Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Storia degli scacchi fra papi, preti, re e santi

Papa Giovanni Paolo I (Fondazione Vaticana)

(Adolivio Capece)
Papa Francesco da ragazzino non giocava a scacchi, ma a dama, come ha dichiarato lui stesso una volta. Non c’è da stupirsene, viste le origini contadine della sua famiglia. La famosa Nonna Rosa conosceva il gioco della dama e con esso intratteneva i nipoti.
Ma Papi e preti sono stati fondamentali nella storia degli scacchi. Vediamo.

Anche se è documentato che Papa Gregorio VI (1045-1047) era scacchista, una delle prime testimonianze sul gioco degli scacchi in Italia è costituita da una lettera che San Pier Damiani, il santo anacoreta che Dante incontrerà in Paradiso, scrisse nell’ ottobre del 1061 a papa Alessandro II (Anselmo da Baggio, 1061-1073), scagliandosi violentemente contro il gioco, del quale chiese e ottenne la messa al bando. Pier Damiani informava il papa di aver scoperto il vescovo di Fiesole (allora ben più importante di Firenze) che a causa degli scacchi aveva totalmente trascurato i propri doveri religiosi: anzi lo aveva ‘beccato’ a giocare dimenticando che doveva dir Messa!
Che gli scacchi assorbissero in maniera eccessiva il clero era del resto noto e proprio in quegli anni era stata emanata una regola per i chierici di Spagna (dove maggiore era l’influsso della cultura islamica) secondo la quale non dovevano ‘perdere tempo’ giocando a scacchi.
Nella sua lettera al papa, la decima nella raccolta delle ‘Epistole’, Pier Damiani definisce il gioco degli scacchi disonesto, assurdo e libidinoso; inoltre gli scacchi vennero da lui abbinati ai dadi, che come gioco d’azzardo erano proibiti dalla Chiesa.

San Pier Damiani fu uno dei maggiori fautori della riforma operata da Gregorio VII (Ildebrando dei Graziani, 1073-1085). E’ considerato una delle figure di primo piano del secolo XI e con la sua parola impetuosa si scagliò contro la malvagità umana, contro l’antipapa Benedetto IX e combattè soprattutto contro i vizi del clero che a quell’ epoca si abbandonava troppo spesso e volentieri a cure ed interessi mondani.  E a quanto pare il clero si dedicava, forse con eccessivo slancio, anche al gioco degli scacchi.
La condanna fu causata, come abbiamo detto, dal fatto che spesso a quei tempi in Italia si giocava con l’ausilio dei dadi: infatti gli scacchi erano considerati un passatempo bello ma lungo e quindi per evitare troppo lunghe riflessioni sulle mosse si pensò di designare il pezzo da muovere tirando i dadi, a prescindere dalla logica della posizione.
Così non solo si velocizzava la partita, ma si evitava che il più bravo vincesse sempre, cosa questa che permetteva e favoriva le scommesse. L’utilizzo dei dadi, tuttavia, favorì la concezione degli scacchi come gioco d’azzardo.
E poiché i giochi d’azzardo ed i giochi con i dadi erano vietati dalla Chiesa, ecco il divieto anche per gli scacchi, che erano in ogni caso visti con una certa diffidenza, poiché spesso tanto impegnativi da far spesso dimenticare obblighi più seri.

La condanna venne però superata da molti nobili con la ufficializzazione della netta differenza tra il gioco degli scacchi e il gioco dei dadi. Quanto al popolo, che pure continuò a giocare, non se ne fece troppo cruccio, anche perché i popolani avevano ben altri problemi materiali per preoccuparsi degli scacchi e quando volevano divertirsi preferivano farlo in maniera meno intellettuale.
Il popolo quindi non aveva molta voglia di occuparsi di argomenti speculativi e gli scacchi fecero un po’ la fine di altre arti e scienze ben più importanti, per esempio la letteratura, che come noto in quell’epoca non fu che una pallida eco delle fiorenti letterature d’Oltralpe.

