Maestri di scacchi (al teatro)

(Roberto C.)
E’ un interessante ed originale testo teatrale ambientato metaforicamente nel mondo degli scacchi che riporta sulla scacchiera le contrapposizioni che governano la nostra società; tutti gli attori sono molto coinvolgenti per la loro voce, per la mimica facciale ed i movimenti del corpo.

L’intero spettacolo si svolge sopra una porzione di scacchiera dai lati 8 x 5 con grandi caselle bianche e nere. Sulla scacchiera gli ultimi dieci pezzi rimasti in gioco, cinque bianchi e cinque neri: Regina, Torre, Alfiere, Cavallo e pedone per ciascun colore, in perfetta parità materiale.

E’ subito evidente, anche a chi conosca poco il gioco, che mancano entrambi i Re, per cui tutto il potere ‘decisionale’ è nelle mani delle Regine.

Lo spettacolo, un atto unico, non ha cambi di scena e i dieci i personaggi, spesso immobili ma sempre pronti a combattere, sono presenti in scena per tutta la sua durata, anche quando, verso la fine, vengono catturati poiché si posizionano a lato scacchiera.

Tutti in scena

I dieci pezzi ancora in gioco sono gli ultimi rimasti di una partita, ma non si comportano come i due principali personaggi del beckettiano “Finale di partita” nel quale Hamm (il Re ?), un anziano signore cieco ed incapace di reggersi in piedi ed il suo servo Clov (l’ultimo pedone rimasto ?), che al contrario non è capace di sedersi , in totale dipendenza l’uno dall’altro, trascorrono tutto il tempo a litigare vivendo una situazione immutabile nella quale ogni giorno è sempre uguale a sé stesso.

In “Maestri di scacchi”, al contrario, ci è parso che gli Autori abbiano voluto dare a ciascuno dei pezzi una ‘propria’ vita: alcuni hanno voglia di combattere anche per cambiare la loro situazione ed il corso degli eventi, altri si attraggono reciprocamente ed insieme pensano addirittura di ribellarsi alle regole di movimento loro imposte dichiarando di voler muovere in maniera differente infrangendo (orrore!) le regole del gioco.

Davvero intriganti alcuni dialoghi tra pezzi di diverso colore; alcuni di loro esprimono, oltre ai sentimenti, anche le loro idee strategiche, dando consigli (accettati o respinti) dal loro ‘Capo’, la potente Regina.

Maestri di scacchi” è una metafora, quella della vita nella quale l’intera vita viene ridotta ad una sola ed ultima partita in cui si deve dare tutto, il massimo possibile. Come nel nobil gioco, ogni mossa può essere risolutiva e per questo, entrambe le fazioni, cercano di conquistare un seppur piccolo spazio di miglioramento nella società. In una partita a scacchi non c’è un momento per distrarsi perché, altrimenti, ancor più che nella vita moderna, si rischia di perdere tutto (la partita); qui c’è posto soltanto per chi è disposto a combattere, per se stesso e per la sua squadra.

Ogni tanto un ‘urlo’ (sempre utile in battaglia per vincere le proprie ansie ed impaurire il nemico). Ciascun colore cerca di approfittare con i propri mezzi di avere ragione sull’altro, senza remore, in alcuni casi senza alcuna pietà: la cattura del pezzo avversario avviene con la sua eliminazione fisica.

L’eliminazione fisica

Tutte le mosse sono molto fisiche, anzi corporee! Spettacolari quelle dei Cavalli (le due ragazze con i foulard) che per eseguire il salto ‘salgono sulle spalle’ di un altro pezzo affinché poi, cambiando direzione (la mossa ad “L”) scendono per arrivare alla casa di destinazione.

Il salto del Cavallo

Ho visto “Maestri di Scacchi” il 21 novembre 2014 al Teatro Hamlet di Roma (Via Alberto da Giussano, 13). Lo spettacolo, scritto da Giuseppe Renzo e Alessandro Carvaruso (anche regista), che in poco meno di novanta minuti riesce a suscitare continue emozioni, mi è piaciuto davvero tanto per i contenuti e per la scenografia scacchistica; ovviamente lo dico non dal punto di vista del critico teatrale (non lo sono) ma da quello dello spettatore scacchista (che, come sapete, sono).

Quando sarà rappresentato nuovamente consiglio vivamente a tutti di non perdere l’occasione,  nell’attesa potete vedere un trailer di 14 minuti.

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