Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Gli scacchi come scacchiere geopolitico mondiale

9 min read

(Giangiuseppe Pili)
Gli scacchi hanno percorso la storia dell’umanità da Oriente a Occidente e ora forse stanno ritornando in Oriente. Le giocatrici più forti del mondo (come ho scoperto leggendo UnoScacchista) sono già non occidentali: cinesi, russe e altre nazioni.


Oggi il campionato del mondo vede sfidarsi due giocatori Occidentali che appartengono al blocco NATO:
USA – Caruana, cresciuto in Italia, da lungo tempo paese NATO che ospita pure le testate atomiche americane e ha 12.000 soldati americani, terzi o quarti per numero superati solo da Germania, Giappone e Corea del SUD;
Norvegia – Carlsen, paese NATO e tra i più vicini all’influenza UK-US almeno da quando i ghiacci dell’artico stanno smuovendo l’interesse congiunto di Russia e Stati Uniti per il controllo delle nuove vie del commercio marittimo, che muove il 90% di tutto il traffico commerciale mondiale.

Eppure mai come oggi gli scacchi rappresentano il mondo più che l’Occidente, sebbene appunto il campione mondiale sarà parte ancora parte di un Paese dell’alleanza atlantica.

Cina, Russia e India, più molti dei paesi dell’ex blocco Sovietico (tra cui la piccola Georgia e l’Armenia) sono agguerrite nazioni scacchistiche. E non ci dimentichiamo l’Iran. Quindi, potremmo anche vederla positivamente: gens una sumus mai fu tanto vero come oggi! Gli scacchisti di altre ere stanno lasciando rapidamente il passo alle generazioni che usano il computer non più come un avversario idiota – temibile, ormai, ma pur sempre antagonista dell’intelligenza umana – ma come un proiettore di potenza mentale, come lo fu la calcolatrice prima e il personal computer poi. Non abbiamo smesso di giocare a scacchi, non abbiamo smesso di credere negli scacchi ed è per questo che gli scacchi oggi mostrano che siamo una stessa gente di uno stesso Pianeta che, però, ammette solo un campione del mondo per volta.

Ora, la mia vuole essere una riflessione estemporanea, su un tema che mi affascina ormai da anni, quando nel 2013 scrissi e – ormai esattamente quattro anni fa – pubblicai L’eterna battaglia della mente – Scacchi e filosofia della guerra. Poi ho avuto modo di presentare le mie ricerche su questo preciso tema almeno altre quattro volte, di cui una al Politecnico di Milano, il cui video si trova su YouTube. In questa sede, voglio solamente solleticare l’immaginazione del lettore verso qualcosa che ho maturato – ma senza pretese – recentemente. E si basa sull’assunzione che la metafora della competizione mondiale non sia la scacchiera, perché sono proprio gli scacchi una parte di essa. Gli scacchi, da sempre metafora e infinita fonte di esempi per la geopolitica e la guerra, diventano essi stessi spazio della competizione mondiale. Da immagine dello spazio a spazio vero e proprio!

Non è la prima volta che gli scacchi rubano la scena agli avvenimenti mondiali decisamente più importanti. Il match del secolo si giocò in uno dei momenti caldi della guerra fredda: si dice che Fischer venne contattato da Henry Kissinger perché non si dimenticasse che egli faceva parte degli Stati Uniti d’America e che, c’era poco da fare, doveva vincere. Ma si era trattato di un evento isolato, in cui un genio altrettanto isolato, riuscì col talento e il duro lavoro a contrastare il blocco dei giocatori sovietici, almeno così ci viene raccontato. Ma poi gli scacchi tornarono un gioco, un bel gioco, il “gioco dei re”. Ecco, i re di adesso stanno guardando gli scacchi e non per prendere scacco matto. Perdere oggi ha lo stesso amaro, sgradito sapore di una volta.

Stalin e Truman, caricature del periodo della Guerra Fredda

Oggi la competizione mondiale non ha più due blocchi. Ha alcuni attori principali (US, EU, Russia e Cina) più tutta una serie di stati che, per ragioni storiche e culturali, hanno interessi strategici di lunga durata (Iran, Israele, India, Giappone e Turchia) mentre altri tentano disperatamente di sopravvivere (sempre la Turchia, Pakistan, Corea del Nord). Come durante la guerra fredda, il rischio della guerra nucleare è sempre presente e la probabilità di un conflitto nucleare non è diminuito ma semmai è aumentato (semplicemente perché più stati – e quasi tutti quelli nell’elenco hanno, non a caso, le armi atomiche – hanno oggi armamenti atomici con testate termonucleari). Tuttavia, la guerra nucleare deve essere evitata e così pure il rischio di guerre di vasta scala con arsenali convenzionali, perché esse sarebbero comunque sufficientemente rovinose.