Viceversa i nobili, essendo tra l’altro quasi totalmente analfabeti, non avevano molto altro modo di passare il tempo nei propri castelli (si ricordi che le carte furono portate in Italia solo nel 1379), salvo quando si dedicavano alla caccia o ai tornei d’arme. Come scrisse Indro Montanelli nel suo volume “L’Italia dei Comuni“: “…del resto l’educazione dei giovani nobili consisteva nell’imparare a cavalcare, a giocare a dadi e a scacchi; l’istruzione scolastica era farraginosa e approssimativa e molti cavalieri restavano per tutta la famiglia analfabeti. ‘Non sa leggere perché nobile’ si diceva nel Medio Evo, senza ironia.”

Se la condanna attecchì dunque in Italia per le particolari condizioni politiche e sociali, non così avvenne negli altri Paesi; basti pensare che, quasi contemporaneamente alla ‘filippica’ di san Pier Damiani, in Spagna gli scacchi erano inseriti tra le discipline cavalleresche da Pedro Alfonsi, medico di Alfonso VI di Castiglia e Leon.

Ma l’avversione verso gli scacchi non si placò: nel 1128 san Bernardo di Chiaravalle, emanando le regole per l’ordine dei Templari, metteva gli scacchi al bando.
Poi nel 1212 la Chiesa ribadì la proibizione al gioco in occasione del Concilio plenario di Parigi; a questa decisione si uniformò quasi subito il re di Polonia, Casimiro II, detto il Giusto.
Più tardi, nel 1254, il re di Francia Luigi IX, poi canonizzato come san Luigi, proibì gli scacchi con una ordinanza al rientro dalla prigionia (di quattro anni presso gli infedeli in Egitto) dopo la Crociata del 1248; fu probabilmente solo una reazione rabbiosa, data la grande diffusione degli scacchi tra gli arabi (e si dice alle molte sconfitte subite nelle partite giocate appunto durante la prigionia), ma provocò la condanna “ufficiale” da parte della Chiesa in occasione del Concilio Biterrense del 1255.

La condanna da parte della Chiesa greco-ortodossa venne solo nel Trecento; gli scacchi vennero accumunati alle carte, ai dadi, a volte anche alle pratiche magiche. Tuttavia la proibizione ebbe il risultato opposto a quello voluto ed il gioco ebbe un grande sviluppo, in particolare a Novgorod, che nei secoli XIII e XIV fu la città più importante della Russia.
Ma perché gli scacchi si imponessero in maniera definitiva tra i nobili e il popolo di questo grande paese bisognerà attendere il Quattrocento, con il regno di Ivan il Grande, che aprì i suoi domini alla cultura del Rinascimento ed ospitò presso la sua corte anche molti giocatori di scacchi, russi e stranieri.
In Inghilterra gli scacchi furono proibiti solo nel 1464 da Edoardo IV, non tanto per ostilità verso il gioco in sé quanto per la necessità di obbligare nobili e popolo ad occuparsi di cose concrete dato che si era allora nel periodo culminante della Guerra delle Due Rose.

Ma non tutti i sovrani si adeguarono, anzi molti favorirono la diffusione degli scacchi e ne furono appassionati. Per esempio la storia ricorda che il giovane Corradino di Svevia nel 1268, quando gli venne comunicata la notizia della condanna a morte, stava giocando a scacchi con il cugino Federico d’Austria.
Il sovrano più importante per gli scacchi in questo periodo fu Alfonso X di Castiglia (1221-1284), detto il Dotto e anche l’Astronomo; grandissimo umanista, diffuse le opere arabe di cui fece realizzare attente traduzioni. Dagli arabi ereditò la passione per gli scacchi, sui quali fece compilare uno splendido ed accurato trattato, noto oggi come “Codice Alfonsino“.
Il titolo originario era “Juegos de Axedrez, dados e tablas“; scritto in castigliano, fu miniato a Siviglia nel 1283 e oggi è conservato tra i tesori dell’Escorial, presso Madrid.  Rispetto al gioco arabo ci sono alcune importanti novità: il computo del tratto del Bianco e della risposta del Nero come un’unica mossa.
Si tratta di quattordici problemi tratti evidentemente da partite giocate in Europa e da giocatori europei (gli altri problemi sono invece tradizionali ‘mansubat’ arabi).
La scacchiera appare per la prima volta bicolore, con la casa in basso a destra rispetto ai giocatori di colore chiaro.

