. Già, e … “se mangi troppo, derubi la patria” era uno degli slogan del regime.

Fu del 6 maggio 1940 una legge che disponeva il razionamento dei consumi e l’introduzione della carta annonaria. Nel corso del 1941 divieti e restrizioni si fecero sempre più pesanti. Si pensi che, secondo un’inchiesta condotta nella primavera del 1942 dall’Università di Trieste, circa 2.500.000 di famiglie italiane soffrivano la fame “nel pieno senso fisiologico della parola”, e almeno altrettante avevano un vitto insufficiente (P. Luzzatto Fegiz: “Alimentazione e prezzi in tempo di guerra”).

Gli scacchi. Non erano quelli i momenti per pensare al gioco, certamente. Ma perfino gli abbonati alla “Italia Scacchistica” (ad alcuni dei quali forse in quei giorni non mancavano olio e caffè nei loro eleganti villini romani dei quartieri Prati o Parioli) ebbero un certo sentore delle difficoltà della loro rivista mensile. Eccone un esempio nel numero di settembre 1941:

“Per le predisposte disposizioni a riguardo dell’economia di carta nell’attuale momento, la rubrica “Caleidoscopio” verrà temporaneamente sospesa. Nel frattempo non perderemo contatto coi nostri amabili lettori e ci faremo riudire con singoli articoli inseriti nel corpo della rivista. Ci auguriamo di poter riprendere al più presto la consueta attività e di poterla anzi esplicare in misura maggiore del solito, non appena saranno sorpassate le ragioni per le quali fu necessaria l’interruzione (ARGUS)”.

Sì, la carta era finita.

Quel numero del nostro mensile aveva appena 16 pagine, già a dicembre sarebbero diventate 8, ovvero 4 fogli di carta appena. Ma avete letto bene? “non appena saranno sorpassate le ragioni per le quali fu necessaria l’interruzione”. La parola “guerra” ARGUS non ebbe nemmeno la forza e il coraggio di pronunciarla. Evidentemente ARGUS era uno di quelli che avevano abbandonato la loro partita ancor prima di iniziarla. Ed interruzione fu, non solo per la rubrica ma per l’intera rivista, che chiuse i battenti per circa due anni, nel 1944 e 1945.

Le guerre: no, non basta un 25 aprile all’anno per ricordare. E non servono semplici giornate in cui scuole, uffici e servizi restano chiusi e i più nemmeno ne conoscono pienamente il motivo. Il fatto è che ci vorrebbe un 25 aprile diverso, e poi un 25 maggio diverso, un 25 giugno diverso e ancora di più.

Ecco perché oggi, 25 maggio, ne riparliamo qui di nuovo. Per non dimenticare davvero e per cercare di ricostruire i ricordi di chi non sa o ha dimenticato. In realtà desideriamo anche un’altra cosa, che in futuro non sia abbiano più ricorrenze come questa, perché, come ben disse il presidente americano Theodore Roosevelt, “più che una fine di una guerra, noi vorremmo la fine dei principi di tutte le guerre”.

11 thoughts on “La carta è finita

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  1. Il bell’articolo rappresenta efficacemente quel periodo, che spesso mia madre, allora poco più che adolescente, mi descrive nei suoi ricordi. Allora mancava tutto, carta, farina, latte, olio. Oggi purtroppo ci manca la memoria, quella vera. E le periodiche rievocazioni di quel tragico periodo appaiono spesso false, superficiali, di maniera.Temo che esse non siano in grado di prevenire ricorsi storici che si stanno profilando all’orizzonte.

  2. La memoria degli eventi passati va rinverdita frequentemente. Non bastano libri, televisione o internet, è necessario un travaso continuo di conoscenze ed esperienze tra generazioni. Ricordare sempre che chi dimentica gli orrori del passato è condannato a riviverli!

  3. La memoria storica va rinverdita frequentemente e libri, televisione o internet non sono sufficienti. Occorre un travaso continuo di conoscenze ed esperienze tra generazioni. Ricordare sempre che chi dimentica gli orrori del passato è condannato a riviverli!

    1. Quando sarà morto l’ultimo dei testimoni oculari, non basteranno i libri, la televisione e internet, ma sarà necessaria la capacità critica di attingere alle informazioni storiche. In questo il ruolo della scuola e dei suoi insegnanti sarà fondamentale. Altro che presidi “sceriffo” e burocratizzazione dei rapporti scuola-studenti-famiglie che genera solo aggressività (vedi fatti di cronaca sempre più frequenti). D’altra parte c’è stato chi ha detto che la cultura non fa mangiare.

    2. … e quindi quelli deputati a diffondere la cultura (gli insegnanti) possono anche essere presi a calci e pugni dall’alto e dal basso

  4. caro Riccardo, mi trovo completamente d’accordocon te, non solo sui temi, ma anche nel modo di rispolverare ricordi di una generazione che ci ha preceduto.
    Purtroppo facciamo una tremenda(inutile) fatica a trasmettere quei valori alle nuiove generazioni: è un po’ come parlare d3ella seconda guerra punica!
    Bello si’ ma a noi che c’importa?

  5. ARGUS era il problemista Carrà. Non mancavano altre circonlocuzioni per non pronunciare il termine “guerra”; più di una volta ci si riferiva alle “attuali contingenze”. E non solo sull’Italia Scacchistica.

  6. Ringrazio per i cortesi interventi tutti gli amici, compresi quelli che commentano e seguono il nostro Blog su Facebook. Un caro saluto.

  7. E , intanto grazie , non capita spesso anzi raramente parlare della fa e sentire quelli che non l’hanno conosciuta parlare come se la conoscessero. La fame per capirla va provata. Quelli nati i tempo di guerra la conoscono bene , non tutti però dipende dove nasci e dove sei costretto a vivere. I FAMOSI crampi allo stomaco. Ricerca di pane vecchio per roschiare ecc. Un uovo per un Po di zucchero ecc. L’uovo però bisognava guadagnarselo. Un giorno una luce quasi gialla apparve nella (cassea dea toa) dove si cercavano le briciole di pane, era il famoso , avete mai sentito parlare del formaggio VINCERE. Commosso vi ringrazio nuovamente Pino Barato.

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