Inoltre, la composizione demografica dei Paesi in questione (con l’eccezione dell’India) vede famiglie composte da 2.1 membri e con una aging society, l’appeal medio per una guerra è basso (con la Cina che sta violentemente uscendo dalla politica del figlio unico e la Russia in un devastante crollo demografico e di aspettativa di vita).

Quindi, come durante la guerra fredda, la competizione passa dalla pur sempre minacciata guerra totale o nucleare alla vera conquista dello spazio geopolitico mediante la competizione “pacifica”: la guerra per la conoscenza è tutta attorno a noi, quella che ho chiamato ‘guerra epistemica’, la guerra il cui scopo è il controllo del territorio mediante il dominio della conoscenza della popolazione che insiste su di esso. Ogni tanto assume il volto della competizione tecnologica, per esempio chi controlla le infrastrutture della rete: il Wassenaar Arrangement, il proseguo di quello che fu un tempo il Cocom, stabilisce i numerosi embarghi permanenti della tecnologia strategica e dual use, che sono aumentati e non diminuiti negli anni della “fine della storia” e dell’euforia post 89’. Altre volte il volto della guerra assume il volto già meno bonario delle sanzioni economiche e le blockade alla tecnologia e risorse naturali e pecuniarie delle banche mondiali. E gli scacchi?

In Oriente il gioco di riferimento è sempre stato il Go, gioco stupendo che sempre avrò il rammarico di conoscere troppo poco, sebbene uno dei miei più cari amici fu proprio il più grande giocatore italiano di sempre e con il quale sono felice di aver perso di 60 punti a 9 pietre di handicap al mio apice di abilità.

Recentemente ho letto un articolo di geopolitica che sfruttava il Go come metafora del modo orientale di combattere, in cui la metafora eccede la realtà ma è pur sempre uno spunto di riflessione interessante. La Cina e il Giappone si sono contesi i migliori giocatori di Go da molto tempo. E l’Occidente ha pure giocato recentemente la sua parte, perché il software di DeepMind ha sconfitto Lee Sedol, il più forte giocatore del mondo e DeepMind è un azienda comprata da Google (US technology) per 400 milioni di dollari. E pare sia proprio la vittoria di DeepMind ad aver persuaso il governo cinese della necessità di dominare il nuovo mercato dell’AI, così che la Cina oggi investe ben il 30% in più degli Stati Uniti sull’Intelligenza Artificiale.

Due aneddoti. Il primo è che ho avuto il privilegio di essere apostrofato come “scacchista, giocatore di un gioco che anche un pezzo di tecnologia trovabile nell’ovetto Kinder può battere” da parte di un ironico giocatore di Go del Go club di Milano, posto che ho sempre frequentato con piacere. Felice di scoprire che adesso siamo nella stessa situazione e con noi i nostri amici damisti. Il secondo è che ho rischiato di lavorare per DeepMind, quando questa estate ho avuto un colloquio di lavoro per loro in cui discussi proprio degli scacchi e del go. Perché DeepMind ci crede nel dimostrare che l’Artificial Intelligence è veramente Intelligence. Ma noi, noi Occidentali, nel Go siamo e saremo ancora per un bel pezzo trattati da barbari, come gli emissari dell’Europa che per primi incontrarono l’imperatore cinese, il quale riteneva che essendo la Cina al centro delle terre (infatti chiamata come “regno di mezzo”) tutto il resto del mondo dovesse essere semplicemente onorato anche solo di parlare con lui (invito a leggere On China di Kissinger per sapere di più sui rituali diplomatici della Cina). Ma non siamo noi ad interessarci ai loro giochi, sono loro ad interessarsi al nostro. Perché una ventata di caselle in bianco e nero ha spazzato la Cina.

Ma da qualche decennio la Cina ha diffuso gli scacchi nelle scuole a dimensione cinese (che un tempo si sarebbe definita “dimensione texana”). L’Iran, che pure continua ad avere qualche problema in questo senso, ha consentito lo sviluppo del gioco e adesso ci sono temibili giocatori giovani proprio di questo stato. La Russia continua a tentare di mantenere la sua influenza sul gioco – non solo sul gioco giocato a quanto pare e quest’opinione non è neppure (solo) mia. Anche perché, andrebbe sottolineato, la Russia di oggi non è più neanche negli scacchi ciò che fu l’URSS durante la guerra fredda, che aveva giocatori straordinari come Tal, Petrosjan e infiniti altri non russi di etnia.