Se il gioco fu condannato dalla Chiesa, non altrettanto per fortuna avvenne per i libri sul gioco, anche perché si trattava di solito di preziosi codici manoscritti, spesso ‘pezzi unici’ e che spesso utilizzavano gli scacchi come spunto per insegnamenti moraleggianti; per di più erano quasi sempre dedicati a personaggi importanti, il che dava una certa protezione contro eventuali censure.
Un tipico esempio è dato dalla breve operetta moraleggiante “Quaedam Moralitas de Scaccario“, attribuita da molti codici a papa Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni, papa dal 1198 al 1216), ma in realtà non scritta da lui, bensì a lui solo dedicata. Oggi si tende ad attribuire l’opera ad un francescano inglese, Giovanni Gallensis.
Papa Innocenzo III, ben noto per le sue ‘vicissitudini’ con San Francesco, resta comunque il primo nome importante nella galleria dei papi scacchisti: sul suo stemma, per esempio, si trova una scacchiera sulla quale è posata un’aquila.

Che il gioco degli scacchi fosse comunque diffuso lo si ricava da molti documenti ufficiali, testamenti, inventari e così via, conservati nelle principali biblioteche.
Inoltre gli scacchi riempivano i testi letterari e agli scacchi si ispirarono autori del calibro di Dante, Petrarca e Boccaccio, tanto per citare solo i maggiori.
Gli scacchi sono ormai assurti ad una dignità propria, si diffondono tra tutte le classi sociali, si gioca soprattutto nei castelli ma anche tra il popolo. La condanna degli scacchi non poteva quindi durare a lungo.

L’opera più importante per la riabilitazione fu il trattato del frate domenicano Jacopo da Cessole, piccolo paese vicino ad Asti; fra’ Jacopo visse tra il 1250 e il 1325 e la sua opera fu scritta molto probabilmente tra il 1295 e il 1300.
Il titolo completo è: “Cessol (Jacob) seu de Thessalonica. Incipit solatium ludi Schaccorum scilicet regiminis ac morum hominum et officiorum virorum nobilium” ovvero come sottotitolo “Liber de moribus hominum et officiis nobilium super ludo scachorum”, noto anche come “De ludo scachorum” o anche semplicemente come “De ludo”.
Nel libro vengono menzionate le regole del gioco, quelle usate in Lombardia, all’epoca la regione leader negli scacchi, regole che se non sono totalmente quelle di oggi, pure vi si avvicinano molto, distaccandosi nettamente da quelle arabe.
Per esempio, a differenza del gioco arabo, lo “stallo” non provocava la sconfitta bensì il pareggio, come avviene modernamente; e il fatto che un giocatore rimanesse con il solo Re non significava necessariamente la sconfitta.
Il libro inizia con il racconto dell’invenzione del gioco, ideato secondo fra’ Jacopo ai tempi del re caldeo Evilmerodach, che potrebbe storicamente essere identificato con il re Merodach-Baladan, che regnò sui caldei e sui babilonesi dal 722 al 710 avanti Cristo.

Ideatore del gioco, secondo Jacopo, sarebbe stato un filosofo di corte, il cui nome in lingua caldea era Xerse e in lingua greca Filometor: questi avrebbe inventato gli scacchi per convincere il re ad evitare l’ozio.
In pratica fra’ Jacopo unifica le varie leggende sull’origine del gioco, creando una versione che aveva comunque uno spunto moraleggiante.
Combatte invece la teoria secondo la quale gli scacchi sarebbero stati ideati durante l’assedio di Troia, che comunque rimase da molti accettata ancora per molti secoli. Prendendo poi spunto dal gioco, il frate descrive i pezzi come se fossero persone reali e spiega i compiti di ciascuno nella società ed il modo per realizzare tali compiti con saggezza e secondo virtù.
Il Re deve essere giusto, la Regina casta, gli Alfieri saggi consiglieri, i Cavalieri fedeli, i Vicari del re solidi come “rocchi”, cioè torri.
Ogni pedone rappresenta una categoria di lavoratori: il contadino, il fabbro, il notaio (messo alla stessa stregua del lanaiuolo e del becchino), il mercante, il medico, l’albergatore, l’ufficiale comunale, il corriere.
Una pregevole edizione italiana del libro fu pubblicata a Milano nel 1829 dal Ferrario; nella nota editoriale si legge: “Questo trattato, scritto in lingua latina sul finire del XIII secolo, ottenne a quei tempi somma celebrità. Esso fu tradotto in tedesco, in francese ed in altre lingue ed ebbe altresì la buona ventura di essere volgarizzato nella nostra in quel secolo che vien detto aureo… Jacopo da Cessole, in questa sua opera, ha felicemente accoppiato, grazie a racconti e novellette morali, l’utile col dilettevole: il pensiero di trarre da un gioco i più seri insegnamenti del retto vivere….”
Tra il 1317 e il 1322 Jacopo da Cessole visse a Genova nel convento dei Domenicani.

La grande diffusione dell’opera di fra’ Jacopo aiutò molto gli scacchi, anche se bisognerà attendere la fine del Cinquecento per la completa e definitiva riabilitazione del gioco.

Infatti ai primi del Quattrocento gli scacchi si trovarono coinvolti in manifestazioni di piazza contro le “Vanità”.
La domenica del 23 settembre 1425, per esempio, San Bernardino da Siena tenne a Perugia una predica tanto infuocata contro le vanità che le donne “mandarono tutti li capelli posticci e balzi da scuffie e tutti i loro unguenti nel convento di Santo Francesco e similmente li homini mandaro dadi, carte, tavolieri, scacchi e simili cose” e il tutto fu poi bruciato in piazza. E a Siena nel 1426 ancora San Bernardino in una predica affermò che uno dei suoi frati, Matteo da Cecilia, aveva bruciato “duomila settecento tavolieri in uno di’ a Barzelona, che v’erano di molti che erano d’avorio, e anche molti scachieri, e convertì molte anime.”

La distruzione di giochi di scacchi nei roghi delle vanità viene ricordata anche in una “Canzona che fa uno fiorentino a Carnasciale” in cui il Carnevale cosi si esprime:

Or per tutti e buon respetti
vo’ fuggire ad ogni patto
perch’io veggo scacco matto
romper l’osso del mio piede
.”

Molto del merito della ‘riabilitazione’ degli scacchi fu in realtà dovuto alle nuove concezioni che si svilupparono nel Quattrocento e nel Cinquecento, ovvero nel Rinascimento: la nuova epoca esalta la nobiltà dell’uomo, la libertà e la grandezza dello spirito. Il nuovo ideale di vita vuole che ognuno possa esprimere pienamente sé stesso e con le proprie capacità intellettive trionfare sulla fortuna.

E’ facile comprendere quale grossa spinta diede allo sviluppo degli scacchi questo rinnovamento culturale: gli scacchi vennero posti sullo stesso piano degli “studia humanitatis”, delle arti figurative e delle scienze.
Lo scacchista divenne, come l’artista e il letterato, dispensatore di gloria e di immortalità ed in lui i Signori trovarono chi dava lustro e splendore alla propria corte.  Nel periodo del Rinascimento la pratica del gioco si arricchì di ideali improntati ad uno spirito più aperto alle sollecitazioni del piacere e del divertimento.
Le istanze di armonia e di grazia, l’esaltazione della capacità dialettica e di ogni equilibrio formale si concretano nell’espressione dell’arte e della letteratura e si articolano nelle usanze che rendono piacevole la vita secondo il gusto raffinato del tempo.
Il gioco rispecchia l’abilità con la quale re e principi intrecciano rapporti diplomatici; la ragion di Stato giustifica qualunque mossa e qualunque tranello.
Personaggi e pezzi acquistano quella spiccata individualità che è propria dei Condottieri ed è idealizzata nel Principe.
E’ in questo periodo che si codificano le regole degli scacchi e che viene esaltata la loro funzione didattica.