Gli Stati Uniti, che sono sempre stati relativamente carenti di campioni tant’è che le eccezioni ce le ricordiamo tutte (Morphy, Fischer su tutti proprio come emblema del sogno americano applicato agli scacchi: campioni isolati dotati di talento che vincono tutto e poi impazziscono forse inebriati dal troppo sognare americano), oggi hanno due top Ten (primato tra gli stati di oggi!, con Caruana che si contende il titolo e So che chiude la lista) più tutta una serie di campioni di tutto rispetto (Nakamura). E tra le nazioni europee non mi sorprende la presenza della Francia, che è sempre stata la più agguerrita (intellettualmente e non solo) delle nazioni europee post-45, la meno convinta che la storia sia finita con la seconda guerra mondiale. Cosa significa tutto questo?

Gli scacchi continuano ad essere il gioco dell’Occidente. Ed è per questo che ora tutti ci giocano perché l’Occidente, che sin dall’antica Grecia si è attestato come popolo competitivo par excellence, non ha finito di giocare la sua partita nella competizione globale: l’ha semplicemente estesa. In primo luogo, dall’avvento di internet – qui l’equivalente delle vie marittime difese dalla settima flotta americana che unisce il percorso delle merci necessario all’attuale sistema produttivo globale -, gli scacchi sono passati da un gioco per cittadini a un gioco per tutti (questo fatto fu notato da Mario Leoncini, come sempre acuto osservatore delle dinamiche scacchistiche). In secondo luogo, oggi la competizione al primato mondiale non è più solo di due blocchi ma di tutte quegli stati che durante la loro storia hanno avuto civiltà millenarie in cui i popoli si sono identificati nei valori che le definiscono (principalmente Cina, Iran, Israele, Russia, USA e EU – forse).

Oggi non è finito lo scontro ideologico, solamente si è moltiplicato sia nella varietà sia nella dimensione. E gli scacchi, che sono ancora – piaccia o no – un simbolo dell’intelligenza umana che lotta per vincere seguendo la rule of law in pieno allineamento di Western Way of Warfare, hanno assunto un incredibile e rinnovato aspetto proprio all’interno del nuovo ordine mondiale. Gens una sumus certamente. E infatti tutti vogliono una sola cosa: vincere. Mai come oggi gli scacchi sono un patrimonio universale, ma tutto nell’uomo ha un prezzo.

Anche Kant declinava l’imperativo categorico nella sua terza formulazione nella Fondazione della metafisica dei costumi ricordando che gli uomini devono essere sempre anche fini e mai solo mezzi. Anche fini… mai solo mezzi… Ma l’uomo, diceva Kant nella sua antropologia, fa virtù e potenza del suo essere anche mezzo. E così gli scacchi, come tutto il resto. Ecco l’ambivalenza di quella natura che porta un elmetto con un distintivo di pace, come ci ricorda il soldato Joker di Full Metal Jacket.

Kulturkampf, caricatura del 1875 che raffigura Bismarck e Papa Pio IX

Dal 1989 la storia non è finita e la storia non si fa a tavolino. Ma essa passa anche attraverso il nostro tavolino. Ho scritto in altro loco che gli scacchi uniscono più che dividono, che gli scacchi sono un gioco che insegna la pace. E continuo a crederlo perché la pace ha le sue condizioni. E infatti il fascino di questo gioco è proprio la sua polimorfica capacità di adattarsi alle ere e ai tempi. La storia non è finita con il muro di Berlino, come non sono finiti gli scacchi con Deep Blue nella memorabile partita del 1997. La storia va scritta e gli scacchi continuano ad intersecarsi con la nostra realtà storica. E siccome la nostra natura è sempre aperta a molteplici interpretazioni, così lo sarà sempre anche il nostro gioco.


Giangiuseppe Pili, nato a Cagliari nel 1986, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia e scienze della mente con una tesi di epistemologia analitica. È autore del saggio “Un mistero in bianco e nero – La filosofia degli scacchi” e di numerosi articoli sul tema “scacchi e filosofia”. Ha fondato il sito www.scuolafilosofica.com ed è il responsabile della collana “I libri Scuola Filosofica” edita dall’editore Le Due Torri di Bologna. E’ attualmente Assistant Professor in Intelligence Studies alla Dublin City University ed è parte del comitato tecnico operativo del Laboratorio di Intelligence all’Università della Calabria. 

3 thoughts on “Gli scacchi come scacchiere geopolitico mondiale

  1. Articolo ricco e stimolante! Un grazie all’autore e un invito a scrivere ulteriori articoli di approfondimento su questi temi assai coinvolgenti per noi scacchisti

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