Ma ancora nel 1496 e 1497 Girolamo Savonarola fece mettere al rogo anche gli scacchi in altri due famosi ‘bruciamenti di vanità”; si era in Firenze e furono raccolti giochi di ogni tipo, vesti lussuose, pitture peccaminose, che poi furono pubblicamente bruciati in piazza dei Signori.
Un testimone dell’avvenimento scrisse che venne eretta in piazza una specie di piramide a otto facce, alta trenta cubiti, e che nel rogo c’erano “non piccole quantità di scacchieri, stampi da fare carte e tavolieri, dadi, carte e simili altri strumenti di Satana.”  
Che il Savonarola sapesse giocare a scacchi è confermato da alcuni suoi biografi, per esempio l’Ibertis ne “Il dramma Savonaroliano” e il Ridolfi in “Vita di Savonarola” che riportano il contenuto di una predica tenuta a Firenze l’8 maggio 1496. Parlando dei ‘Brevi’ del papa che erano stati emessi in materia di fusione e smembramenti dei conventi fiorentini, prima assegnati alla Congregazione lombarda, poi a quella tosco-romana, poi di nuovo a quella lombarda, il Savonarola disse: “…E ora qua e ora la! Questo mi pare il gioco degli scacchi nella difesa del Re: che quando è rinchiuso si leva d’uno scacco e poi torna a quel medesimo; sicché sono manifeste le circonvenzioni dei maligni.”
Una immagine che ben rende l’idea della fuga del re perseguitato dagli scacchi in vista del matto finale.

La riabilitazione del gioco era ormai imminente.
La prima scintilla si ebbe a Firenze, ove è possibile ricondurre la culla del Rinascimento, grazie alle opere di Brunelleschi, Donatello e Masaccio, ma soprattutto grazie alla dinastia dei Medici, che con Lorenzo il Magnifico raggiunse l’apice dello splendore.
Fu proprio un Medici, Giovanni, figlio dello stesso Lorenzo il Magnifico e nato nel 1475, ad aprire la strada per la revoca della condanna ecclesiastica: fin da giovane grande appassionato di scacchi, Giovanni de’ Medici continuò ad essere un importante mecenate per i giocatori dell’epoca anche quando nel 1513 divenne papa con il nome di Leone X.
Negli otto anni del suo pontificato, Leone X protesse il gioco e ne favorì la diffusione, anche e forse soprattutto nell’ambito delle strutture ecclesiali.
La passione per il gioco degli scacchi di Leone X fu tale da essere segnalata perfino da Ludwig Pastor in “Storia dei Papi dal 1305 al 1798“, imponente opera in 40 volumi.

Leone X tra i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi (Raffaello)

In un volume della fine del 1500 si trova poi questa citazione: “Papa Leone era solito abbandonare la partita quando era inferiore; ciò mostra la sua abilità, poiché egli vedeva molto tempo prima ciò che doveva accadere; e quando si accorgeva che la sua situazione era disperata, seguendo il responso di Ippocrate che diceva non esservi rimedio per i disperati, si arrendeva e confessava vinto.

Fu certamente grazie all’influsso di Leone X che santa Teresa d’Avila parlò positivamente degli scacchi nella sua opera “Il cammino alla perfezione“, scritta tra il 1564 e il 1566.
Da ricordare che il 14 ottobre 1944 il vescovo di Madrid ha proclamato santa Teresa di Avila patrona degli scacchisti.

E finalmente, agli inizi del Seicento, il gioco degli scacchi venne dichiarato di nuovo lecito in maniera ufficiale per tutti da san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, che nella sua “Introduzione alla vita devota”, scritta ad Annecy nel 1608, controbatte l’editto di Luigi e la condanna del Concilio.
Nel capitolo XXXI, intitolato “Passatempi e divertimenti e anzitutto quelli leciti e lodevoli” il santo, dopo aver detto che “i giochi nei quali il guadagno è un premio della abilità e dell’ industria del corpo e della mente (come i giochi di palla, pallamaglio, le corse all’anello, gli scacchi, la dama) sono tutti divertimenti per sé buoni e permessi“, aggiunge: “bisogna solo guardarsi dall’eccedere, tanto nel tempo quanto nel denaro che si espone, perché se vi si impegna troppo tempo non è più sollievo, ma occupazione; non si solleva né lo spirito né il corpo, ma anzi si stancano e si svigoriscono entrambi.” E continua ancora dicendo “uno che abbia giocato per cinque o sei ore agli scacchi nel levarsi è totalmente abbattuto e spossato di spirito.”

La riabilitazione da parte della Chiesa e il rinnovamento culturale del Rinascimento, diedero un enorme impulso alla diffusione degli scacchi, che ben presto vennero considerati alla stregua degli “studia humanitatis”, delle arti figurative, delle scienze. Nacquero i primi giocatori professionisti che si affrontavano nelle sfide finanziate dai diversi sovrani e nobili. Nacquero anche i primi testi a stampa di teoria e di tecnica, il primo dei quali viene attribuito allo spagnolo Francesco Vicent e viene fatto risalire al 1495; titolo “El libre dels jochs partitis dels scachs en nombre de 100“.
Purtroppo di tale volume tutte le copie sono andate perdute.

Più o meno negli stessi anni e probabilmente tra la fine del 1496 ed i primi mesi del 1497, apparve a Salamanca il libro di un altro spagnolo, Lucena, la più antica opera giunta fino a noi.
Si intitolava “Repeticion de amores et Arte del Axedrez con 150 juegos de partido”; nel volume, oltre a posizioni e problemi molti dei quali validi ancor oggi, appare per la prima volta una codificazione delle “aperture”, ovvero le prime mosse della partita, con note e spiegazioni sul perché delle mosse stesse.
Il libro ebbe una notevole diffusione e su di esso si prepararono quelli che sarebbero stati i migliori giocatori dei due secoli successivi, tra i quali anche molti ecclesiastici, basti pensare allo spagnolo Ruy Lopez, sacerdote (non vescovo, come erroneamente riportato in molti testi) di Segura, ricordato come ‘campione del mondo’ della prima metà del Cinquecento.

Nell’autunno del 1584 un importante (dal punto di vista scacchistico ovviamente) fatto di cronaca fu registrato dagli annali: ci dice che anche San Carlo Borromeo giocava a scacchi!  La cronaca dell’epoca racconta infatti che Carlo Borromeo, futuro santo, si recò nel biellese per il funerale di un parente (Basso Ferrero Fieschi) e la sera rimase a cena con la vedova e il cugino, Guidio Ferrero (ricordato anche dal Tasso); la serata fu l’occasione per una partita a scacchi con in palio ben dieci scudi; la partita durò quasi tutta la notte e la vinse l’allora Cardinale; all’alba, chiamato d’urgenza, Carlo dovette rientrare a Milano.
Dimenticò sia l’anello episcopale, sia anche il denaro vinto, che sarebbe servito per la vestizione di una monaca.
L’anello gli fu prontamente recapitato, ma non gli scudi, tanto che il Borromeo scrisse al cugino reclamandoli in modo deciso:  “…se non volete che quelle povere monache invece di orazioni vi diano imprecazioni” (da ‘Il Biellese’, 15 giugno 1956).

San Carlo Borromeo (Ambrogio Figino)

A San Carlo è attribuita anche questa frase: “Che fareste se foste intenti a giocare a scacchi e vi dicessero che sta giungendo la fine del mondo? lo continuerei a giocare ” .

Nel 1617 venne pubblicato un trattato di 642 pagine, scritto da Pietro Carrera (Militello 1573-Messina 1647). Il Carrera, sacerdote e cappellano di Santa Croce della Stalla in Militello, fu un grande appassionato del gioco e non solo si dedicò attivamente alla partita viva, ma scrisse anche vari trattati, tra i quali “Il gioco degli scacchi diviso in otto libri, ne’ quali si insegnano i precetti, le uscite e i tratti posticci del gioco e si discorre della vera origine di esso.
Carrera giustificava il molto tempo dedicato agli scacchi con il guadagno fatto nel non essersi dedicato “ai dadi, alle pratiche delle meretrici e aver fuggito l’ozio, ch’è la fonte de’ peccati. Lo star con gli occhi bassi sulla scacchiere non solo non dà fatica e affanno, ma cagiona sommo diletto… ne fan fede coloro i quali, essendo sviscerati amatori degli studi delle lettere, per lo spazio di molte ore non rimuovono gli occhi dai libri.”

Nessuno dei pontefici che seguirono Leone X fu per gli scacchi particolarmente importante fino a Clemente XII, salvo il caso di Pio V (Michele Ghisleri, 1566-1572) protettore di alcuni giocatori dell’epoca, noto per aver offerto al famoso giocatore siciliano Paolo Boi detto “il siracusano” un importante beneficio purché indossasse l’abito talare (ma, per la cronaca, il Boi rifiutò).
Clemente XII (Lorenzo Corsini, 1652-1740) papa dal 1730, fu un provetto giocatore. Pastor nel già citato “Storia dei Papi” scrisse che “amava mostrare la sua acutezza nel gioco degli scacchi, in cui era maestro”. Mentre secondo l’anonimo autore delle ‘Memorie del pontificato di Clemente XII’amava il gioco per divertimento, specialmente quello degli scacchi in cui aveva pochi uguali e meno superiori”.

Clemente XII (Agostino Masucci)

Arriviamo così a Vincenzo Pecci, papa dal 1878 al 1903 con il nome di Leone XIII, autore della famosa enciclica “Rerum Novarum“.
Di questo papa si hanno notizie storiche certe relative alla sua passione per gli scacchi, soprattutto quando non era ancora salito al soglio; da cardinale, nella arcidiocesi di Perugia, suo avversario abituale era il reverendo Francesco Guida. Viene tramandata una partita che sarebbe stata giocata tra i due nel 1857; si tratta però di un falso, poiché la stessa partita venne giocata tra Schumov e Janisch nel match disputato a Pietroburgo nel 1854 e venne pubblicata dalla “Schachzeitung” nel 1860.

Gli scacchi papali sono clamorosamente tornati alla ribalta con l’avvento al soglio pontificio di Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II.
Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani, era un buon giocatore; si dedicò agli scacchi soprattutto durante il periodo trascorso a Vittorio Veneto negli Anni Sessanta, prima del brevissimo periodo del suo pontificato; anche di lui è tramandata una partita, ma (quasi) certamente si tratta di un altro falso.

Maggior risonanza ha il suo successore, Giovanni Paolo II, al secolo il polacco Karol Wojtyla.
A far sobbalzare sulla sedia padre Navarro Vahls, capo della Sala Stampa vaticana, all’inizio dell’estate 1987 fu la notizia che una rivista di scacchi francese aveva pubblicato una serie di ‘problemi’ di scacchi affermando di averli ricevuti direttamente da Giovanni Paolo II.

Papa Giovanni Paolo II

Che Karol Wojityla avesse giocato a scacchi in gioventù, forse ancora prima di farsi prete o comunque durante il seminario, non stupisce e appare del tutto normale data la diffusione del gioco in Polonia.
Che abbia anche composto un paio di ‘problemi’ (quelle composizioni in cui il Bianco muove e dà matto in 2 o 3 mosse) è sicuro, visto che furono pubblicati nel 1946 da una rivista degli universitari cattolici di Cracovia e che sono conservati negli archivi della Federazione Polacca a Varsavia.
Ma che Wojtyla ne avesse composti durante il pontificato era una notizia ghiotta e le posizioni fecero subito il giro del mondo: ma si trattava di apocrifi, come venne subito ribadito dalla Segreteria di Stato del Vaticano; anzi Navarro Vahls intervenne personalmente obbligando giornali e riviste a pubblicare una smentita e pretese inoltre la pubblicazione delle scuse ufficiali da parte degli autori; in realtà l’autore era uno solo, Jean-Marie Morisset di Rouen, che aveva già creato diversi apocrifi e che definì il tutto soltanto uno “scherzo”.
Comunque il 4 giugno 1999 la Federazione Mondiale ha inserito Wojtyla nel ‘Libro d’oro degli scacchi’, come riferito anche dall’Ansa, tra le personalità che hanno reso onore al gioco.

Prima di parlare di due preti diventati divi ‘televisivi’, dobbiamo menzionare padre William Lombardy, tra l’altro campione degli Stati Uniti, che fece da ‘secondo’ a Bobby Fischer nella famosa sfida iridata contro Boris Spassky del 1972.

E adesso veniamo a due preti protagonisti di serie televisive.
Il primo, tanti anni fa, nella serie “Don Tonino” con i comici Gigi e Andrea, regista Fosco Gasperi (scacchista di prima categoria nazionale); in un episodio don Tonino si batteva ‘in simultanea’ contro i bulletti del quartiere, riuscendo così a riportarli sulla retta via.
E poi Don Matteo il prete interpretato da Terence Hill, ovvero al secolo Mario Girotti (che a quel che si dice è realmente appassionato del gioco: anzi sembra che sia stato lui a imporre al regista le partite a scacchi nei vari episodi).
Nella fortunata serie, che ancora continua in televisione anche se con un altro interprete nelle vesti di don Matteo, praticamente in tutti gli episodi si vedeva almeno una partita a scacchi tra il prete e il Maresciallo dei Carabinieri interpretato da Nino Frassica; ma anche altri giocavano a scacchi, anche una suora! Da notare che all’inizio c’erano molti errori ‘tecnici’ (la scacchiera messa in posizione errata con la casella in basso a destra nera, il Re e la Regina scambiati di posto, mosse a volte impossibili o comunque illogiche), poi grazie ad un ‘intervento’ dell’Ufficio Stampa della Federscacchi le cose sono state sistemate e sono state usate partite classiche o comunque corrette.

Concludiamo con una panoramica di preti scacchisti, citati per le loro peculiarità negli scritti di Adriano Chicco e Alessandro Sanvito.

L’Abate Palazzi nel 1830 fu insegnante di scacchi di Serafino Dubois, il più forte giocatore italiano del suo tempo.

Stefano Battiloro, (morto 1754) prete di Piedimonte d’Alife in provincia di Caserta; era considerato uno dei più forti giocatori del Regno di Napoli nel XVIII secolo

Luigi Cigliarano, prete di Cosenza, un altro dei più forti giocatori nel XVIII secolo, è ricordato poiché giocava anche in incontri pubblici alla presenza di tutti i cittadini (morì nel 1780)

Scipione del Grotto, prete di Salerno, XVIII secolo, sembra fosse molto abile nei finali; si tramanda che per analizzare le partite usasse fino a 14 scacchiere contemporaneamente (morì nel 1723)

Benedetto Rocco, abate napoletano, nel 1783 pubblicò “Dissertazione sul gioco degli scacchi agli oziosi”, opera poi ristampata nel 1817 a cura dell’abate Francesco Cancellieri (1751-1826) romano, più noto come archeologo.

Michele Colombo (1747-1838) scrittore, prete dal 1764  e poi abate, ebbe tra i suoi meriti la diffusione in Italia dell’opera del celebre statunitense Beniamino Franklin “La morale degli scacchi”.

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